Breve riflessione su alcune delle molte distruzioni operate dall'uomo.
L'impatto della moderna società occidentale sull'ambiente è al centro del dibattito ormai da qualche tempo; si discute anche di quali siano gli indicatori più idonei per caratterizzarlo, tenendo conto di tutti i complessi fattori che delineano il modello di sviluppo attuale ma che hanno pesanti effetti sulla natura. Diviene così inevitabile il confronto con altri modelli culturali e con altre società, sia contemporanee alla nostra, sia appartenenti al passato. In questo risultano particolarmente preziosi gli studi d'antropologia condotti sulle popolazioni e tribù, ancora presenti in alcune parti del pianeta, che hanno culture tecnologicamente meno sviluppate.
Nel compiere tali comparazioni, sorge spontaneo porsi una domanda: perché talune società hanno mostrato un così diverso impatto sull'ambiente nel quale hanno vissuto? Perché, ad esempio, gli indiani d'America, pur costituendo una società avanzata, hanno avuto un potenziale distruttivo assai inferiore rispetto alla società costituita da emigrati europei, pur vivendo nel medesimo ambiente?
Un approccio molto interessante per riflettere sulla tematica, sgombro da pregiudizi che tenderebbero o a liquidare la faccenda con una poco proficua distinzione fra buoni (i primi) e cattivi (i secondi), o a delineare una semplice supremazia della cultura eurasiatica per motivi razziali, è offerto dalla biologia evolutiva, che analizza la storia dell'Homo sapiens sapiens cercando cause remote e cause prossime della sua evoluzione. Va da sé che essa non pronuncia alcun giudizio, né dà giustificazioni: si limita solamente a fornire una chiave interpretativa.
Innanzi tutto, non solo recentemente l'uomo ha mostrato capacità distruttive.
In un periodo compreso fra 40.000 e 30.000 anni fa, avvenne la prima espansione certa dell'uomo oltre i confini dell'Eurasia e dell'Africa; furono, infatti, occupate l'Australia e la Nuova Guinea, allora unite. Fu proprio in questo continente che l'uomo diede prova, per la prima volta, della sua capacità di sterminio di massa. Oggi l'Australia e la Nuova Guinea sono popolate da mammiferi di piccola taglia: il canguro più grosso pesa una cinquantina di chili. Ma non è sempre stato così; un tempo quelle terre erano abitate da marsupiali grandi come rinoceronti detti diprodonti, uccelli simili a struzzi pesanti 200 chili e rettili impressionanti, fra cui lucertole di una tonnellata. La cosiddetta megafauna australiana sparì totalmente dopo l'arrivo dell'uomo. Non c'è certezza sulle date precise, ma l'abbondanza di resti ritrovati in diversi siti australiani non lascia dubbi: non c'è traccia di grandi mammiferi posteriori a 35.000 anni fa. Quindi l'estinzione avvenne subito dopo l'arrivo dell'uomo.
La concomitanza dei due eventi potrebbe indicare una responsabilità dell'uomo in questa massiccia sparizione di animali. Bisogna considerare che questi ultimi si erano evoluti in completa assenza dell'uomo. Al momento della sua comparsa, la fauna presente non mostrava alcun timore nei confronti della nuova specie, perché non era identificata come un possibile predatore. Del resto, la stessa analisi spiega la sparizione di altri famosi animali, come il Dodo di Mauritius, per restare alla storia recente, o le grosse oche non volatrici delle Hawaii, guardando più al passato.
I grossi mammiferi africani ed eurasiatici, invece, sopravvivono tutt'oggi perché vissero per lungo tempo a contatto con i nostri antenati e impararono gradualmente a temerli, al crescere della loro capacità di cacciatori.
Questa ipotesi, naturalmente, non è accettata da tutti. I critici sostengono che la causa dell'estinzione fu un cambiamento climatico, che aggravò le già serie condizioni climatiche del continente. Appare comunque doveroso ribattere che le siccità si sono certamente succedute innumerevoli volte nella storia millenaria dell'Australia e gli animali vi hanno sempre resistito.
Anche le Americhe, al pari dell'Australia, erano ricche di mammiferi di grossa taglia, perlomeno fino ad un periodo compreso fra 17 e 12.000 anni fa, corrispondente all'arrivo della cultura Clovis, dal nome della località del Nuovo Messico dove per prime furono trovate le punte di freccia caratteristiche di questo popolo. Le praterie del West assomigliavano all'attuale Serengeti, ricche di elefanti, cavalli, leoni e ghepardi, oltre che di specie esotiche, come cammelli e bradipi giganti. La scoperta di numerosi scheletri di mammut con punte di frecce fra le costole dimostra, anche qui, che l'abilità dei nuovi cacciatori fu determinante nell'estinzione dei grossi mammiferi. I cacciatori, arrivati dallo stretto di Bering, nel corso della loro discesa verso sud, sterminarono tutti gli animali che non conoscevano l'uomo e che erano facili da abbattere. Naturalmente, una differente teoria spiega queste estinzioni con il cambiamento del clima. Il dibattito è aperto.
Possiamo dunque ipotizzare che in alcune fasi della nostra evoluzione, le società di cacciatori raccoglitori abbiano avuto un pesante impatto sull'ambiente. E' evidente, comunque, che questo tipo di vita sia stato, in altri casi, in equilibrio con la Natura, sfruttandone le risorse senza esaurirle, come alcune tribù dei già citati Pellerossa.
Le potenzialità d'impatto dell'uomo sull'ambiente aumentano certamente in modo consistente con la diffusione dell'agricoltura, a partire da circa 10.000 anni fa, nel Vicino Oriente.
La domesticazione spontanea delle piante non avvenne solamente in quella regione della terra, ma certamente lì ebbe molto più successo. Questo dipese principalmente dalla quantità e qualità delle specie selvatiche che furono utilizzate: non solo le popolazioni locali avevano a disposizione un maggior numero di piante, ma esse erano anche dotate di caratteristiche genetiche assai migliori per essere coltivate con buon rendimento. In questo frangente, l'abilità delle diverse popolazioni risultò del tutto ininfluente.
L'agricoltura fu una vera e propria rivoluzione nell'evoluzione dell'uomo: costituisce la prima delle cause remote determinanti nella storia delle popolazioni della Mezzaluna Fertile e della loro espansione sulla terra. Essa innesca una complessa serie di eventi a catena, dall'incremento demografico derivante dalla possibilità di organizzare scorte di cibo, alla crescita della complessità dell'organizzazione sociale dovuta al fatto che alcune classi smettono di provvedere al proprio approvvigionamento di cibo perché altre vi sono deputate, fino allo sviluppo di un tecnologia più avanzata. Certamente, però, anche l'impatto sull'ambiente in cui tale evoluzione è avvenuta aumenta vertiginosamente, accompagnato dalla proliferazione delle malattie epidemiche.
Questa breve riflessione sulla storia dell'uomo negli ultimi tredicimila anni non deve però condurre alla conclusione che l'impatto della nostra società sull'ambiente sia un fatto inesorabile e che l'appesantirsi della nostra impronta ecologica sia ineluttabile, se non al prezzo di "fermare" la nostra evoluzione. Tutt'altro. Solo oggi abbiamo la consapevolezza scientifica che l'uomo incide, da sempre, sul suo ambiente, cambiandolo radicalmente. Ed è proprio questa la sostanziale differenza con il passato: i numeri confermano che stiamo alterando pesantemente gli equilibri naturali. L'evidenza che questo è sempre avvenuto non deve essere consolatoria: i nostri tredicimila anni di estinzioni, di devastazioni di foreste, di inquinamenti (prima batteriologici, adesso chimici) non avvallano l'ipotesi che la Natura abbia la capacità di arginare la nostra forza devastatrice, adattandosi ad essa. Tutt'altro. Tredicimila anni di storia dell'uomo sono ridicoli se paragonati alla storia naturale. Basti pensare che se quest'ultima fosse riassunta in un calendario annuale, e se il primo gennaio fosse ipoteticamente il giorno di inizio del pianeta, l'uomo segnerebbe la sua comparsa solo qualche istante prima della fine del medesimo anno.
Oggi abbiamo le potenzialità politiche, tecnologiche ed economiche per operare delle scelte fra i cammini alternativi che l'avanzare delle idee ci impone e abbiamo il dovere morale di diminuire la nostra potenza distruttrice. Siamo troppo recenti per poterci permettere tanta arroganza.