EDITORIALE
gennaio 2005
TSUNAMI
Scrivo l'editoriale in queste ultime ore dell'anno mentre ancora l'esatta
dimensione della tragedia avvenuta nell'area dell'Oceano Indiano non è
chiara, 100.000 le vittime ad oggi accertate, destinate forse a raddoppiare
secondo alcune stime pessimistiche.


Come non restare attoniti davanti alla morte, allo strazio dei sopravissuti
che hanno perso il poco che avevano, ma soprattutto alla strage dei più
piccoli e dei più deboli incapaci di mettersi in salvo all'arrivo
della grande terribile onda.


Per poco tempo, troppo poco tempo, ogni altra notizia è scomparsa;
i giornali e le TV, gli inviati, sono tornati a svolgere la loro originaria
ed insostituibile funzione di servizio e di informazione ed anche la qualità
delle loro cronache ha dimostrato la partecipazione umana e la professionalità
della maggior parte delle testate e dei cronisti.


Molti hanno evidenziato che subito dopo il terremoto avvento nell'Oceano
Indiano, dopo appena 15 minuti per la precisione, il Centro di Controllo
dei maremoti di Honolulu ha inviato a tutti i 26 paesi che fanno parte
del sistema internazionale di allarme la notizia del terremoto e degli
effetti previsti nella zona dell'Oceano Pacifico, per il quale il sistema
di rilevamento e previsione è attivo.


Tailandia ed Indonesia hanno ricevuto anch'esse la notizia, ma la mancanza
di un sistema di sensori capaci di capire la precisa direzione ed intensità
dell'onda che si dirigeva verso l'altro Oceano, quello Indiano, ha impedito
qualsiasi contromisura e così la grande massa d'acqua un'ora e
mezza dopo investiva la Tailandia, ancora un'ora dopo la Birmania e lo
Sri Lanka, tre ore dopo le Maldive e l'India e quasi quattro ore dopo
le coste del Madagascar!


Sarebbe stato possibile limitare i danni e salvare migliaia di vite
solo se anche questa parte del mondo avesse avuto un sistema di rilevazione
analogo a quello dell'oceano pacifico, ove, ad onor del vero, questi fenomeni
sono più frequenti.


E' certo facile confrontare il "ricco" Giappone con il "povero"
Sri Lanka ed il diverso valore della vita umana che ne risulta, ma altrettanto
chiaro è che solo un sistema mondiale di protezione civile potrebbe
disporre delle risorse necessarie per attivarlo e gestirlo.


Sicuramente oggi questa soluzione appare incontrare un grande consenso
di tutte le nazioni, occidente compreso, alla luce anche dell'elevato
numero di turisti vittime della tragedia e perché il cambiamento
globale del clima ha fatto aumentare il rischio di alluvioni ed inondazioni.


Siamo però sicuri che gli stessi Governi passando da misure di
controllo a misure di prevenzione siano, egualmente, disposti a cambiare
le proprie modalità produttive, per esempio la quantità
di emissioni di gas serra o il proprio stile di vita?


Perché gli USA non ratificano, allora, il protocollo di Kyoto?


E l'Italia, in che modo crede di rispettare le regole di Kyoto se poi
la sua politica economica ne prescinde totalmente ed il suo piano di emissioni,
è stato bocciato dall'Unione Europea, come già temevamo
e Vi avevamo informato?


Speriamo che quelle versate in questi giorni non siano lacrime di circostanza.


Aggiungo solo una piccola notizia che mostra, ove ne fosse ancora necessario,
come la solidarietà animale e la loro capacità di percepire
il pericolo hanno portato, nella grande riserva dello Yala National Park,
al salvataggio di tutte le specie animali (elefanti, coccodrilli, orsi,
bisonti, cervi, scimpanzé, leopardi) che nonostante le onde siano
penetrate per oltre tre chilometri nella riserva, abbattendo alberi ed
ogni ostacolo, sono stati visti spostarsi insieme e velocemente verso
le zone interne e più sicure.


Dice il vicedirettore del Wildlife Departement, che "delle centinaia
di animali ospitati nel parco non è stato trovato nemmeno un esemplare
morto" chissà perché, ma questo mi dà speranza.


Sergio Saladini

 
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