Nelle città, nelle campagne e soprattutto nelle montagne, ossia su quasi tutto il territorio non mancano angoli usati e poi abbandonati dall’uomo, ed allora ecco che la natura avvia un processo di ricolonizzazione, noto come successione ecologica, riappropriandosi degli spazi abbandonati con una sorprendente velocità.
Le infrastrutture cedono il passo a graminacee, rampicanti, alberi e arbusti, trasformando le aree industriali o i centri abitati abbandonati in ecosistemi selvaggi.
Lo spazio aperto che l’uomo fa diventare spazio chiuso, delimitandolo da confini, è il territorio di appartenenza che poi diventa paesaggio speciale: quel paesaggio culturale risultato della costante interazione tra l’uomo e l’ambiente naturale.
Questo processo, talvolta spontaneo, talvolta frutto di un preciso disegno e progetto, genera quella varietà di paesaggi che segnano il volto del pianeta, diversi a seconda delle civiltà, delle culture, delle storie individuali e collettive, dei modelli economici, ma anche della forma e della sostanza della terra: aspra, fertile, ricca o povera d’acqua o di vegetazione, e pronta a modificare repentinamente quello che l’uomo ha costruito.
Il primo ad accorgersi negli anni ’80 del secolo scorso di come la natura si riprende il territorio prima occupato e poi abbandonato dall’uomo e a registrarlo con un rigore scientifico fu, probabilmente, Ingo Kowarik, un ecologo urbano dell’Università tecnica di Berlino.
Il recupero della natura sui territori abbandonati avviene per fasi:
• La fase pioniera o invasione erbacea: subito dopo l'abbandono, piante resistenti e a crescita rapida (erbe infestanti, graminacee, licheni e muschi) colonizzano le superfici libere, rompendo cemento, asfalto e arricchendo il suolo.
• L’arrivo degli arbusti: successivamente, si insediano cespugli e arbusti, che creano già ombra e modificano il microclima, preparando il terreno per specie più esigenti.
• Il rimboschimento spontaneo: le prime specie arboree (pionieri come betulle, pioppi o robinie) iniziano a crescere, seguite col tempo da alberi più strutturati come querce, faggi o castagni, a seconda delle caratteristiche del clima locale.
• Il ritorno della fauna: con il ritorno della vegetazione, la fauna locale (insetti, uccelli, piccoli mammiferi e infine predatori) ricolonizza l'area, ricostruendo le catene alimentari e contribuiscono alla disseminazione delle essenze presenti.
• La guarigione strutturale: le radici degli alberi e degli arbusti frantumano le infrastrutture umane, facilitando il ritorno alla terra vergine e ripristinando il ciclo naturale dell'acqua e dei nutrienti.
Questo processo può durare alcuni decenni o anche secoli.
Le aree industriali hanno bisogno di molto più tempo rispetto alle aree urbane per poter superare la contaminazione del suolo.
Generalmente la presenza di zone naturali limitrofe aiuta e accelera la ricolonizzazione.
Questi luoghi, spesso visitati nell'ambito dell'esplorazione urbana (urbex), testimoniano come la natura sia in grado di rigenerarsi e cancellare le tracce dell'antropizzazione.
Di seguito alcuni dei più significativi esempi di luoghi abbandonati dall’uomo e recuperati dalla natura:
• Pripyat (Ucraina): Dopo il disastro nucleare del 1986, la città è stata evacuata. A quasi 40 anni di distanza, la vegetazione ha "consumato" gli edifici, con alberi che crescono all'interno degli appartamenti e foreste che si sono riappropriate delle strade.
• Houtouwan (Cina): Questo ex villaggio di pescatori sull'isola di Shengshan è ora completamente coperto da uno spesso strato di edera e vegetazione, che avvolge le case in pietra abbandonate negli anni '90, rendendole quasi invisibili.
• Vallone dei Mulini (Sorrento, Italia): Situato nel centro di Sorrento, questo antico complesso industriale abbandonato all'inizio del XX secolo è stato inghiottito dall'alta umidità e dalla vegetazione. Le rovine dei mulini sono oggi circondate da felci e piante selvatiche.
• Kolmanskop (Namibia): Una ex città mineraria nel deserto, abbandonata nel 1954. Qui la natura si manifesta attraverso la sabbia, che ha invaso le case e gli edifici, creando dune interne e dimostrando come anche il deserto possa riprendersi il suo spazio.
• Isola di Hashima (Giappone): Un tempo centro minerario densamente popolato, è stata abbandonata negli anni '70. La struttura in cemento armato è oggi in lenta decomposizione, avvolta dalla vegetazione costiera.
• Zona Demilitarizzata (DMZ) Corea: Nonostante sia un'area di alto conflitto militare tra Nord e Sud Corea, la quasi totale assenza di attività umana per oltre 70 anni l'ha trasformata in un inaspettato paradiso naturale, rifugio per numerose specie in via di estinzione.
La natura quindi, prima o poi, riprende possesso dei propri luoghi, cancellando il passaggio umano.
Oggi in molte città europee alcune aree già urbanizzate e abbandonate dalle attività umane vengono lasciate libere deliberatamente peri evolversi in modo spontaneo. In questo modo si permette la crescita particolarmente veloce di isole ecologiche di essenze autoctone, particolarmente autosufficienti, in grado di rinaturalizzare più rapidamente questi terreni degradati.
Fonti:
https://www.architetturaecosostenibile.it/green-life/curiosita-ecosostenibili/paesi-abbandonati-italia-
https://www.ilcambiamento.it/articoli/se-l-uomo-se-ne-va
https://www.ilfattoquotidiano.it/
https://multiversoweb.it/riviste/scarti-e-abbandoni/