febbraio 2021
CIRCUITO VIRTUOSO O CIRCUITO VIZIOSO?
Eni attraverso i suoi mezzi di informazione sta da tempo informando che è fortemente impegnata nello studio di impianti per “Catturare la CO2 per stoccarla permanentemente o riutilizzarla in altri cicli produttivi...
Sviluppare impianti su scala industriale in questo campo ha anche il vantaggio di generare un circolo virtuoso attraverso i principi dell’economia circolare, con effetti positivi su crescita e sviluppo complessivi. Un ulteriore beneficio verrebbe dalla possibilità di utilizzare i surplus di produzione elettrica tipici della generazione da fonti rinnovabili, in particolare solare ed eolico, per alimentare i processi di cattura, stoccaggio e riutilizzo.”
“La proposta per quanto riguarda il nostro Paese è quella di procedere allo stoccaggio... in presenza di campi a gas esauriti e asset dismessi nell’offshore di Ravenna... dove... realizzare un grande hub per lo stoccaggio della CO2 proveniente dalle operazioni upstream e da impianti produttivi sulla terraferma, come le centrali termoelettriche Enipower.
Mettendo a fattor comune la nostra grande conoscenza delle dinamiche di giacimento con le nuove tecnologie, quindi, puntiamo a realizzare nel Medio Adriatico il più grande centro al mondo per la cattura e lo stoccaggio di anidride carbonica.
Prevediamo di poter iniziare le operazioni sul breve periodo, entro il 2025. Nel complesso, contiamo di arrivare a stoccare in questo sito fino a 300-500 milioni di tonnellate di CO2. Nel frattempo, a ottobre 2020, abbiamo ottenuto dalla Oil and Gas Authority del Regno Unito la licenza per un altro progetto di stoccaggio a Liverpool Bay, nel Mar d’Irlanda Orientale.”
Il meccanismo da attivare sarebbe il seguente:
• Catturare la CO2 prodotta dagli impianti siti sulla terra ferma,
• iniettarla all’interno di serbatoi naturali posti in mare,
• mantenere una elevata pressione nel serbatoio sito in profondità,
• proseguire l’estrazione di idrocarburi (gas o petrolio) da questi giacimenti che erano prossimi all’esaurimento.
Ciò viene presentato come contributo alla strategia di decarbonizzazione, come esempio virtuoso di economia circolare e come modalità per proseguire l’attività della produzione di energia e l’occupazione; tale sistema viene definito come transizione prima di arrivare alla produzione di energia pulita.
“Un progetto di decarbonizzazione che parte di ENI e SAIPEM, due gruppi operanti nel mondo del petrolio, laddove lo spostamento del baricentro verso energia pulita sta diventando un obiettivo sempre più concreto. Secondo Descalzi (AD di ENI), ad esempio, con questo accordo strategico Eni intende rafforzare il ruolo di leadership nel processo di transizione energetica, accelerando l’evoluzione del proprio modello di business che combina la sostenibilità economico finanziaria con quella ambientale.
L’adozione di soluzioni tecnologiche per la decarbonizzazione come la Carbon Capture, Utilisation and Storage, sarà fondamentale nella transizione dell’intero Paese ed Eni può mettere a disposizione capacità e competenze uniche nell’ambito della gestione dei processi produttivi e di contrasto al cambiamento climatico“.
Operare sulla catena della CO2 potrà offrire importanti vantaggi in questa fase di transizione, nel tentativo di abbassare le emissioni nell’atmosfera prima di arrivare ad una produzione più vasta di energia pulita (sulla quale Eni è ad esempio al lavoro con ENEL sul fronte dell’idrogeno)”
Questo progetto appariva nella prima stesura del piano nazionale per l’utilizzo dei fondi Next Generation EU, ma poi è stato stralciato viste le tante osservazioni e proteste ingenerate a livello locale e nazionale da Legambiente ed altre associazioni ambientaliste.
Le tesi di legambiente e Co, sono così sintetizzabili:
“Mentre tutto il mondo parla di obiettivi di decarbonizzazione e di come sviluppare urgentemente azioni di adattamento e di mitigazione alla crisi climatica, l’ENI continua a investire sulle fonti fossili e pensa di farsi pagare dall’Europa il discutibile progetto di confinamento geologico della CO2 nei fondali marini davanti alla costa di Ravenna. L’azienda energetica a prevalente capitale pubblico, infatti, non solo è una società proiettata verso un futuro di espansione delle estrazioni di idrocarburi, come dimostrano anche i dati in crescita degli ultimi anni, ma è anche la società che vuole rendere il distretto ravennate un polo mondiale.
Se da una parte Eni si eleva a paladina del clima prodigandosi per la rimozione della CO2 emessa dalle proprie attività dannose, dall’altra va anche ad incrementare la produzione stessa di idrocarburi assicurandosi non solo nuovi introiti, ma anche rimandando la dismissione di quegli impianti non più produttivi e che quindi sarebbero dovuti andare a smantellamento con relativa bonifica delle aree.”
“Eni sta sbagliando rotta ancora una volta – dichiarano Stefano Ciafani e Lorenzo Frattini, presidente nazionale e regionale di Legambiente – e chiediamo al governo di essere coerente con gli impegni sottoscritti a livello internazionale per fermare la crisi climatica. Non è più procrastinabile l’avvio di un piano di riconversione delle attività dell’azienda che punti realmente alla sostenibilità e alle rinnovabili, non solo a parole come sta facendo sulle pubblicità di ogni mezzo di comunicazione da tempo.
Invece di spendere i soldi dei contribuenti italiani ed europei del programma Next Generation EU su un incomprensibile progetto di CCS, che Eni si può e deve pagare da sola, queste risorse vanno investite in maniera decisa su impiantistica legata allo sviluppo delle rinnovabili come l’eolico e il fotovoltaico offshore e l’idrogeno verde. Il distretto ravennate, grazie a queste innovazioni tecnologiche, potrebbe riconvertire in pochi anni le sue attività finora fondate sull’estrazione degli idrocarburi. È su questo fronte che vanno utilizzati i finanziamenti europei del Piano nazionale di ripresa e resilienza”.
Per ora tale progetto è stato stralciato dal Next generation EU italiano, mentre nel frattempo l’AD Descalzi informa della licenza per lo stoccaggio di anidride carbonica nel Regno Unito, la prima licenza di questo genere per Eni. Questo è un progetto di vitale importanza per Eni e rappresenta un traguardo fondamentale per gli obiettivi di “zero emissioni” del Regno Unito, oltre a essere un pilastro essenziale della strategia per la transizione energetica e la decarbonizzazione in cui Eni è fortemente impegnata”.
La Gran Bretagna quindi sembrerebbe avere sposato la strategia di ENI e l’Italia? Probabilmente non chiederà il finanziamento per l’impianto di Ravenna, ma nemmeno presenterà alcun grande progetto finalizzato allo sviluppo delle rinnovabili.
Che ne pensano i nostri lettori?
Fateci sapere.
Fonti:
Eni,
Legambiente,
Punto-informatico.it,
Ravenna today,
Sergio Saladini