NATURA
luglio 2017
STELLE E ANIMALI DEI FONDALI MARINI
ECHINOIDEI (RICCI DI MARE) E RICCI REGOLARI
Echinoidei (ricci di mare)

Gli Echinoidei sono Echinodermi dal corpo globoso o discoidale e privi di braccia. Il loro scheletro è molto sviluppato, tanto da costituire una serie di piastre interposte e fermamente saldate tra di loro che formano una rigida corazza detta teca. All’interno di questa “scatola” sono racchiusi tutti gli organi interni come i visceri e le gonadi.

La denominazione Echinoderma (“pelle spinosa”) è quanto mai giustificata per i membri di questa classe poiché tutti presentano spine più o meno sviluppate sulla superficie del corpo (da cui anche il nome “riccio di mare”): esse possono avere forma e dimensione variabili a seconda delle specie, delle abitudini di vita dell’animale nonché del substrato su cui esso vive. Ci sono ricci con poche ma grosse spine, come ad esempio il riccio matita Heterocentrotus mamillatus, e ricci con numerosi piccoli aculei molli come le specie che vivono infossate nella sabbia (ad esempio lo Spatangus purpureus). La loro colorazione può essere uniforme, con tinte a volte sgargianti, oppure può presentare bande alternate chiare e scure come accade nel tropicale riccio diadema (Diadema savignyi) o nel mediterraneo Centrostephanus longispinus; questo tipo di colorazione, come accade spessissimo nel mondo animale (vedi la zebra e molti pesci tropicali), ha una funzione mimetica.

Le spine vengono in genere utilizzate sia come arma di difesa sia per la locomozione; ciascuna spina è infatti articolata su un piccolo tubercolo che emerge dalla teca ed è mossa per mezzo di muscoli e legamenti; questi ultimi sono costituiti da MCT di tipo reversibile e il loro indurimento permette all’animale di mantenere le spine “drizzate” e rigide senza sprecare energie. Gli aculei e le pedicellarie possono essere forniti di tossine irritanti.

Gli Echinoidei sono comunemente suddivisi in due gruppi: regolari e irregolari.
Dei primi fanno parte i ricci di mare veri e propri. Come suggerito dal termine “regolare”, i membri di questo gruppo presentano un corpo emisferico a simmetria raggiata, in genere più o meno schiacciato in senso dorso-ventrale. La teca, che spesso è facile ritrovare tra le rocce del fondo, è formata da 20 serie meridiane di piastre calcaree, saldate tra di loro come gli spicchi di un arancio. Alcune di queste piastre sono dotate di piccoli fori che permettono il passaggio dei lunghi pedicelli, con cui questi animali “tastano” l’ambiente circostante, raccolgono piccoli oggetti o si aiutano negli spostamenti. I pedicelli hanno anche funzione respiratoria.

La bocca, situata sul lato inferiore del corpo, a contatto col substrato, è dotata di un imponente apparato masticatore chiamato “lanterna di Aristotele” che occupa una grossa parte della cavità interna del corpo e che provvede a triturare e sminuzzare il cibo. La lanterna è una vera e propria opera architettonica naturale: è infatti costituita da una complessa impalcatura di ben quaranta piccole ossa organizzate in forma di piramide pentagonale e in cui si distinguono cinque robuste mascelle. Ciascuna mascella è provvista di affilati denti a crescita continua: man mano che la porzione sporgente del dente si consuma a causa dell’usura, esso viene rimpiazzato dal continuo accrescimento che avviene dal lato opposto dove ci sono cellule in perenne e rapida divisione (un po’ come accade nei conigli).

I denti dei ricci di mare offrono uno dei numerosi esempi di come la Natura sia in realtà il miglior ingegnere dell’universo, da cui, noi comuni mortali, abbiamo solo da imparare: essi infatti sono delle perfette “travi a T”, strutture architettoniche che consentono una notevole robustezza ma allo stesso tempo leggerezza e che l’uomo ha oggi imparato ad usare nelle sue opere architettoniche copiandole appunto dalla Natura.

Ricci regolari

I ricci regolari vivono in genere sui fondali duri di tutti i mari del mondo, spesso nascosti tra rocce e pietre o nelle fessure delle scogliere. Alcune specie sono anche in grado di scavare nicchie nella roccia servendosi delle spine e dei denti. Nel Mediterraneo Paracentrotus lividus è un noto scavatore di rocce che l’animale rosicchia lentamente per costruirsi un riparo dall’eccessivo moto ondoso e da eventuali predatori.

Molte specie di ricci regolari hanno abitudini notturne anche se alcune sono comunemente osservabili di giorno anche in zone esposte, come lo stesso Paracentrotus o il riccio diadema. Molti ricci si nutrono principalmente di alghe che brucano ininterrottamente tutto il giorno, anche se non disdegnano animali morti o ancorati al substrato, mentre altri, come nei generi Echinus e Psammechinus, hanno una dieta più specializzata a base di spugne, cnidari o ascidie. L’attività di foraggiamento dei ricci di mare causa notevoli effetti sulla composizione e sulla dinamica delle comunità algali e del pool roccioso litorale, rendendo questi animali un elemento chiave nel mantenimento degli ecosistemi costieri e conferendo loro un importante ruolo ecologico.

Quando presenti ad elevata densità i ricci brucatori sono responsabili della formazione dei cosiddetti “barren grounds” o “urchin grounds” ovvero aree in cui predominano alghe calcaree incrostanti; viceversa, un declino nella popolazione o un prelievo di massa può portare ad una over-crescita di alghe erette. Nel caso di P. lividus, uno dei principali erbivori-brucatori del Mediterraneo, è stato dimostrato che una densità pari a circa quattro individui adulti per metro quadro può ridurre la copertura algale del 30-50%, mentre 11 esemplari per metro quadrato sono virtualmente in grado di eliminarla completamente.

Oltre a Paracentrotus lividus, nel Mediterraneo si trovano diverse specie di ricci regolari. Arbacia lixula è, con Paracentrotus, il riccio più comune; entrambi condividono l’habitat roccioso ma A. lixula, predilige le zone dove il declivio è ripido e lungo le pareti rocciose. Inoltre la sua notevole resistenza al moto ondoso gli permette di occupare preferibilmente zone più superficiali, dove l’infrangersi delle onde e la risacca sono evidenti.

Meno comune ma diffuso fino a pochi metri di profondità è il riccio di prateria Sphaerechinus granularis, di dimensioni maggiori rispetto ai due precedenti e dotato di una caratteristica livrea violacea con la punta degli aculei biancastra. Le pedicellarie di questa specie contengono una tossina (non pericolosa per l’uomo) che serve come arma da difesa e di attacco per eventuali piccole prede. A profondità maggiori, oltre i 20 metri, e su fondali corallini o leggermente fangosi è comune il riccio melone Echinus melo, caratterizzato da una teca quasi sferica e da una colorazione gialla-marroncina chiara.


Testi tratti parzialmente dalla collana “Atlante degli animali” del Corriere della Sera, anno 2006.





Gianluca Ferretti e Michela Sugni

 
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