
Il pitosforo è un grande arbusto di cui esistono varie specie: della Nuova Zelanda,del Giappone, della Cina e anche numerose specie dell’Africa, dell’Asia e dell’Australia. In Italia sono diffuse solo un paio di specie, la più comune è Pittosporum tobira che è originaria del Giappone e della Cina.
In natura, soprattutto nei luoghi di origine, hanno portamento arboreo e possono raggiungere anche i 20 metri di altezza. Se invece sono coltivati dall’uomo, raramente superano i 10 metri, anche nelle regioni caratterizzate da inverni piuttosto miti.
In Italia è coltivato soprattutto per ornamento come siepi compatte e dense lungo i litorali marini, nel Mezzogiorno, in Sardegna e in Sicilia.
Il pitosforo ha una crescita piuttosto lenta ed è molto longevo. Questi arbusti sopportano molto bene i terreni lungo i litorali e l'aria salmastra. Proprio per questi scopi sono state selezionate varietà nane o caratterizzate da fogliame variegato e con colorazioni particolari.
Il nome Pittosporum deriva dal greco "pitta = pece" e "sporos = seme" che significa "semi a rivestimento resinoso" per alludere al fatto che i semi di questo genere sono ricoperti da una sostanza appiccicosa simile alla resina.
Le foglie sono spatolate, spesso riunite in mazzetti ed hanno una colorazione verde molto scura e lucida, hanno anche un particolare odore pungente di resina.
In primavera i pitosfori producono piccoli fiori carnosi, di colore bianco, che divengono crema con il passare dei giorni; sono molto profumati e sbocciano riuniti in racemi o pannocchie.
Il pitosforo resiste alle concentrazioni di ammoniaca, non perde le foglie e non secca, nemmeno in presenza di livelli elevati di smog .
Dal romanzo "Le due città di Mario Soldati" propongo l'immagine dei pitosfori:
"... Qui, invece, una città senza portici e senza ritrovo: una moltitudine di famiglie solitarie, incomunicabili, rintanate seralmente ciascuna nel dubbioso tepore del proprio alloggio, e paghe del mezzo litro e del precoce e lunghissimo sonno. Mesi di pioggia e di venti, inverno ignaro di nebbia e di neve. I giardinetti lucidi e freschi di neri pitosfori, lungo la via Guattani, stillavano gocce viscide sul marciapiede di piastrelle di cemento..."
E per concludere la lettura della poesia di Eugenio Montale
"Vecchi versi"
Ricordo la farfalla ch'era entrata
dai vetri schiusi nella sera fumida
su la costa raccolta, dilavata
dal trascorrere iroso delle spume.
Muoveva tutta l'aria del crepuscolo a un fioco
occiduo palpebrare della traccia
che divide acqua e terra; ed il punto atono
del faro che baluginava sulla
roccia del Tino, cerula, tre volte
si dilatò e si spense in un altro oro.
.
Mia madre stava accanto a me seduta
presso il tavolo ingombro dalle carte
da giuoco alzate a due per volta come
attendamenti nani pei soldati
dei nipoti sbandati già dal sonno.
Si schiodava dall'alto impetuoso
un nembo d'aria diaccia, diluviava
sul nido di Corniglia rugginoso.
Poi fu l'oscurità piena, e dal mare
un rombo basso e assiduo come un lungo
regolato concerto, ed il gonfiare
d'un pallore ondulante
oltre la siepe
cimata dei pitòsfori. Nel breve
vano della mia stanza, ove la lampada
tremava dentro una ragnata fucsia,
penetrò la farfalla, al paralume
giunse e le conterie che l'avvolgevano
segnando i muri di riflessi ombrati
eguali come fregi si sconvolsero
e sullo scialbo corse alle pareti
un fascio semovente di fili esili.
Era un insetto orribile dal becco
aguzzo, gli occhi avvolti come d'una
rossastra fotosfera, al dosso il teschio
umano; e attorno dava se una mano
tentava di ghermirlo un acre sibilo
che agghiacciava.
Batté più volte sordo sulla tavola,
sui vetri ribatté chiusi dal vento,
e da sé ritrovò la via dell'aria,
si perse nelle tenebre. Dal porto
di Vernazza le luci erano a tratti
scancellate dal crescere dell'onde
invisibili al fondo della notte.
Poi tornò la farfalla dentro il nicchio
che chiudeva la lampada, discese
sui giornali del tavolo, scrollò
pazza aliando le carte -
e fu per sempre
con le cose che chiudono in un giro
sicuro come il giorno, e la memoria
in sé le cresce, sole vive d'una
vita che disparì sotterra: insieme
coi volti familiari che oggi sperde
non più il sonno ma un'altra noia; accanto
ai muri antichi, ai lidi, alla tartana
che imbarcava
tronchi di pino a riva ad ogni mese,
al segno del torrente, che discende
ancora al mare e la sua via si scava.
Fonti:
www.giardinaggio.it
wikipedia.org
www.agraria.org
www.ilsecoloxix.it