ECOLOGIA ED ENERGIA
aprile 2016
AVVENTURE A... SEI ZAMPE: VENTO DI PRIMAVERA
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Primavera. Per la natura (e anche per molte religioni), è tempo di rinascita, di cambiamenti importanti e dalla grande carica vitale. Ecco, allora stavolta parliamo un po’ di vite che cambiano. E, siccome questa è una rubrica cinofila, parliamo di quelle che cambiano grazie all’incontro con un cane. E di come cambiano. Ce ne sono molte, moltissime (praticamente tutte le vite dei padroni di cani che conosco sono cambiate da quando hanno un cane), ma tanto per cominciare… parto da me.

Quando ho preso Larika, ormai dieci anni fa all’età di trent’anni, non avevo animali domestici da qualche anno dopo un’infanzia allietata da una piccola cagnolina bianca e allegra e due gatte sagge (e molto pazienti con la cucciola a due zampe di casa…) e una giovinezza segnata dall’intensa, affettuosa e complicata convivenza con ben 9 gatti (eh, si… 9, fra casa e terrazzo… durante una vacanza in un paesino ligure ebbi la buona idea di raccogliere la loro giovanissima mamma che era ormai pelle e ossa e, visibilmente in difficoltà, non riusciva a partorire. Insomma… il risultato furono 8 “topini” cui feci da balia tutta l’estate e che si trasformarono presto in 8 pirati che scorrazzavano ovunque combinandone di tutti i colori e che, inutile dirlo, non abbandonarono più la nostra famiglia…).

Da quando ero andata a vivere da sola una decina d’anni prima non avevo preso animali domestici (forse avevo anche bisogno di una bella vacanza dai 9 gatti? ;-) . Scherzi a parte, studentessa di giurisprudenza prima e giovane professionista poi ero in quell’età in cui spesso i giovani conducono una vita molto intensa, per la maggior parte del tempo lontano dal proprio quartiere e dalle mura domestiche. E infatti quando presi Larika abitavo nella mia casa da una decina d’anni, ma non conoscevo praticamente nessuno nella mia zona e con i vicini di casa scambiavo a malapena due parole. Dopo sei mesi che era con me conoscevo tutti i negozianti, avevo fatto lunghe chiacchierate con tutti i miei vicini e avevo cominciato a conoscere un sacco di persone del vicinato, padroni di cani in primis naturalmente, ma non solo. Spesso si dice che i cani sono “veicoli di socializzazione”. Vero. Ma non è che io amici non ne avessi anche prima: avevo sempre ospiti per casa, passavo da una festa all’altra e non stavo mai ferma ne’ da sola un momento… La presenza del cane però mi ha portata come prima cosa a coltivare delle relazioni caratterizzate da due elementi specifici: prossimità geografica e quotidianità. Una rivoluzione copernicana nella mia socialità. Perché? Perché se invece di andare al supermercato alle otto di sera andavo in un negozio potevo unire l’utile al dilettevole, fare quattro passi con il cane (che ne avrebbe comunque avuto bisogno) e acquistare quel che mi serviva. Così spendevo di più? A volte, ma innanzitutto mi sono resa conto che non sempre al supermercato si risparmia e poi comprando un pochino tutti i giorni ho cominciato a buttare molta meno roba. Insomma alla fine della fiera, risparmiavo pure. Cos’altro è cambiato nella mia vita? Dover “portare fuori il cane” mi ha fatto prendere l’abitudine di ricavare in molte delle mie giornate una pausa a metà per poterlo fare. E col tempo mi sono resa conto che quella “mini vacanza” quotidiana contribuiva a ridurre moltissimo il mio stress. Ho ricominciato “magicamente” a passare del tempo camminando all’aria aperta e nella natura: dover portare il cane al parco o desiderare di offrirgli la possibilità di fare una gita nei boschi sono stati i semplici “incentivi” che hanno portato anche me a farlo. E a prenderci sempre più gusto; tanto da volerlo fare con regolarità e sempre più spesso.

Avresti potuto fare lo stesso anche senza il cane, direte voi. Verissimo. Ma, chissà perché, non era successo. E, chissà perché, accade lo stesso a migliaia di padroni di cani. Proviamo a capirci qualcosa? Partiamo dalla base: il cane ha bisogno di uscire a orari regolari e non solo perché deve fare i suoi bisogni, ma anche perché per vivere bene ha bisogno di fare moto regolarmente, di avere stimoli vari (su questo argomento abbiamo già detto negli articoli precedenti), di una routine che costituisca per lui/lei un punto di riferimento e di relazioni di valore sui cui poter contare (che non possono prescindere da una frequentazione, da una condivisione di momenti piacevoli e significativi). Ma… siamo sicuri di star parlando solo dei bisogni del cane? O piuttosto, magari con intensità e modalità un po’ diverse, questi non rappresentano anche alcuni dei nostri bisogni più profondi e che spesso accantoniamo a causa del “logorìo della vita moderna”? Ecco, io penso sia proprio così. Il cane fa da specchio del tutto naturalmente proprio a questa dimensione dell’essere umano, nei modi semplici e diretti che caratterizzano ogni suo comportamento e che tanto scaldano il cuore di coloro che condividono la propria vita con un quattro zampe.

Quando, parlando con qualche amica che cani non ne ha mai avuti, gli dico che “domani ho una cena con i padroni di cani della zona” di solito sgrana gli occhi: “Non ci credo, pure le cene organizzate?!?” stupita del fatto che la relazione “fra padroni di cani” possa andare oltre quattro chiacchiere insulse scambiate portando fuori il cane di corsa (magari con gli occhi sullo smartphone). Di solito la mia risposta è: “Con quante persone trascorri almeno due ore ogni giorno?” . Familiari conviventi e colleghi di lavoro (per chi ce lo ha) a parte per molti padroni di cani queste relazioni sono un momento di condivisione che va ben oltre il “portare a spasso il cane”. E se è pur vero che nelle relazioni non sempre la quantità (di ore condivise quotidianamente) va d’accordo con la qualità è anche vero che nel gruppo c’è sempre qualcuno con cui si è sulla stessa linea d’onda e con cui è possibile uno scambio autentico.

Una volta una collega d’ufficio, cui i cani non piacciono, mi disse, candidamente: “Io proprio non capisco perché complicarsi la vita così”. Mi fece riflettere. Perché, innanzitutto, non mi riconoscevo nell’espressione “complicarsi la vita” in riferimento alla gestione dei miei cani (e sì che soprattutto la lupetta Nina, che ormai si era unita alla nostra famiglia, di energie ne richiede molte, fisiche e mentali)? La mia sensazione era piuttosto quella di aver guadagnato qualcosa. Per utilizzare parole che non fossero connotate dalle componenti affettive che sarebbero risultate incomprensibili a una persona che non ha alcuna affinità con i cani parlai con la mia collega di una maggior qualità della vita. Incassò il colpo, poco convinta, e mi fece notare che avrei potuto ottenere lo stesso risultato coltivando l’orto o un giardino o facendo jogging in un parco. E se proprio volevo fare una gita in montagna… cosa me lo impediva? Tutte cose vere, ma, di nuovo, la mia esperienza era differente: il mio cambiamento era passato attraverso quella presenza, quella… relazione a sei zampe. Insomma “scendere il cane” era diventato per me, e può esserlo per tutti coloro che lo vogliono, un’occasione per riscoprire una parte importante di me, troppo spesso schiacciata da altre esigenze, e di coltivare quelle relazioni di prossimità e di vicinato di cui spesso si parla, ma che poi in realtà pochi hanno davvero la voglia e la costanza di far crescere e… fiorire. E allora, buona Primavera a tutti!

PS: a chi fosse interessato al tema della relazione uomo-cane su piani non strettamente etologici o razionali suggerisco caldamente la lettura di "Meglio un cane" di Gian Piero Quaglino (Raffaello Cortina Editore), un pessimo titolo per un libro molto piacevole che parla, con stile leggero e scorrevole, del cane e del suo rapporto con l'uomo attraverso l'analisi dei miti in proposito, presenti in moltissime culture.
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Satia Marchese Daelli (educatore cinofilo) Satia.md@gmail.com

 
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