NATURA
marzo 2016
SOPRAVVIVERE IN ACQUA
IL PANDA E GLI ANIMALI A RISCHIO DI ESTINZIONE
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I pesci sono generalmente minacciati dalle attività antropiche, siano esse la pesca industrializzata, l’inquinamento delle acque o varie forme di antropizzazione dei bacini idrografici. Sia gli oceani che le acque dolci sono oggi più che mai messi in pericolo dalle attività umane spesso inquinanti e distruttive nei confronti degli ecosistemi acquatici. Basti pensare che al mondo operano milioni di battelli da pesca industriale che spesso intaccano gli stock ittici oltre i limiti di ripresa naturale, e che annualmente il totale del pescato ammonta a circa a 70 – 75 milioni di tonnellate.
Un esempio di come l’uomo possa distruggere in tempi rapidissimi ciò che la natura ha custodito per milioni di anni è dato dall’affascinante storia del celacanto (Latimeria chalumnae), considerato una sorta di pesce fossile a causa della sua origine, che risale a più di 350 milioni di anni fa.

Note dal diario
Era la mattina del 22 dicembre 1938 quando la signora Maryore Courtenay - Latimer: annotò sul suo diario “era un giorno d'estate caldo e luminoso. Alle dieci e mezzo, il mio apparecchio telefonico, installato da poco, squillò per informarmi dell'avvenuto attracco del motopeschereccio a strascico Nerine che aveva numerosi esemplari per me. (...)” Andai sul ponte della Nerine e vi trovai un mucchio di piccoli squali, di spinaroli imperiali, di razze, di stelle marine e di pesci ratto. Dissi al vecchio: “Mi sembra che siano sempre gli stessi; forse per oggi lascerò perdere”. Ma allora, mentre stavo andandomene, scorsi una pinna blu e scostando gli altri pesci mi apparve il più bel pesce che avessi mai visto. Era lungo circa un metro e mezzo e di un color malva pallido tendente al blu con macchie argentee iridescenti. “E questo cos'è?” chiesi al vecchio. “Be' tesoro” rispose, “questo pesce ha cercato di mordere le dita del capitano mentre lo stava esaminando nella rete a strascico. Era stato tirato su con una tonnellata e mezzo di pesce oltre a tutti questi pescecani e il resto.” “Oh,” dissi. “Questo me lo porto di sicuro al museo…”.


Fu visto per la prima dalla signora Maryore Courtenay – Latimer, che rimase affascinata dall’insolito pesce, ne fece un disegno e lo spedì all’università di Grahamstown, in Sud Africa, all’attenzione del professor James L. Smith, allora ancora dedito all’insegnamento della chimica. Non appena ricevuto il disegno, il professore chiese alla signora Latimer di conservare in qualche modo il misterioso animale, ma la mancanza di adeguati mezzi fece sì che ne rimanesse solamente una parte dello scheletro, del cranio e della pelle con le squame. Nel marzo del 1939, Smith pubblicò la sua descrizione dell’animale che, in omaggio alla scopritrice, fu chiamato Latimeria, con la denominazione specifica di chalumnae, dal nome del piccolo fiume alla cui foce il pesce venne catturato. Furono inviati volantini con promesse di ricompensa in tutti i villaggi di pescatori del canale del Mozambico per chi avesse catturato un esemplare di questo misterioso pesce, ma fu necessario aspettare altri 14 anni perché il professor Smith potesse studiare un altro celacanto, questa volta pescato nei pressi delle isole Comore, nell'Oceano Indiano, al largo del Mozambico e nei pressi del Madagascar. Il grosso pesce, sconosciuto fino ad allora al mondo scientifico, era comunque già noto agli indigeni locali con il nome di cambessa; veniva mangiato, anche se non abitualmente, in salamoia e la pelle usata come carta abrasiva.

Successivamente a queste prime scoperte furono pescati altri esemplari di celacanto nelle acque delle isole Comore, dimostrando come in quelle zone vi fosse un'intera colonia, ma poco o nulla si sapeva sulle sue abitudini fino al 1987. In quell’anno un gruppo di ricercatori tedeschi capeggiato da Hans Fricke, docente di fisiologia del comportamento, servendosi di un batiscafo, riuscì a studiare il comportamento dell'animale nel suo ambiente naturale. Da quel momento l'équipe di Fricke cominciò a studiare in maniera approfondita questo particolare pesce, cercando di far luce sulle sue abitudini, sulla riproduzione e sul comportamento sociale, e cercando soprattutto di sensibilizzare l'opinione pubblica sull'incombente pericolo di estinzione che gravava allora e tutt’oggi minaccia questo misterioso pesce proveniente dalla preistoria.

Il celacanto è un pesce robusto, che dà l’impressione di essere dotato di una grande vitalità. Lungo più di 1,50 m, pesa dai 30 ai 40 kg. La femmina è più grossa del maschio, raggiunge infatti 1,70 m di lunghezza e pesa circa 80 kg. Il corpo è leggermente appiattito. Il dorso ha due pinne; la prima anteriore ha un aspetto normale, come nella maggior parte dei pesci; l’altra, che si trova in prossimità della coda, ha quel caratteristico aspetto di zampa che si ritrova anche nelle pinne ventrali. Di queste ultime solo la pinna anale è impari. Le pettorali e le pelviche sono pari e assomigliano tutte a una zampa; per molto tempo, a causa di questa somiglianza, gli scienziati pensarono che servissero a camminare sul fondo melmoso. Protetti dalle correnti marine e da eventuali nemici di grande stazza, questi pesci trascorrono l'intera giornata all'interno di grotte e anfratti, perfettamente mimetizzati con l'ambiente grazie alle macchie bianche che ricoprono il loro corpo, identiche alle piccole ostriche che tappezzano le pareti di lava. Queste macchie possono essere considerate come una “impronta digitale” per ciascun soggetto: infatti variano da individuo a individuo e la loro configurazione rimane tale sin dalla nascita. Nelle tane, i celacanti vivono in gruppi di tre o quattro individui. Al tramonto, lasciano le tane per spingersi a caccia di triglie e orate anche a 300 metri di profondità. Uno dei misteri ancora insoluti è come questo pesce riesca a orientarsi durante la notte e negli abissi. Gli scienziati ritengono che probabilmente la lava antica crei forme di magnetismo insolito, sfruttate dal celacanto, come se avesse una bussola naturale che gli indica la direzione.

La tecnica di caccia di questo pesce è abbastanza inconsueta: non appena una preda gli si para davanti, accelera di scatto il proprio movimento, l'afferra e l'inghiotte in un solo boccone. Anche le prede di maggiore grandezza non hanno via di scampo; il celacanto è dotato di una speciale articolazione tra le ossa del cranio, finora ritrovata in diversi pesci fossili ma in nessun animale vivente, che aumenta l'apertura della bocca e rafforza la stretta delle mascelle. Per risparmiare energia, il celacanto afferra solo i pesci che gli arrivano di fronte, con un'azione rapida e calcolata che gli è possibile grazie alla presenza, sull'estremità del capo, di un sensore detto organo rostrale. Quest'organo sembra essere in grado di percepire le piccole onde elettriche che un pesce emette quando nuota, consentendo al predatore di misurare la posizione e la velocità della preda. Il celacanto si è adattato a vivere in zone povere di cibo ed è riuscito ad abbassare il suo metabolismo sino a consumare pochissimo ossigeno, solo 3,8 ml per chilo di peso all'ora, che è davvero un limite estremo per un pesce. Basti pensare che il tonno, animale di pari dimensioni, ne consuma 484 ml e la trota, decisamente più piccola, ha bisogno di 42,5 ml.

Negli ultimi dieci anni il numero di celacanti esistenti nelle Comore, la zona che, insieme alle coste meridionali dell'Africa, è per le sue caratteristiche geologiche in grado di fornirgli un habitat idoneo, è notevolmente diminuito. Di pari passo è aumentato il numero di esemplari imbalsamati. Tra il 1994 e il 1995 la situazione si è ulteriormente aggravata, tanto che gli studiosi hanno lanciato un appello dalle pagine della rivista inglese Nature. Nel settembre 1998, questo grosso pesce preistorico ha però sorpreso tutto il mondo scientifico finendo nelle reti di un pescatore lungo la scarpata sommersa dell'isolotto vulcanico di Menado Tua, situato nel parco nazionale marino di Bunaken, nord Sulawesi in Indonesia, a più di 10.000 km dalle Comore. Ancora più recentemente è stato individuato nelle profonde acque di Sodwana Bay, in Sud Africa e nelle acque del Kenya. Sebbene i celacanti siano sopravvissuti per più di 350 milioni di anni, recenti indagini scientifiche mostrano che questo fossile vivente è ora minacciato di estinzione. La scoperta di una nuova popolazione nel nord Sulawesi fa sperare che il suo areale di distribuzione sia in realtà più esteso di quanto si potesse immaginare. La situazione però rimane critica (CR), poiché svariati esemplari vengono catturati accidentalmente dai pescatori locali a caccia di altre prede e le popolazioni di celacanto studiate sono comunque caratterizzate da un basso livello riproduttivo.

Nelle acque dolci il caso più eclatante a livello planetario è senz’altro l’immissione nelle acque del lago Vittoria in Africa orientale della perca del Nilo (Lates niloticus), che ha provocato in poco più di trent’anni l’estinzione o drastiche contrazioni demografiche di oltre la metà delle specie endemiche di ciclidi aplocromini, un gruppo di pesci presenti nel lago. L’impatto negativo di questo pesce sul lago Vittoria non ha riguardato però solo le estinzioni e gli impoverimenti a carico della comunità ittica indigena, drastici cambiamenti e danni consistenti sono stati infatti osservati a carico dell’intero sistema lacustre.

Nella fauna ittica europea un esempio di specie gravemente minacciata è lo storione (Acipenser sturio). Lo storione è uno dei più grandi pesci della fauna ittica europea che si riproducono nelle acque dolci dei fiumi; può misurare fino a 3,5 – 4 m di lunghezza per un peso di 250 kg. Il corpo è allungato e si presenta con una serie di cinque ossa cutanee in posizione longitudinale. La piccola bocca posta in posizione ventrale è caratterizzata dalla presenza di quattro barbigli sensitivi che servono all’animale per ispezionare il fondale e localizzare le prede. È una specie migratrice anadroma, cioè raggiunge la maturità sessuale in mare e risale i grandi fiumi per la riproduzione con migrazioni lunghe anche centinaia di chilometri. Un tempo diffuso lungo le coste di tutta l’Europa e del Nord America, attualmente è presente principalmente in Francia e nell’Europa orientale e sporadicamente in Italia. In passato questa specie, dal basso tasso riproduttivo, è stata oggetto di pesca sconsiderata da parte dell’uomo per la carne e le uova, servite come caviale, e la sua particolare vulnerabilità nei confronti dello sfruttamento commerciale lo ha portato a una situazione di grave minaccia (CR). Lo sfruttamento delle risorse idriche, con la costruzione di dighe e sbarramenti fluviali, limita o impedisce la riproduzione di questa specie ostacolando gli esemplari adulti nella risalita dei fiumi.


Testi tratti parzialmente dalla collana “Atlante degli animali” del Corriere della Sera, anno 2006


Gianluca Ferretti e Claudia Fontaneto

 
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