
Anche gli anfibi mostrano nella loro condizione generale lo stato di crisi di biodiversità in cui si trova il Pianeta, anche se è solo nel 1989, al primo congresso mondiale di Canterbury, che si è parlato per la prima volta di declino degli anfibi. Delle più di 5.700 specie fino a oggi conosciute il 33 % è considerato minacciato o estinto. I fattori che influenzano questo declino sono molteplici e tra loro interconnessi e includono i cambiamenti climatici, la distruzione degli habitat, un aumento delle radiazioni ultraviolette, l’inquinamento, l’incremento di alcune malattie e l’introduzione di specie alloctone invasive.
Con la deforestazione e la bonifica di molte zone umide per fornire terreni all’agricoltura, molti anfibi hanno visto sparire i loro habitat naturali andando incontro all’estinzione. Basti pensare che a causa del disboscamento negli Stati Uniti muoiono 14 milioni di salamandre all’anno.
Tra le cause dello status critico di minaccia di numerosi anfibi vi è anche l’aumento delle radiazioni ultraviolette UVB, in quanto è stato dimostrato in laboratorio che le uova degli anfibi esposte a queste radiazioni hanno un tasso di schiusa inferiore a quelle non esposte, e che in generale questo tipo di radiazioni produce problemi nello sviluppo e nella crescita degli anfibi.
Il discoglosso della Palestina (Discoglossus nigriventer) era presente lungo le sponde del lago Hula e nelle zone circostanti situate nel nord di Israele e in Siria. Le zone umide in cui questo anfibio viveva furono fortemente bonificate e drenate durante gli anni Cinquanta per creare terreni coltivabili per l’agricoltura e per debellare la malaria da quelle aree; degli originari 6.000 ettari di zone umide attualmente ne sono rimasti solamente 320 ettari, tutelati da una riserva naturale istituita nel 1964 per proteggere alcuni anfibi endemici, ma del discoglosso della Palestina non si hanno più notizie dal 1955, quando Steinitz, il ricercatore che nel 1943 aveva classificato la specie, lo vide per l’ultima volta.
Per quanto riguarda gli anfibi attualmente a rischio di estinzione si possono citare gli anfibi del genere Ambystoma, gli Axolotl, presenti in alcune zone umide del Messico. Questo gruppo di anfibi è stato inserito nella categoria IUCN (CR), gravemente minacciato, in quanto la loro attuale distribuzione è ormai ridotta solamente a una porzione di territorio estesa per meno di 10 km2 , con una elevata frammentazione e un continuo declino del numero di individui maturi. A decimare queste popolazioni sono state anche alcune immissioni di pesci predatori nel reticolo idrografico e la cattura di alcune specie di questo gruppo di anfibi a scopi alimentari.
In Italia, un accenno particolare va fatto al pelobate fosco (Pelobates fuscus insubricus), rospo endemico della Pianura Padana e del Canton Ticino. La specie è presente solo in aree planiziali e moreniche lungo le valli dei fiumi Po, Ticino e Oglio, caratterizzate da suoli sabbiosi o comunque soffici, in quanto la specie è di natura fossoria, trascorre cioè i periodi di inattività nascosta sotto terra, arrivando anche a circa un metro di profondità. In coincidenza di abbondanti piogge, nei mesi di marzo e aprile, viene allo scoperto per riprodursi.
Gli accoppiamenti avvengono in acqua, spesso in pozze o canali di scolo, nelle risaie o in vasche dismesse di uso agricolo. Le uova, aggregate in cordoni, vengono deposte sulla vegetazione acquatica o su massi sommersi e schiudono dopo circa una settimana. Mentre i girini si alimentano principalmente di sostanze vegetali, gli adulti predano attivamente insetti e lombrichi terrestri. L’esistenza di popolazioni di ridotte dimensioni e molto distanti tra loro per colpa della frammentazione degli habitat espone il pelobate a un grave rischio di impoverimento genetico e lo inserisce tra le specie a maggior rischio di estinzione presenti in Italia.
La critica situazione attuale in cui versa questo rospo è strettamente legata all’aumento degli insediamenti antropici nella parte occidentale della Pianura Padana e alla continua estensione delle terre coltivabili. In tempi recenti inoltre, un cambiamento nelle pratiche di coltivazione del riso ha modificato anche l’aspetto delle risaie in cui i rospi si riproducevano; molte sono state sostituite da campi di soia o semplicemente rese meno profonde e più regolari, eliminando così alcuni aspetti fondamentali per i siti riproduttivi del pelobate.
Tramite la collaborazione del WWF e quella di diverse riserve naturali del nord Italia, vi sono ora numerosi progetti a livello nazionale che si interessano della salvaguardia di questo piccolo rospo italiano, al ripristino ambientale degli habitat idonei e alla reintroduzione della specie.
Testi tratti parzialmente dalla collana “Atlante degli animali” del Corriere della Sera, anno 2006