
Per quanto riguarda gli uccelli marini, principale responsabile dell’attuale declino numerico è la pesca industriale effettuata con cavi lunghi anche decine di chilometri, nei cui ami gli uccelli rimangono impigliati e muoiono per annegamento.
Vi sono ben 22 specie di uccelli di mare minacciate di estinzione e di queste ben 17 sono albatri. Nonostante la tradizione abbia sempre associato a questi uccelli le anime dei marinai affogati, e quindi malasorte per chiunque ne uccideva uno, gli albatri non sono riusciti a scampare alle persecuzioni; in passato i naviganti li catturavano per variare la loro dieta monotona nei lunghi viaggi e attualmente finiscono per essere feriti o uccisi dalle reti da pesca.
Se i Paesi maggiormente interessati dalla pesca industriale non prendono dei seri provvedimenti e non aderiscono agli accordi di tutela internazionale, il Pianeta intero rischia di perdere, ancora una volta, in biodiversità.
Oltre a causa della pesca industriale con palanchi e reti a strascico, alcuni uccelli marini, come la berta minore delle Baleari (Puffinus mauretanicus), sono in una situazione critica a causa della loro ristretta distribuzione solo su particolari isole e dalla immissione in questi fragili ecosistemi di animali arrivati con l’uomo, quali ad esempio i gatti, capaci di aumentare esponenzialmente la pressione predatoria soprattutto nei confronti dei giovani nidiacei.
La berta delle Baleari è tipicamente mediterranea, ma con una distribuzione più occidentale e con una più spiccata tendenza a disperdersi a ovest lungo le coste atlantiche dell'Europa e dell'Africa settentrionale. Il suo areale di nidificazione è limitato al Mediterraneo occidentale, in particolar modo alle Isole Baleari, dove la sua popolazione è stimata in 10.000 o 12.000 individui, con poco più di 3.000 coppie nidificanti, la maggior parte delle quali a Ibiza. Al di fuori del periodo riproduttivo si disperde nell'Atlantico, dal Marocco alle isole britanniche e nel Mediterraneo fino alle coste del vicino oriente.
Un altro uccello che ha attraversato un terribile declino negli ultimi anni è l’ibis eremita (Geronticus eremita); diffuso originariamente in Europa meridionale, in Medio Oriente e in nord Africa, attualmente è limitato ai dirupi di montagna di alcune zone del Marocco e della Siria, dove il declino è andato peggiorando negli ultimi 20 anni. E’ una specie gregaria e vive in gruppo durante tutto l’anno.
In particolare nella stagione invernale si possono aggregare da pochi individui sino a oltre un centinaio. Quando si spostano da una zona ad un’altra, ad esempio da quella di riposo a quella di alimentazione, volano con la classica formazione a V. La specie si nutre principalmente di piccoli animali invertebrati, scovati con il lungo becco tra le rocce e sotto le foglie. La ricerca di cibo può avvenire singolarmente oppure in gruppo.
Per la nidificazione coloniale sono utilizzati dirupi in ripide vallate protette e inaccessibili; il nido è costruito con ramoscelli, erbe e paglia ed è il maschio a scegliere l’area ideale, comunicando poi con particolari richiami alla femmina la sua disponibilità all’accoppiamento. Solitamente i nidi distano tra loro circa 15 cm. Le uova sono incubate per 3 - 4 settimane e i giovani ibis sono indipendenti dopo circa 50 giorni.
Probabilmente la situazione attuale è frutto di una particolare vulnerabilità di questa specie nei confronti di cambiamenti avvenuti nella disponibilità alimentare e nel clima; ad esempio è stato osservato che un clima eccessivamente secco determina una elevata mortalità tra i giovani. Uno spiraglio di fiducia può però arrivare dai vari progetti di tutela e di conservazione di questa specie attuati in Marocco che stanno dando risultati soddisfacenti.
Il chiurlottello (Numenius tenuirostris) è la specie di uccello europeo che più di tutte rischia l’estinzione; si stima infatti che in tutto il mondo ce ne siano al massimo 270 esemplari. Sono pressoché inesistenti le informazioni circa le sue abitudini ed esigenze ecologiche e anche sulle cause della sua progressiva scomparsa. In effetti, fin dalla sua scoperta, questa specie si dimostrò assai misteriosa e nel contempo rara. Venne descritto per la prima volta dal Vieillot nel 1817 da un esemplare raccolto in Egitto, ma dovettero passare ben 97 anni prima che un nido certo di chiurlottello venisse trovato.
Era il 9 maggio del 1914 quando l’ornitologo-raccoglitore Ushakov, dopo anni di intense ricerche, finalmente ricevette da un cacciatore una femmina di chiurlottello e informazioni su un nido con quattro uova, raccolte in una piccola zona umida a circa 12 km a sud del villaggio di Tara, nella Siberia occidentale. Il 16 maggio Ushakov si recò sul posto, trovò il nido, lo fotografò e prese le misure delle uova che il nido conteneva. In quel momento certamente Ushakov non poteva sapere che sarebbero state le uniche foto e misure di un nido di chiurlottello rese note nella storia dell’ornitologia. Successivamente Ushakov proseguì le sue ricerche terminandole nel 1924 col ritrovamento di 14 nidi e 20 adulti in un’area sempre vicino Tara.
Da allora non si ha nessuna altra notizia sulla nidificazione, nulla di certo e documentato esiste sulle reali zone di riproduzione. Nonostante siano davvero pochi e limitati i dati relativi alle nidificazioni, il materiale sulla migrazione è invece ampio e ben distribuito; sembra, infatti, che la specie fosse addirittura la più comune del genere Numenius dell’area paleartica occidentale.
Ma già nei primi anni Quaranta si inizia a notare un certo declino e rarefazione della specie, che attrae da un lato l’attenzione degli ornitologi europei, ma dall’altro anche dei collezionisti. Probabilmente una interconnessione di cause di origine sia naturale che antropica ha portato questo uccello a divenire suo malgrado un altro simbolo di un mondo che cambia sempre più in fretta.
Esempio eclatante di come il comportamento lesivo dell’uomo nei confronti dell’ambiente possa avere tragiche conseguenze è lo sterminio del dodo (Raphus cucullatus). Questo massiccio uccello, di cui sono pervenuti alcuni resti ossei e i racconti dei primi esploratori, fu scoperto nel 1507 nell’isola Mauritius in pieno Oceano Indiano, ma ebbe vita breve, in quanto già nel 1680 si estinse.
Lo strano dodo aveva piumaggio cinerino, becco nero sfumato di rossiccio e pesava circa 23 kg. Le sue ali erano ridotte a monconi, tanto che l’uccello, non potendo difendersi con il volo, venne sterminato dai marinai che lo uccidevano per mangiarlo, riuscendo a cacciare anche 50 esemplari per volta.
Alla sua estinzione contribuirono anche le immissioni di gatti, maiali, ratti e scimmie che potevano tranquillamente accedere ai nidi collocati a terra, ma fondamentalmente è rimasto vittima della persecuzione umana.
Testi tratti parzialmente dalla collana “Atlante degli animali” del Corriere della Sera, anno 2006