
Più del 12% delle specie di uccelli sono considerate minacciate, in quanto le loro popolazioni hanno subito drastici declini numerici o la loro attuale distribuzione è localizzata in piccole aree del nostro Pianeta.
Tra queste 1.213 specie minacciate, su un totale di 9.917 di specie di uccelli, 179 sono considerate in grave rischio (CR) e 344 come minacciate (EN).
Il rischio di minaccia non è però distribuito omogeneamente su tutte le famiglie, cioè sui vari gruppi sistematici che compongono gli uccelli, ma vi sono alcune famiglie particolarmente in pericolo, come gli albatri, i pappagalli, i fagiani, i piccioni e le gru.
L'allarme sull'impoverimento della fauna volatile terrestre arriva da tutti gli ecosistemi terrestri, dalle zone umide ai deserti, dalle zone continentali alle piccole isole, ma l’ambiente naturale che ospita i tre quarti delle specie minacciate è la foresta pluviale tropicale, di cui annualmente vengono distrutti circa 13 milioni di ettari.
La minaccia più grave per l’avifauna è rappresentata dalla distruzione e dal degrado dell'habitat, identificata come causa principale per l'87 % di questi animali. A seguire, tra gli elementi che minacciano gli uccelli, vi sono la caccia, il prelievo diretto e l’introduzione di specie estranee, responsabili dell'estinzione di 50 delle 150 specie estinte dal 1500 ad oggi.
Quasi tutti gli habitat frequentati dagli uccelli hanno subito alterazioni più o meno massicce: le praterie sono state arate o convertite a pascolo di bestiame, le paludi sono state prosciugate e bonificate e le foreste sono state incendiate o tagliate. Per quanto riguarda gli ambienti insulari, le specie introdotte dall’uomo, come per esempio cani, gatti, ratti e manguste, sono state la peggior minaccia per gli uccelli autoctoni, che si erano evoluti per migliaia di anni senza pressioni predatorie.
Al momento dell’immissione di predatori estranei all’isola, gli uccelli non sono stati in grado di fronteggiare l’invasione di questi inusuali nemici: le uova venivano divorate, e così pure i nidiacei, e gli esemplari adulti di quelle specie che avevano perso nel corso dell’evoluzione la capacità di volare.
Ad esempio, lo scricciolo dell’isola di Stephen (Xenicus lyalli) si estinse nel 1894, in seguito alla pressione predatoria attuata dal gatto del guardiano del faro. L’isola si trova nello stretto di Cook, in Nuova Zelanda e si estende per soli 2,6 chilometri quadrati. Lo scricciolo possedeva su quest’isola il più piccolo territorio naturale mai posseduto da qualsiasi uccello ed era il solo passeraceo non in grado di volare. Il gatto del guardiano del faro scoprì la specie e distrusse l’intera popolazione nel giro di pochi mesi, causando così l’estinzione della stessa.
Ma non è solo l’immissione di predatori diretti a causare l’estinzione di alcune specie presenti unicamente in determinate isole, ma anche l’introduzione da parte dell’uomo di erbivori, quali capre e conigli, che possono essere altrettanto distruttivi per i cambiamenti che inducono nella vegetazione brucandola. Oggi ci si sforza a non introdurre più predatori nelle isole e in alcuni luoghi sono state prese misure per sradicare totalmente gli invasori, ma specie introdotte in passato minacciano ancora l’esistenza di alcuni uccelli, come accade nell’isola di Guam nel Pacifico, dove il serpente bruno degli alberi è ritenuto essere il responsabile del collasso di tutte le popolazioni di uccelli di bosco, come il pigliamosche (Myiagra freycineti), specie endemica dell’isola.
Allo stesso modo in Madagascar alcuni pesci esotici hanno causato il declino delle ninfee e di altre piante acquatiche, mettendo a rischio criticamente la nidificazione e la sopravvivenza del tuffetto del Madagascar (Tachybaptus pelzelni). Anche la predazione da parte dell’uomo è considerata una minaccia per l’avifauna, sia essa la caccia per il cibo (uccelli e uova), per le piume e in alcuni casi per esemplari da museo e da collezione. L’estinzione nel 1899 del mamo delle Hawaii (Drepanis pacifica) è avvenuta per la caccia sconsiderata a cui era sottoposto per via delle sue piume gialle brillanti del dorso, come dimostra l’uccisione di ben 80.000 esemplari per confezionare il manto regale di Kamehameha I.
Il commercio internazionale di uccelli selvatici dalle livree colorate rappresenta ancora oggi una forte minaccia per alcune specie, ma risulta difficile da controllare per i forti interessi economici in gioco.
Negli ultimi anni le maggiori perdite di varietà di uccelli si sono verificate in Asia (in particolare nel Borneo e a Sumatra), dove le foreste tropicali umide di pianura stanno scomparendo rapidamente, e tre specie di uccelli su quattro dipendono dalle foreste.
Le specie indonesiane a rischio di estinzione, tra cui molte di pappagalli e cacatoa endemici, sono 118, il numero più elevato tra tutti i paesi del mondo. Segue il Brasile, dove le specie in pericolo sono 115, a causa soprattutto dell''espansione delle città e delle fabbriche, con una riduzione del 90% della foresta pluviale atlantica brasiliana. Ciò che resta ospita circa 950 specie di uccelli, 55 delle quali endemiche e in pericolo. L'eccessivo sfruttamento, poi, mette in pericolo 52 delle 388 specie di pappagalli esistenti. In ordine di pericolosità segue poi l'introduzione, deliberata o accidentale, di specie non native, che interessa all'incirca il 28 % delle specie a rischio.
Anche in pieno Oceano Pacifico le cose non vanno meglio. Nell'arcipelago delle Hawaii, predatori e malattie importati si sono aggiunti ai problemi legati alla perdita di habitat e hanno fatto sparire più della metà delle oltre 100 specie di uccelli endemici. Opossum, topi e altri mammiferi introdotti in Nuova Zelanda negli ultimi 200 anni hanno distrutto la diversità un tempo abbondante legata all’avifauna, che si era evoluta per oltre 80 milioni di anni senza predatori naturali.
I comuni volatili campestri dell'Europa occidentale si sono ridotti del 57 % tra il 1980 e il 2003, e il declino viene in buona parte attribuito all'agricoltura intensiva. L'avvelenamento diretto dovuto all'uso di fertilizzanti e pesticidi non è la sola causa: i prodotti chimici hanno contaminato le zone umide usate dagli uccelli acquatici migratori e gli inquinanti organici persistenti (ad esempio i residui di DDT, le diossine e i bifenili policlorurati) si accumulano nella catena alimentare provocando deformità, incapacità riproduttiva ed epidemie. Risale ormai agli anni Sessanta la scoperta che più di 20 specie di uccelli in Europa e in America settentrionale registravano disastrose diminuzioni nel tasso di riproduzione causate dalla deposizione di uova malformate o rotte.
Nel caso del falco pellegrino (Falco peregrinus), predatore posto all’apice della catena alimentare, si erano ritrovati alti livelli di inquinamento da DDT che interferivano con i processi biochimici della femmina per la formazione del guscio delle uova. Queste apparivano fragili e si rompevano con facilità anche con i consueti urti che avvenivano durante l’incubazione, causando inevitabilmente la morte del piccolo all’interno.
Con la messa al bando del DDT e di altri idrocarburi clorurati, le popolazioni di falco pellegrino e di altri uccelli hanno cominciato una graduale ripresa, ma ormai nuove classi di prodotti chimici minacciano ancora una volta la fragilità degli ecosistemi naturali. Ulteriore freno nella salvaguardia degli uccelli in via d’estinzione è che la maggior parte di essi vive in Paesi in via di sviluppo, nei quali i finanziamenti per la conservazione passano giustamente al secondo posto rispetto ai bisogni della popolazione, ed è perciò improbabile che molte specie vengano salvate quando arrivano a un punto critico.
È invece importante, anche in questo campo, svolgere opere di prevenzione e quindi iniziare le misure di conservazione prima che il processo di estinzione si ponga in atto, evitando la frammentazione degli habitat e tutelando il patrimonio naturale a 360 gradi.
Testi tratti parzialmente dalla collana “Atlante degli animali” del Corriere della Sera, anno 2006