ECOLOGIA ED ENERGIA
ottobre 2015
QUALE FUTURO PER I MAMMIFERI? (3° PARTE)
IL PANDA E GLI ANIMALI A RISCHIO DI ESTINZIONE
foto Il leopardo delle nevi possiede un pelo molto spesso, color grigio fumo picchiettato di piccole macchie e puntini scuri. Ha anche una lunga e grossa coda, che gli serve principalmente per mantenere l'equilibrio, e un sottopelo fitto, lanuginoso che gli permette di affrontare le lunghe stagioni fredde tipiche del clima montano. Anche la sua cavità nasale è molto ampia, per permettere all'aria inalata di riscaldarsi prima di passare nei polmoni. I suoi arti posteriori sono lunghi mentre quelli anteriori sono più corti per permettergli di fare grandi salti.

Questa specie vive tra le alte montagne dell'Asia centrale, generalmente tra i 3.000 e i 4.500 metri di altitudine, in un ambiente secco, roccioso, ricco di arbusti e praterie. Ha abitudini prevalentemente notturne o crepuscolari. Le sue prede abituali sono le pecore selvatiche e le capre, tuttavia, vivendo in un terreno di montagna, le prede sono scarse e il leopardo allora si ciba anche di cervi, giovani yak, asini selvatici e bestiame allo stato brado; è in grado di catturare prede tre volte più pesanti. Ha bisogno di una grossa preda ogni 10 - 15 giorni, ma non rappresenta un pericolo per l’uomo. E' dotato di vista e udito assai sviluppati e quando percepisce la presenza umana, cautamente si allontana.

Nonostante questa diffidenza nei confronti dell’uomo il leopardo delle nevi non è stato in grado di sfuggire alla feroce caccia attuata in passato per la sua pelliccia. Negli ultimi anni questo tipo di commercio a livello internazionale è notevolmente diminuito, ma la specie è ancora seriamente minacciata.

Una delle minacce principali è rappresentata dal fatto che i mandriani stanno ormai trasferendo le loro greggi nei territori del leopardo. Il bestiame domestico compete con le pecore e le capre selvatiche a causa dalla scarsità di pascoli e questo spinge le prede selvatiche in altre zone. In assenza delle prede abituali, i leopardi iniziano a predare il bestiame d’allevamento, provocando la reazione dei pastori che non esitano ad uccidere i felini.

I leopardi delle nevi vengono uccisi illegalmente anche per le loro ossa, che vengono usate nella medicina tradizionale cinese al posto delle ossa di tigre come componenti di pomate “miracolose”. Inoltre le trappole sistemate per catturare altri animali da pelliccia danneggiano anche il leopardo delle nevi. Una volta catturati, vengono spesso uccisi dai cacciatori per il loro mantello. Attualmente l'intera popolazione mondiale è rappresentata da non più di 7.000 esemplari.



Le cinque specie di rinoceronti odierne sono le discendenti delle oltre 30 specie che vivevano sulla Terra più di 60 milioni di anni fa. I rinoceronti si trovano solo in Africa e in Asia, e tutte le specie sono in pericolo di estinzione secondo diversi gradi di minaccia. La richiesta da parte dell'uomo del corno di rinoceronte come medicinale tradizionale in estremo oriente o come materiale per manici di pugnali nello Yemen ha dato luogo a un intenso bracconaggio.

Non restano oggi che poco più di 12.000 rinoceronti allo stato libero in tutto il mondo, mentre alla fine degli anni Sessanta se ne stimavano 100.000.
Tutte e tre le specie di rinoceronti asiatici sono sull'orlo dell'estinzione: il rinoceronte indiano (Rhinoceros unicornis) e il rinoceronte di Giava o della Sonda (Rhinoceros sondaicus), ambedue con un solo corno, e il rinoceronte di Sumatra (Dicerorhinus sumatrensis); quest'ultimo è il più piccolo dei rinoceronti (1,10 - 1,40 metri al garrese) ed è l'unico con il corpo ricoperto parzialmente di peli. Anticamente erano diffusi in tutta l'Asia meridionale e sud - orientale, ma si trovano oggi soltanto in piccole aree isolate.

Gli ultimi rinoceronti indiani, circa 2.400 individui, si trovano oggi nelle riserve paludose in India nord - orientale, in Buthan e in Nepal, oltre che in Bangladesh e in Pakistan dove è stato reintrodotto. Nonostante l’indole tranquilla che sembra i rinoceronti possano avere, uno studio approfondito delle loro abitudini evidenzia sorprese inaspettate. Per esempio, durante il periodo del calore le femmine mostrano un comportamento sessuale particolare: emettono urina e il loro respiro si fa affannoso; producono anche un particolare verso simile a un fischio ritmato. Il tutto capita ogni 46 – 48 giorni e si prolunga per 24 ore.

Le femmine raggiungono la maturità sessuale a 3 anni, mentre i maschi sono in grado di riprodursi solo a 7 – 9 anni; il periodo di gestazione dura circa 462 – 489 giorni. Alla fine dà alla luce un cucciolo di 65 kg. I neonati si presentano senza corno, al suo posto vi è una piastra ovale e brillante che comincia a sollevarsi leggermente dopo 5 settimane dalla nascita. Affinché i piccoli possano crescere con regolarità è necessario che la madre li allatti giornalmente con 20 – 25 litri di latte; al termine del primo anno di vita il peso è decuplicato.

I rinoceronti di Giava e di Sumatra preferiscono le fitte foreste pluviali. Quello di Giava sopravvive con una popolazione di appena 40 - 60 individui nel Parco nazionale di Ujung Kulon all'estremità occidentale di Giava. Del rinoceronte di Sumatra restano circa 300 esemplari, diffusi in piccole popolazioni sparse su Sumatra, nel Borneo, nella penisola Malese, in Birmania e forse in Thailandia.
Il declino dei rinoceronti asiatici è dovuto principalmente all'eccessiva richiesta del corno.

L'ultimo rinoceronte in Cina fu ucciso più di 1000 anni fa. La medicina tradizionale cinese usa il corno di rinoceronte per curare la febbre e altri malanni come epilessia, malaria, avvelenamenti e ascessi. Le popolazioni di rinoceronti sono così ridotte e frammentate che l'estinzione le minaccia fortemente, anche a causa del basso numero di adulti riproduttori. Altra minaccia è la distruzione dell'habitat.
Altre due specie, ambedue con due corni, vivono invece in Africa: il rinoceronte nero (Diceros bicornis) e il rinoceronte bianco (Ceratotherium simum).

Il rinoceronte nero ha una particolare conformazione del labbro superiore “a gancio” che gli permette di tirare i ramoscelli in bocca per poi strapparli a morsi tramite i forti molari. Il rinoceronte bianco è il tipico abitatore della savana africana, è il più grande dei rinoceronti e può raggiungere il peso di 2,3 tonnellate. È quasi esclusivamente un pascolatore e la presenza di un cuscinetto labiale superiore ampio, largo e duro gli permette di pascolare molto vicino al terreno. Placidi e socievoli, questi rinoceronti si trovano in piccoli branchi con coppie madri – figli e con fino a 7 giovani. I maschi maturi, di indole solitaria, difendono il loro territorio tramite esibizioni ritualizzate, combattendo con i corni.

Sui mercati orientali, il corno dei rinoceronti africani viene pagato da 2 a 3 dollari al grammo, ma quello dei rinoceronti asiatici, più compatto, arriva a costare da 22 a 66 dollari al grammo. Tuttavia, la richiesta per usi medici non è l'unica minaccia per i rinoceronti. Nello Yemen, un manico di corno di rinoceronte intagliato su una “jambiya”, il tradizionale pugnale ricurvo, è uno “status symbol” per gli uomini. La ricchezza portata dal petrolio ha fatto aumentare questa moda degli anni Settanta, contribuendo all'uccisione del 90 % dei rinoceronti in Kenya, Tanzania e Zambia, e alla loro estinzione in altri 7 paesi. Sembra che le importazioni di corno di rinoceronte nello Yemen siano diminuite negli ultimi anni.

Dalla fine degli anni Ottanta la Namibia prima e poi lo Zimbabwe hanno iniziato l'operazione del taglio dei corni ai rinoceronti precedentemente narcotizzati. In principio questa pratica sembrava essere un deterrente contro il bracconaggio, ma purtroppo a medio e lungo termine sembra inefficace. Prima di tutto i corni ricrescono di alcuni centimetri all'anno, poiché sono di cheratina come le unghie, e l'operazione deve essere ripetuta ogni 2 - 3 anni con costi elevati. Inoltre i bracconieri che seguono per giorni le tracce di un animale, uccidono lo stesso un individuo senza corno per evitare di seguirne di nuovo invano le tracce. Infine, sembra che la mancanza del corno comprometta le performance riproduttive dei maschi, in quanto meno competitivi nelle lotte pre - nuziali.

L’elefante asiatico (Elaphas maximus) può superare i 3 metri di altezza e pesare oltre 5 tonnellate. Le sue orecchie sono piccole ed è dotato di una unica estremità prensile sulla punta della proboscide. Le zanne sono piccole e assenti nelle femmine o non sporgono oltre le labbra; anche i maschi possono essere privi di zanne. Gli elefanti raccolgono il cibo con la punta della proboscide, aiutandosi con le zanne e le zampe anteriori per portarlo alla bocca.

I giovani imparano varie tecniche per la raccolta del cibo tramite l’imitazione e la pratica. Vivono in società matriarcali, costituite dalla madri con i loro neonati e dalle femmine giovani, tutte unite sempre da legami di parentela. I giovani maschi vagano in bande di scapoli, mentre un maschio dominante si accoppia con le femmine adulte del branco. Questa specie di elefante può essere addomesticata, e ogni generazione nuova di elefanti da lavoro viene catturata in natura per essere utilizzata nell'industria del legname e nel trasporto di persone e merci o per le cerimonie religiose.

Più che dal bracconaggio, questa specie è minacciata dalla perdita dell'habitat, che frammenta e isola le rimanenti popolazioni selvatiche. Sopravvivono un numero di individui selvatici compreso tra i 38.000 e 49.000, oltre a circa 16.000 addomesticati in vari Paesi, soprattutto in Thailandia, India, Birmania e Laos. Gli elefanti asiatici necessitano di un ambiente ombreggiato; la conservazione delle foreste è perciò determinante per la loro sopravvivenza.

Le iniziative di conservazione includono l'istituzione di riserve apposite, la severa applicazione delle leggi nazionali di protezione e il mantenimento di corridoi ecologici fra le foreste per facilitare le migrazioni. Occorre anche riuscire a minimizzare i conflitti fra gli uomini e gli elefanti, quando questi ultimi danneggiano i raccolti o quando piccole mandrie si trovano isolate e circondate da insediamenti umani.


Testi tratti parzialmente dalla collana “Atlante degli animali” del Corriere della Sera, anno 2006
Gianluca Ferretti e Claudia Fontaneto

 
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