NATURA
gennaio 2015
IL CIPRESSO
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I cipressi sono gli alberi tipici dei cimiteri, perché le loro radici scendendo a fuso nella terra in profondità, invece che svilupparsi in orizzontale al contrario delle querce e degli altri alberi a chioma larga, non danno luogo a interferenze con le sepolture circostanti.
Il cipresso è una pianta utilizzata nei terreni privi o poveri di humus, come frangivento e spesso come riferimento per delimitare i confini.
Una volta venivano piantati agli incroci delle strade in funzione di segnali e fiancheggiavano i viali d’ingresso delle abitazioni di rilievo.

I cipressi sono alberi sempreverdi le cui le foglie sono strettamente addossate le une alle altre . Il colore delle foglie è molto scuro nel cipresso diffuso in Italia (Cupressus sempervirens), ma in altre specie è più chiaro e persino verdazzurro (Cupressus arizonica). Può raggiungere dimensioni rilevanti, anche fino a 30 metri.
I frutti, sono dei coni legnosi, tondeggianti, divisi in un certo numero di squame che si separano a maturità. E' una conifera con foglie non aghiformi che sono a forma di piccolissime scaglie; le sue pigne sono globose (galbuli), con squame non embricate.
Il legno dei cipressi ha un forte odore pepato, simile a quello del cedro e del ginepro; il che agisce da repellente per vari insetti dannosi. E' utilizzato soprattutto per arredi esterni come porte, infissi, persiane, piani di calpestio e per arredi interni come armadi, cassepanche e pavimenti ed anche per costruzioni navali.

Il cipresso per l'antica Grecia era l’albero di Ade, il dio dei morti. Poiché il cupo fogliame del cipresso esprime malinconia e dolore, i sacerdoti di Ade con le foglie facevano delle corone e le applicavano anche sulle vesti duranti i sacrifici. L’origine mitologica del Cipresso è narrata nel mito greco di Ciparisso. Apollo, il dio del sole, si era invaghito della bellezza del giovane Ciparisso, che aveva per compagno un cervo addomesticato. Mentre un giorno si esercitava con l’arco, Ciparisso colpì mortalmente il cervo. Tanta era la sua disperazione da implorare a sua volta la morte. Apollo, commosso dal dolore del suo amato, lo trasformò in un albero al quale dette il nome di “Cipresso”, e che diventò da allora il simbolo del lutto e dell’accesso all’eternità.

Nella Bibbia all’olivo spettò l’onore di annunciare il ritiro delle acque ed il ritorno della vita sulla terra, ma il compito di salvare la vita fu affidato soltanto al cipresso. Infatti l’Arca di Noè era di legno di cipresso, unico considerato all’altezza di superare una prova così ardua.
In Italia settentrionale il cipresso si trova per lo più sulle rive dei laghi dove le condizioni climatiche ne favoriscono la crescita.

Da evidenziare nel comune di Fontegreca nel Casertano la presenza di una cipresseta di 70 ettari che si trova ad un'altezza di 400 metri sul livello del mare. Questa cipresseta viene segnalata fin dal 1506, é conosciuta come “il bosco degli Zappini”. La cipresseta è un bosco spontaneo unico in Europa, si estende al di sopra di Fontegreca fino alla vallata del fiume Sava. In Italia non ci sono altri boschi naturali di cipresso e le cipressete non spontanee più ampie sono localizzate in Italia centrale, soprattutto in Toscana vicino a Firenze, Siena e Pisa.

Tutti conoscono sicuramente la poesia di G. Carducci che qui di seguito riproponiamo, in omaggio a questo albero che caratterizza in modo così singolare il paesaggio di alcune regioni dell'Italia centrale


Davanti a San Guido
I cipressi che a Bólgheri alti e schietti
Van da San Guido in duplice filar,
Quasi in corsa giganti giovinetti
Mi balzarono incontro e mi guardâr.

Mi riconobbero, e - Ben torni omai -
Bisbigliaron vèr me co 'l capo chino -
Perché non scendi? perché non ristai?
Fresca è la sera e a te noto il cammino.

Oh sièditi a le nostre ombre odorate
Ove soffia dal mare il maestrale:
Ira non ti serbiam de le sassate
Tue d'una volta: oh, non facean già male!

Nidi portiamo ancor di rusignoli:
Deh perché fuggi rapido così
Le passere la sera intreccian voli
A noi d'intorno ancora. Oh resta qui!

Bei cipressetti, cipressetti miei,
Fedeli amici d'un tempo migliore,
Oh di che cuor con voi mi resterei -
Guardando io rispondeva - oh di che cuore!

Ma, cipressetti miei, lasciatem'ire:
Or non è più quel tempo e quell'età.
Se voi sapeste!... via, non fo per dire,
Ma oggi sono una celebrità.

E so legger di greco e di latino,
E scrivo e scrivo, e ho molte altre virtù;
Non son più, cipressetti, un birichino,
E sassi in specie non ne tiro più.

E massime a le piante. - Un mormorio
Pe' dubitanti vertici ondeggiò,
E il dì cadente con un ghigno pio
Tra i verdi cupi roseo brillò.

Intesi allora che i cipressi e il sole
Una gentil pietade avean di me,
E presto il mormorio si fe' parole:
Ben lo sappiamo: un pover uomo tu se'.

Ben lo sappiamo, e il vento ce lo disse
Che rapisce de gli uomini i sospir,
Come dentro al tuo petto eterne risse
Ardon che tu né sai né puoi lenir.

A le querce ed a noi qui puoi contare
L'umana tua tristezza e il vostro duol;
Vedi come pacato e azzurro è il mare,
Come ridente a lui discende il sol!

E come questo occaso è pien di voli,
Com'è allegro de' passeri il garrire!
A notte canteranno i rusignoli:
Rimanti, e i rei fantasmi oh non seguire;

I rei fantasmi che da' fondi neri
De i cuor vostri battuti dal pensier
Guizzan come da i vostri cimiteri
Putride fiamme innanzi al passegger.

Rimanti; e noi, dimani, a mezzo il giorno,
Che de le grandi querce a l'ombra stan
Ammusando i cavalli e intorno intorno
Tutto è silenzio ne l'ardente pian,

Ti canteremo noi cipressi i cori
Che vanno eterni fra la terra e il cielo:
Da quegli olmi le ninfe usciran fuori
Te ventilando co 'l lor bianco velo;

E Pan l'eterno che su l'erme alture
A quell'ora e ne i pian solingo va
Il dissidio, o mortal, de le tue cure
Ne la diva armonia sommergerà.

Ed io - Lontano, oltre Appennin, m'aspetta
La Tittì - rispondea -; lasciatem'ire.
È la Tittì come una passeretta,
Ma non ha penne per il suo vestire.

E mangia altro che bacche di cipresso;
Né io sono per anche un manzoniano
Che tiri quattro paghe per il lesso.
Addio, cipressi! addio, dolce mio piano!

Che vuoi che diciam dunque al cimitero
Dove la nonna tua sepolta sta? -
E fuggìano, e pareano un corteo nero
Che brontolando in fretta in fretta va.

Di cima al poggio allor, dal cimitero,
Giù de' cipressi per la verde via,
Alta, solenne, vestita di nero
Parvemi riveder nonna Lucia:

La signora Lucia, da la cui bocca,
Tra l'ondeggiar de i candidi capelli,
La favella toscana, ch'è sì sciocca
Nel manzonismo de gli stenterelli,

Canora discendea, co 'l mesto accento
De la Versilia che nel cuor mi sta,
Come da un sirventese del trecento,
Piena di forza e di soavità.

O nonna, o nonna! deh com'era bella
Quand'ero bimbo! ditemela ancor,
Ditela a quest'uom savio la novella
Di lei che cerca il suo perduto amor!

Sette paia di scarpe ho consumate
Di tutto ferro per te ritrovare:
Sette verghe di ferro ho logorate
Per appoggiarmi nel fatale andare:

Sette fiasche di lacrime ho colmate,
Sette lunghi anni, di lacrime amare:
Tu dormi a le mie grida disperate,
E il gallo canta, e non ti vuoi svegliare.

Deh come bella, o nonna, e come vera
È la novella ancor! Proprio così.
E quello che cercai mattina e sera
Tanti e tanti anni in vano, è forse qui,

Sotto questi cipressi, ove non spero,
Ove non penso di posarmi più:
Forse, nonna, è nel vostro cimitero
Tra quegli altri cipressi ermo là su.

Ansimando fuggìa la vaporiera
Mentr'io così piangeva entro il mio cuore;
E di polledri una leggiadra schiera
Annitrendo correa lieta al rumore.

Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo
Rosso e turchino, non si scomodò:
Tutto quel chiasso ei non degnò d'un guardo
E a brucar serio e lento seguitò
Giosuè Carducci

FONTI:
wikipedia.org
caiazzorinasce.net
mitiemisteri.it
giardini.biz
grechigiardini.it
arsia.toscana.it

Foto: Anna Zacchetti
Anna Zacchetti

 
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