rivista on-line mensile
anno venticinquesimo - LUGLIO 2026
registrata presso il Tribunale di Milano
n.330 del 22/05/2007
NATURA
novembre 2014
IL PANDA E GLI ANIMALI A RISCHIO DI ESTINZIONE (PARTE QUINTA)
IL PANDA GIGANTE UNA QUESTIONE DIBATTUTA
Quando padre Armand David portò a conoscenza del mondo scientifico occidentale il panda gigante, classificò questa nuova specie con il nome di Ursus melanoleucus, letteralmente: orso nero e bianco, mettendo in evidenza una certa affinità con gli orsi e attribuendolo così alla famiglia degli Ursidi. Non passò nemmeno un anno che Alphonse Milne–Edwards, collega di David e futuro direttore del museo di storia naturale di Parigi, esaminando il materiale scheletrico proveniente dalla Cina arrivò alla conclusione che il panda gigante fosse più affine all’allora già conosciuto panda minore o panda rosso (Ailurus fulgens), appartenente alla famiglia dei Procionidi, e che la somiglianza con gli orsi non era nient’altro che un retaggio del passato, cioè un ricordo della discendenza da un antenato comune tra gli Ursidi e i Procionidi. Venne così cambiato il nome scientifico del panda gigante, che diventò Ailuropoda melanoleuca, per meglio sottolineare la sua stretta parentela con il panda minore. Successivamente, per quasi cent’anni si è cercato di attribuire una corretta collocazione sistematica al panda gigante e di capire se fosse una specie più affine agli Ursidi o ai Procionidi; a seconda delle caratteristiche morfologiche, comportamentali, anatomiche che venivano considerate per studiare il panda si ottenevano alternativamente come risultato finale le due posizioni sistematiche iniziali. È solo a partire dagli anni ‘80 che è stata fatta una maggiore chiarezza dei rapporti filogenetici del panda maggiore, cioè del grado di parentela con gli animali ad esso affini, attraverso l’utilizzo di tecniche molecolari e genetiche. Nel 1983 un gruppo di studiosi americani fu interpellato dallo zoo di Washington per determinare la paternità di un cucciolo nato da Ling–Ling, uno dei due panda ospitati nello zoo. La questione della paternità era sorta per una serie di circostanze alquanto bizzarre: nonostante parecchi anni di convivenza tra la femmina di panda Ling–Ling e il suo compagno Hsing–Hsing, i due non si era mai accoppiati e quindi si decise di inseminare artificialmente Ling–Ling con lo sperma di Chia–Chia, residente nel Giardino zoologico di Londra. Fu solo 24 ore prima dell’inseminazione prefissata che i due animali residenti a Washington decisero di accoppiarsi per la prima volta, ma per aumentare le probabilità di fecondazione si decise comunque di procedere anche con l’inseminazione artificiale. Alla nascita del cucciolo (che morì poche ore dopo il parto), la paternità fu comunque accertata confrontando alcune proteine prelevate da campioni di tessuto del cucciolo con quelle prelevate dai due possibili padri. La paternità fu attribuita a Hsing–Hsing e fu questo primo approccio molecolare che stimolò gli studiosi nell’utilizzo di metodi di indagine genetica per ottenere informazioni precise sulla genealogia del panda, cioè sulle sue origini, sulla sua discendenza e sul grado di parentela con gli animali ad esso affini. Dopo svariate ricerche e confronti con gli Ursidi da una parte e i Procionidi dall’altra si riuscì finalmente a dare la giusta collocazione sistematica al panda gigante: esso appartiene alla famiglia degli Ursidi e deriva da una linea evolutiva che si distaccò dalla linea principale degli Ursidi circa 20 milioni di anni fa, mentre la linea evolutiva che portò alla formazione dei Procionidi si distaccò fra 35 e 40 milioni di anni fa partendo da un antenato carnivoro in comune tra orsi e procioni. Attualmente si ritiene che il panda gigante appartenga alla famiglia degli Ursidi, ma per evidenziare talune caratteristiche che lo distinguono dagli altri orsi (ad esempio non va in letargo) è stato inserito nella sottofamiglia degli Ailuropodini.
Testi tratti parzialmente dalla collana “Atlante degli animali” del Corriere della Sera, anno 2006