NATURA
aprile 2014
GLI UCCELLI DI MARE : IL GABBIANO
fotoLa famiglia Laridae comprende tutte le specie di gabbiani diffuse nel mondo. I gabbiani sono uccelli marini che adattandosi a differenti stili di vita, hanno forma e dimensioni molto eterogenei, passando dal piccolo gabbianello (Larus minutus) lungo fino a 28 centimetri e con un’apertura alare di massimo 70 centimetri, al mugnaiaccio (Larus marinus) che arriva ad una lunghezza di 74 centimetri e un’apertura alare di 166 centimetri. Le specie più grandi hanno un becco robusto e leggermente adunco, mentre in quelle più piccole questo ha forma più slanciata; il piumaggio è bianco nella regione inferiore mentre sul dorso tende al grigio più o meno scuro fino al nerastro. Becco e zampe sono in prevalenza gialli o rosso vivo, ma possono variare sia all’interno della stessa specie che durante l’anno. Sono ottimi volatori, ma tendenzialmente restano in vicinanza delle coste o a volte si spingono sulla scia dei pescherecci per procurarsi il cibo più facilmente; spesso si avventurano nell’entroterra seguendo i fiumi o raggiungendo le discariche a cielo aperto delle grandi città. Una volta finita la stagione degli amori, il gabbiano tridattilo (Rissa tridactyla) si spinge in mare aperto, trasvolando dalle coste britanniche a quelle canadesi.
Il gabbiano è tendenzialmente una specie monogama e la coppia resta fedele per tutta la vita; la nidificazione avviene solitamente su cenge o pareti rocciose costiere, alcune specie optano per le paludi interne.
Molti gabbiani mutano la livrea durante l’inverno. In base alla livrea estiva è possibile riconoscere due gruppi principali: i gabbiani che hanno il capo ricoperto da un piumaggio completamente bianco e quelli, invece, che possiedono un cappuccio, in genere nero, che durante l’inverno scompare quasi totalmente, lasciando sul capo solo un collare scuro sopraorbitale.
Al primo gruppo appartengono specie come il gabbiano reale (Larus argentatus), il gabbiano probabilmente più comune e più diffuso al mondo,e lo zafferano (Larus cuscus), che nidifica nel nord e nell’est d’Europa e che compie grandi migrazioni seguendo i fiumi europei per trascorrere il periodo invernale in Africa. Alcune specie hanno, invece, una distribuzione circumpolare, come per esempio il gabbiano glauco (Larus hyperboreus).

Tra i gabbiani del secondo gruppo si trovano le specie più agili e più minute. In Europa la specie più diffusa è il gabbiano comune (Larus ridibundus), le cui popolazioni più settentrionali svernano nelle aree centro-meridionali europee; in America le specie corrispondenti sono il piombino (Larus atricilla), il gabbiano di Franklin (Larus pipixcan) e il gabbiano di Bonaparte (Larus philadelphia).
Altre due specie completamente differenti nell’aspetto, tanto da appartenere a due generi a sé stanti, sono: il gabbiano polare o di Ross (Rhodostethia rosea) che nidifica nelle regioni artiche nel nord-est della Siberia e in Nord America e che è riconoscibile per le penne rosee sul capo e sul ventre e per il collare nero nella livrea estiva al posto di un cappuccio completo. E infine il gabbiano d’avorio (Pagophila eburnea) diffuso nelle regioni artiche e dalla livrea completamente bianca.

Pur essendo cosmopoliti, i gabbiani sono maggiormente diffusi nell’emisfero settentrionale; numerosi alle latitudini temperate e sub-temperate, la presenza dei gabbiani diminuisce nelle regioni tropicali.
Molte popolazioni di gabbiani sono diventate stanziali a causa della presenza ormai pressoché costante di fonti di cibo disponibili dovute alla presenza dell’uomo. Vi sono tuttavia molte specie che continuano a percorre le loro rotte migratorie. Una di queste è il gabbiano di Sabine (Xema sabine) che ha una distribuzione circumpolare durante la stagione della nidificazione e che al termine dell’estate attraversa l’Oceano Atlantico e quello Pacifico per svernare al largo delle coste africane e sudamericane.

Nella mitologia degli indios Lilloet della ex Colombia britannica, il gabbiano era in origine il proprietario della luce del giorno che egli custodiva in una scatola e che conservava gelosamente.

I gabbiani simboleggiano l’inquietudine come riportato nei versi della poesia Gabbiani di Vincenzo Cardarelli:

Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino la pace.
Io son come loro,
in perpetuo volo.
La vita sfioro
com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch’essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.

Artemidoro ne Il libro dei sogni li descrive in maniera inquietante:
“ i gabbiani, le folaghe e tutti gli altri uccelli marini conducono i naviganti all’estremo pericolo, ma non li fanno morire. Agli altri uomini indicano etère e mogli bellicose oppure imbroglioni rapaci e senza scrupoli, che svolgono il loro lavoro nell’acqua o per mezzo dell’acqua. Annunciano inoltre che non ritroveranno le cose perdute poiché essi divorano tutto quanto afferrano”.

Alla famiglia dei gabbiani appartiene anche la gavina (Larus canus) che presenta zampe di color verde-giallo e becco verdastro; i naviganti le consideravano le anime dei marinai morti in mare in condizione di peccato o senza sepoltura. Questa credenza era talmente radicata che in Bretagna molti operai si rifiutavano di andare a costruire i fari sugli isolotti deserti dove erano diffuse le gavine.

Il grande favolista greco Esopo, vissuto nel VI a.C., scrisse un racconto dal titolo Il pipistrello, il rovo e il gabbiano:
“Un pipistrello, un rovo e un gabbiano fecero società dedicandosi al commercio. Il pipistrello ottenne del denaro in prestito e lo mise in comune; il rovo prese con sé delle stoffe; il terzo socio, il gabbiano, ci mise del rame; poi s’imbarcarono. Si scatenò una violenta tempesta che fece colare a picco la nave. I tre neomercanti riuscirono a salvarsi raggiungendo la terraferma, ma persero tutto il carico. Da allora il gabbiano è sempre in agguato sugli scogli per vedere se, da una parte o dall’altra, il mare gli restituisca il rame; il pipistrello, temendo le rimostranze dei creditori, di giorno si nasconde ed esce di notte per cercare un po’ di cibo; quanto al rovo, si aggrappa ai vestiti dei passanti per vedere se si tratti della sua stoffa”.

Esopo così commenta il suo racconto: “ La favola mostra che noi finiamo sempre col tornare a quel che ci preme”.



Testi tratti parzialmente dalla collana “Atlante degli animali” del Corriere della Sera, anno 2006
Foto archivio redazione
Gianluca Ferretti
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