Il Mare nostrum in deficit:l’impronta ecologica supera la biocapacità del Mediterraneo
Presentati i risultati di uno studio sulle tendenze dell’impronta ecologica del Mediterraneo che che ha impegnato il Global Footprint Network per due anni

Organizzata dal Global Footprint Network e l'UNESCO, con la Fondazione MAVA, si è tenuta presso la sede di Venezia dell'UNESCO la conferenza internazionale "Protezione e competitività per il Mediterraneo”.
Lo studio mostra come l’aumento del deficit ecologico abbia dirette implicazioni non solo sullo stato del mare e sull’equilibrio ecologico in generale, ma anche sull’economia dei paesi costieri.
Secondo i relatori, la crisi finanziaria e l'attenzione alle riforme economiche hanno messo in secondo piano il problema del deficit ecologico della regione mediterranea, area di notevole importanza in termini geopolitici ed economici. Una valutazione puntuale del deficit ecologico della Regione e delle implicazioni che tale deficit comporta in termini di sicurezza economica a lungo termine, può rappresentare uno strumento utile a orientare le scelte future e invertire la tendenza attuale.
Il primo giorno della conferenza, lo scorso 1 ottobre, è stato dedicato all’esame del Rapporto.
I paesi del Mediterraneo hanno quasi triplicato la loro domanda di risorse naturali rinnovabili e dei servizi ecologici dal 1961 a oggi. Questo implica la dipendenza da approvvigionamenti esterni, con conseguenze dirette sulla sicurezza degli approvvigionamento stessi e sull' instabilità dei prezzi.
Gli accordi di partenariato con nazioni che dispongono di riserve ecologiche non sono risolutivi: l’aumento della concorrenza per accaparrarsi risorse naturali, sempre più limitate e richieste, mette in posizione critica i paesi con minore potere d'acquisto, rendendo la situazione complessiva problematica e instabile.
In sintesi, queste le conclusioni della relazione:
la domanda supera l'offerta. In meno di 50 anni la regione mediterranea ha quasi triplicato le richieste di risorse e servizi ecologici: il deficit ecologico è aumentato del 230 per cento;
la domanda di risorse è collegata al reddito del paese e dei cittadini. Più il reddito complessivo è alto, tanto maggiore è la domanda di risorse e servizi ecologici e il consumo pro capite. Tre soli paesi hanno assorbito, nel 2008, più del 50 per cento del totale: Francia, 21%; l'Italia, 18%, Spagna, 14%. Anche in altri paesi, qualche anno fa considerati paesi riserva, si registrano inversioni di tendenza. È il caso dell’Algeria, Libia, Marocco, Siria, Tunisia e Turchia passati da paesi riserva nel 1961 a paesi attualmente in deficit ecologico. Un peggioramento complessivo riguarda un po’ tutti i altri paesi del Mediterraneo, anche se in modo variabile. Agli opposti Cipro, con il record della crescita del deficit, e la Giordania, con il tasso minore. Il Montenegro resta forse l'unico creditore ecologico nella regione, ma i dati forniti non sono completi e in ogni caso anche se la sua riserva si sta riducendo;
i più grandi debitori ecologici della regione mediterranea, sempre al 2008, ossia i cinque paesi con il più alto deficit ecologico totale, sono l'Italia, Spagna, Francia, Turchia ed Egitto;
il Portogallo [paese che non si affaccia sul Medeiterraneo, ma che è stato incluso nel rapporto perchè la sua economia è strettamente legata a questa area] è stato l'unico paese nella regione del Mediterraneo ad aver sensibilmente ridotto il suo deficit ecologico negli ultimi anni (-18% tra il 1998 e il 2008), ma il disavanzo pro capite del paese è ancora superiore alla media regionale;
l’impronta ecologica totale della regione mediterranea ha superato la biocapacità locale, la capacità degli ecosistemi di fornire risorse e servizi, di oltre il 150 per cento.
Il secondo giorno della conferenza, a invito, è stato dedicato a esplorare come le conclusioni dello Studio possano risolversi in risposte attive: da interventi politici mirati fino alle riforme dei sistemi di istruzione.
Da un lato, quindi, approcci sistemici dei governi; dall’altro azioni per un “one-planet thinking”, cioè per favorire la diffusione di un pensiero unico e condiviso sul Pianeta, attraverso programmi educativi e campagne di sensibilizzazione per mobilitare i responsabili politici e la società civile.