NATURA
ottobre 2012
C2. IL GIPETO
fotofoto: Mattia Brambilla



Il gipeto (Gypaetus barbatus, Linnaeus 1784) è un uccello di dimensioni enormi, con un'apertura alare di 2,7 metri, superiore anche a quella dell'aquila reale. L'adulto può raggiungere una lunghezza di 110-115 cm (la sola coda, a forma di cuneo, misura 42–44 cm) con un peso di 5–7 kg.
Ha una caratteristica "barbetta" nera ed un piumaggio particolare: negli uccelli selvatici, la colorazione biancastra delle piume del collo e del petto assume tonalità rosso-brune per effetto di una singolare abitudine a compiere bagni in terra umida ricca di ferro. Gli animali che vivono in cattività mantengono invece il colore originario. L'iride è gialla ed è circondata da un anello perioculare membranoso di colore rosso che diventa particolarmente evidente nei momenti di eccitazione.
La dieta del gipeto è del tutto singolare, consistendo principalmente di ossa di carcasse animali. Grazie ad una gola elastica, riesce ad inghiottire anche tutte le ossa di un'intera colonna vertebrale di un bovino; le ossa più lunghe, prima di venire ingerite, vengono trasportate in volo e lasciate cadere su rocce prescelte da un’altezza di 50-80 metri, fino a ridurle alla misura desiderata. Le ossa sono ricche di principi nutrizionali ed allo stesso tempo sono una risorsa non digeribile per gli altri necrofagi. Il gipeto, pertanto, non ha praticamente concorrenza nella ricerca del cibo.
Il gipeto si ciba quindi, quasi esclusivamente di carcasse di animali, di cui utilizza in particolare le ossa (circa il 90% della dieta). L'ampia apertura della bocca, la parete dell'esofago indurita da cheratina e l'assenza di gozzo, permettono all'animale di inghiottire ossa anche di 20-30 cm di lunghezza. Il gipeto è inoltre dotato di succhi gastrici altamente acidi, in grado di sciogliere i sali minerali contenuti nelle ossa.
Molte altre specie di rapaci, che non presentano questa caratteristica, sono costretti a rigettare le ossa delle loro prede producendo le cosiddette borre.
Come detto in precedenza le ossa più grosse vengono spezzate dagli adulti lasciandole cadere in volo su particolari placche rocciose e poi recuperate con estrema agilità e facilità. La scelta delle rocce usate può essere occasionale, ma alcuni studiosi spagnoli riferiscono che ogni coppia dispone di alcuni "rompitoi" fissi con superficie liscia, a forte pendenza, esposti a correnti ascensionali che ne facilitano il sorvolo. Questo è un comportamento innato che i giovani attuano fin dai primi voli, inizialmente senza conoscerne il significato, poi in modo sempre più preciso, anche senza la presenza dei genitori.
Questo tipo di alimentazione richiede, naturalmente, un'elevata disponibilità di carcasse. Nelle zone in cui si attua l'allevamento allo stato brado tutto l'anno il gipeto basa la propria alimentazione sulle carcasse di bestiame domestico; invece nelle zone montane, dove le condizioni climatiche non consentono l'allevamento di bestiame all'aperto durante tutto l'anno, la fonte principale di cibo è costituita dalle carcasse di ungulati selvatici.
Il consumo giornaliero di cibo di una coppia si aggira intorno agli 800-1000 g, quantità che aumenta fino a 1,5 kg durante il periodo di allevamento di un giovane; quindi il fabbisogno annuo si aggira intorno ai 420 kg, pari a circa 52 carcasse all'anno per coppia. Queste abitudini alimentari spiegano la necessità di occupare territori con estensioni che raggiungono anche i 300 km².
Conseguenza importante dell'essersi specializzato a nutrirsi in prevalenza di ossa è che il gipeto ha ridotto la competizione con gli altri necrofagi. Poiché un comportamento aggressivo verso gli altri animali non porterebbe alcun vantaggio, il gipeto presenta un atteggiamento rinunciatario anche nei confronti di commensali di dimensioni minori rispetto alle sue (gracchi e corvi): quando arriva su una carcassa tende ad essere molto cauto e all'arrivo di un altro animale (anche conspecifico) si allontana.
L'attività del gipeto, a differenza di altri avvoltoi o di altri rapaci, è evidente fin dalle prime ore del giorno; come altri veleggiatori (pellicani e cicogne) non utilizza solo le grandi masse di aria calda in ascesa (le "termiche"), ma anche le correnti dette "di pendio", provocate dalla deflessione del vento da parte di ostacoli, e le correnti "d'onda" che gli ostacoli provocano sottovento. È un ottimo volatore sia in spazi aperti ad elevate quote che a pochi metri dal suolo quando compie voli di perlustrazione alla ricerca di carcasse.
Un gipeto adulto spende tre quarti o più del tempo diurno in volo alla ricerca di cibo.
L'agilità e la capacità di compiere acrobazie in spazi ristretti è dovuta alla forma delle ali strette e lunghe e alla coda a forma di cuneo che consente una notevole manovrabilità.
La diversità del gipeto rispetto agli avvoltoi si manifesta anche in alcuni dettagli del volo: esso, ad esempio, non necessita della lunga rincorsa per il decollo tipica degli avvoltoi, ed in picchiata è abile come l'Aquila reale. Infine un'azione non rara e facilmente osservabile nel volo del gipeto consiste in certi colpi d'ala battuti verso il basso con le sole punte: sono usati in modo singolo o intermittenti durante il volo planato.
Anche le abitudini riproduttive del gipeto sono insolite: esso si riproduce generalmente in coppia come qualsiasi uccello, ma a volte anche in un gruppo di tre, consistente di due maschi ed una femmina. Entrambi i maschi si accoppiano con la femmina, e tutti e tre accudiscono al nido e restano insieme per tutta la stagione riproduttiva. La ragione di questo comportamento non è nota, ma una teoria è che sia più facile la difesa del nido per due maschi.
La competizione per un antro adatto alla nidificazione è ardua, perciò spesso il gipeto occupa nidi lasciati liberi dalle aquile reali. La femmina depone generalmente due uova, che si schiudono ad una settimana di distanza tra loro, ma l'involo avviene solo per il primo e più grande dei pulcini, il secondo viene soppresso quasi subito dal fratello per non dover condividere lo scarso cibo. L'unico scopo di un secondo uovo è di avere una riserva in caso dovesse accadere qualcosa al primo. Il gipeto è piuttosto longevo (20–25 anni in natura, fino a 40 in cattività) ed è caratterizzato da un ciclo riproduttivo lungo. La riproduzione occupa, infatti, la maggior parte dell'anno, dall'autunno, con la preparazione del nido, fino all'abbandono del territorio da parte dei giovani quando gli adulti iniziano le parate nuziali per un nuovo ciclo.
Ogni coppia è monogama ed occupa un territorio che può raggiungere anche i 300 km² di estensione. Al suo interno possono essere presenti uno o più nidi, utilizzati alternativamente; la rotazione avviene probabilmente per evitare che un eventuale danno al nido (occupazione, crollo) comporti una mancata riproduzione della coppia.
In autunno, dopo le parate nuziali, la coppia inizia a frequentare il nido, solitamente costruito con rami secchi e lana, in ampie cavità o su cenge lungo pareti rocciose. La deposizione avviene fra gennaio e febbraio, e ogni coppia depone solitamente due uova (tondeggianti, di color crema, con macchie e punteggiature) a 4–7 giorni di distanza l'una dall'altra.
La cova, che dura 55–60 giorni, inizia subito dopo la deposizione del primo uovo ed è effettuata per la maggior parte del tempo dalla femmina, anche se spesso il maschio le dà il cambio restando sul nido per 2–3 ore al giorno.
La schiusa avviene in marzo, periodo in cui si ha solitamente un'abbondante disponibilità di cibo. Con lo scioglimento delle nevi, infatti, vengono alla luce le carcasse degli ungulati selvatici morti durante il periodo invernale.
Nei piccoli, subito dopo la schiusa, si manifesta un comportamento particolare: il cosiddetto "cainismo". Si tratta, in pratica, di un fenomeno di dominanza del primo nato sul fratello più giovane; sovente il secondo nato non riesce ad ottenere cibo e muore per stenti entro 24–26 ore dalla schiusa. In alcuni studi comportamentali, è stato notato che il primo nato, anche se apparentemente sazio, continua a prendere il cibo portato dai genitori, impedendo così al fratello di alimentarsi; solo in pochi casi è stato, però, osservato un vero e proprio comportamento aggressivo come quello che si riscontra nelle aquile.
Non sembra che questo comportamento sia determinato dalla scarsità di cibo (anzi, più i piccoli sono sazi più sono aggressivi), ma è innato e si manifesta in tutte le nidiate. Si pensa che il secondo nato abbia semplicemente la funzione di riserva trofica nel caso in cui il fratello non abbia un normale sviluppo. Dopo la schiusa i genitori rimangono al nido, alternandosi nella ricerca del cibo che viene portato ai piccoli con gli artigli. All'inizio i pulli si cibano esclusivamente di carne e solo dopo 7-8 giorni ingeriscono le prime piccole ossa. La permanenza degli adulti al nido diminuisce col passare del tempo.
Dopo l'involo i giovani rimangono per circa due settimane in una zona circostante il nido. Dopo un mese sono già in grado di compiere lunghi spostamenti e accompagnano in volo i genitori.
Il gipeto sparì dalle Alpi intorno alla fine del 1800, quando le sue fonti principali di nutrimento, le ossa di ungulati, diventarono sempre più scarse. Il rapace fu anche oggetto di una persecuzione diretta, in quanto erroneamente ritenuto colpevole della predazione di agnelli e, addirittura, di bambini, cosa in realtà alquanto improbabile.
La reintroduzione iniziò negli anni '70, seguendo un programma a lungo termine attentamente studiato che coinvolse Svizzera, Austria, Francia, Germania ed Italia; il programma, ancora in atto, è articolato in diverse fasi principali, tra le quali, allevamento, messa in libertà, monitoraggio degli esemplari reintrodotti e sensibilizzazione della popolazione umana nei confronti di questa specie.

foto: Mattia Brambilla
Testi tratti parzialmente dalla collana “Atlante degli animali” del Corriere della Sera, anno 2006
Gianluca Ferretti

 
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