EDITORIALE
dicembre 2009
L'Italia è con l'acqua alla gola.
Il governo ha posto ed ottenuto la fiducia (320 sì e 270 no) sul decreto salva-infrazioni comunitarie che conteneva anche la riforma dei servizi pubblici locali, l'acqua compresa.
Il decreto Ronchi, ( Andrea, sia chiaro, nulla a che vedere con l’omonimo Edo) , contiene l'attuazione di una serie di obblighi comunitari in scadenza per il ritardato o non corretto recepimento della normativa europea nell'ordinamento italiano.
Tra gli argomenti affrontati: l'obbligo di consegna ai centri di raccolta dei pezzi usati asportati al momento della riparazione dalle imprese di autoriparazione, il funzionamento dell'Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie, la gestione dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, l’ etichettatura, la presentazione e la pubblicità dei prodotti alimentari, la promozione delle imprese e delle innovazioni tecnologiche finalizzate alla protezione dell’ambiente e alla riduzione delle emissioni, l'individuazione di risorse per il Numero di emergenza unico europeo, i controlli in materia di sicurezza alimentare, i sistemi di misura installati nelle reti di trasporto del gas, l'adeguamento alla disciplina comunitaria in materia di servizi pubblici locali di rilevanza economica e le norme sul Made in Italy.
In mezzo a questo eterogeneo e gigantesco elenco è inserita una norma che all’articolo 15 prevede che la quota di capitale in mano pubblica nelle società di gestione dei servizi di rilevanza economica in materia di rifiuti, trasporti, energia elettrica e gas, acqua, scenda sotto il 30%, a favore dei privati che avranno il restante 70% , rendendo di fatto obbligatorie gare per l'affidamento dei servizi da parte degli enti locali: il tutto entro tre anni. Ferma restando la proprietà pubblica delle reti.
Contrari i partiti di opposizione, mentre La Lega ha cercato di salvarsi la faccia facendo approvare un odg con cui chiede che il governo tenga conto, in sede di emanazione dei regolamenti attuativi della riforma dei servizi pubblici locali, che la gestione in economia,“in house”, potrebbe essere vantaggiosa per i cittadini ovvero che “il governo si impegni a tener conto di specifiche condizioni di efficienza … con riferimento in particolare al settore idrico … rispetto ad altra forma di gestione”
Tutto ciò con buona pace del federalismo regionale che ne esce colpito e mutilato, giacché molte regioni si stavano muovendo in senso esattamente opposto.
Si veda ad esempio Il Consiglio regionale Lombardo che, non più tardi del gennaio di quest’anno, si era espresso alla unanimità contro la privatizzazione delle reti dell’acqua potabile ed a favore della pubblica gestione dell’acqua e ciò a fronte della iniziativa di 144 comuni lombardi che si erano opposti al contenuto della legge 133 del 2008 con la quale si chiedeva ai comuni di mettere le reti sul mercato, anche in presenza di gestioni economicamente e socialmente efficienti.
Si veda inoltre la Giunta regionale pugliese che ha recentemente riconosciuto (21 ottobre u.s.) l’acqua quale bene pubblico dell’umanità ed ha dato il via ad iniziative miranti alla ripubblicizzazione dell’intero sistema idrico.
E tutto ciò mentre esiste una proposta di legge di iniziativa popolare, firmata da oltre 500.000 cittadini, che chiede anch’essa la ripubblicizzazione del servizio idrico nazionale.

Da parte delle associazioni dei consumatori la risposta, già annunciata, sarà il referendum abrogativo, motivato tra l’atro da stime sui maggiori costi attesi; dice il CODACONS che” se nel 2009 una famiglia media italiana spenderà 268 euro,considerando un consumo medio annuo di 200 metri cubi d’acqua , tra tre anni quella stessa famiglia spenderà in media 348 euro all’anno”.
Gli 80 euro in più sono generati dalla necessità, per i privati, di fornire una attività che sia per loro remunerativa: I consumatori quindi “finiranno per pagare non solo il costo, ma anche il profitto del privato”.
Concludiamo facendo nostro l’incipit contenuto nella delibera approvata dalla Giunta Pugliese.
”L’acqua è un bene essenziale ed insostituibile per la vita. Pertanto la disponibilità e l’accesso all’acqua potabile necessaria per il soddisfacimento dei bisogni collettivi, costituiscono un diritto inviolabile dell’uomo, un diritto universale, indivisibile che si può annoverare fra quelli di riferimento previsti dall’articolo due della Costituzione”.
Sergio Saladini

 
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