ottobre 2009
Nucleare: dall'illusione all'imbroglio
Che l’energia elettrica prodotta con i nuovi impianti nucleari che si faranno in Italia sarà più costosa dell’energia convenzionale è ormai sospettato anche tra gli addetti ai lavori. Ma il dubbio resterà ragionevolmente fino al 2020, anno in cui si “conteranno i morti”.
Già, perché al 2020, da una parte dovrà essere riscontrato il target 20-20-20, che per l’Italia significa: 20% di riduzione consumi, 17% di fonti rinnovabili e 13% di taglio alle emissioni di CO2 con base al 2005. Dall’altra parte, sempre al 2020 dovrebbe essere operativo almeno un impianto nucleare EPR da 1.600 MW, in grado di immettere almeno 12 TWh all’anno in rete, pari al 3% del fabbisogno previsto a quella data in Italia ( 1).
Tuttavia i costi di costruzione della filiera nucleare si prospettano altissimi, con tempi di realizzazione lunghissimi, con il problema irrisolto di confinamento del combustibile irraggiato e delle scorie, il costo dei capitali fuori ogni previsione, il costo del combustibile nucleare, che ormai è una commodity a tutti gli effetti, in continuo aumento e ben “relazionato” con il prezzo del petrolio e del gas, compensazioni alle popolazioni vicine agli impianti rilevanti, costi del decommissioning praticamente sconosciuti ancorché soggetti a tempi biblici, nel vero senso del termine.
Anche al Ministero per lo Sviluppo Economico (MSE) sono consapevoli che l’energia elettrica prodotta con il nuovo nucleare sarà fuori mercato. Il primo a riconoscerlo pubblicamente è stato Sergio Garribba, consulente del Ministro per l’energia, la cui fama di esperto in materia, valica i confini nazionali.
Nel Dicembre del 2008 infatti, in occasione del tentativo della Lega Nord di emendare il DL anticrisi, modificando il sistema di acquisto dell’elettricità nella Borsa Elettrica, passando dal “marginal price” al “pay as bid”, Garribba aveva bollato pubblicamente la modifica del sistema come non compatibile con i nuovi investimenti nel nucleare, per i quali il Governo stava preparando la strada ( 2).
Per Garribba il problema principale del mercato elettrico è rappresentato delle congestioni che caratterizzano la rete che sono anche in contraddizione con lo sforzo in rinnovabili che ci chiede l’Unione europea. Il “pay as bid” risolve questi problemi? La risposta, ha detto Garribba, è “no”. Il sistema tracciato nel DL anticrisi non è vantaggioso per gli impianti nucleari e ha definito curioso il fatto che da una parte si scelga di tornare al nucleare e dall’altro si opti per il “pay as bid”.
Il nucleare non è compatibile con una moderna economia di mercato dove il prezzo di vendita/acquisto viene contrattato liberamente in una Borsa. Il nucleare deve essere protetto, vuoi con garanzie di Stato sugli investimenti, vuoi, al pari delle rinnovabili, con canali preferenziali per “piazzare” energia elettrica con costi fuori mercato, senza contare il costo delle polizze assicurative che dovranno essere assunte inevitabilmente dallo Stato, dato che non esistono al mondo società di assicurazioni disposte ad assumersi i rischi di incidenti nucleari.
Le dimensioni raggiunte dal comparto nucleare a livello mondiale sono colossali e, come il comparto automobilistico, anche quello nucleare soffre di una profonda crisi di sovracapacità produttiva. Tra i colossi come Areva, Westinghouse, Toshiba, Rosatom, General Electric, AeCl, Ansaldo, Hitachi, ecc. sono in atto continue fusioni e acquisizioni, accordi, partecipazioni incrociate, segno di una profonda crisi generalizzata che sta investendo il settore e dove tutti sono disposti a fare di tutto pur di aggiudicarsi qualche commessa o anche qualche promessa di commessa, che possa far lievitare i loro titoli in Borsa e distribuire ancora dividendi ai propri azionisti (3 ).
Inoltre, gli interessi finanziari della filiera nucleare sono colossali e forse ormai predominano sugli interessi industriali dei conglomerati “leader di mercato”. Congiuntamente, sono in grado ormai di determinare i destini di molti Stati e forse anche del mondo. E i soldi corrono a fiumi: l’Enel, giusto per rimanere nel piccolo di casa nostra, ha oltre 50 Miliardi di debiti con il sistema bancario e finanziario , il doppio di EdF, ma si sente fiduciosa di poterne spenderne a debito altri 25 per costruire 4 centrali nucleari in Italia. Senza contare gli altri 6,5 Miliardi a debito che deve reperire per rimediare al disastro tecnico-finanziario in Slovacchia, onorare gli impegni con Edf e in Romania.
Ma l’energia nucleare è una filiera complessa, l’Uranio viene sì dalle viscere della terra, come il petrolio, ma ed è maledettamente complicato da trattare e costoso da produrre in termini di energia primaria, ergo CO2, prima di avere combustibile pronto per essere infilato in un reattore. Anche nel comparto minerario, a seguito di “merger & aquisition” sono rimasti in pochi, ma quei pochi sono in grado di interloquire direttamente con i Capi di Stato e/o di Governo, magari perché accusati di spionaggio, come è capitato recentemente alla Rio Tinto, holding inglo-australiana da 60 miliardi di $ di fatturato, con un incremento del 75%, rispetto il 2007, che estrae il 17% dell’uranio necessario ai reattori nucleari a livello mondiale e costretta a rinegoziare le sue attività in Cina.
Infine, in fondo alla filiera nucleare c’è un business di una squisita dolcezza in fortissima espansione, anche perché parecchie decine di reattori andranno in pensione da qui al 2020 e dovranno essere smantellati. Ma sarà una pensione salata per i cittadini di tutto il pianeta, che dovrà essere corrisposta per millenni, “no jokes” e per i “monnezzari atomici” sarà l’apoteosi !
Il Business attuale dei rifiuti nucleari a livello planetario è stimato in 600 Miliardi di Dollari, destinato a superare il PIL dell’Italia entro una manciata di anni. Ma sono stime al gran ribasso, che non tengono conto degli oltre 500 reattori militari, per lo più installati su sommergibili radiati, particolarmente ostici da smantellare e ancora semi abbandonati, per lo più nelle zone artiche della Russia. Nella stima, poi, non si tiene conto delle montagne di minerale di scarti radioattivi, risultato delle lavorazioni in miniera e dei processi industriali successivi ( 4).
Ovviamente tale cifra non tiene conto del fatturato della criminalità organizzata, che si può stimare, senza rischi di essere contraddetti, in almeno un ulteriore 30%, regolarmente “in nero” e ottenuto senza nessun criterio ambientale, come sta appena cominciando a svelare la vicenda del “Cunski”, mercantile zeppo di rifiuti radioattivi affondato nel mar Tirreno dai boss calabresi, insieme a non-si-sa-bene quanti altri.
Al Ministero dello Sviluppo Economico, nel frattempo, stanno costruendo accortamente le condizioni per imporre una nuova filiera nucleare italiana. La legge 99 del 23 luglio 2009 prevede infatti, all’articolo 25 comma 4, che l’energia nucleare prodotta sul territorio nazionale abbia priorità nell’immissione in rete, al pari delle fonti rinnovabili; quindi indipendentemente da quanto sarà il costo di produzione della futura energia nucleare, saremo costretti a consumarla e a pagarla.
Mario Agostinelli su “il manifesto” dell’11 settembre lamenta una sottovalutazione diffusa, negli ambienti della sinistra e tra gli stessi ambientalisti, del processo governativo di ricostruzione di un nucleare, condotto cercando di non ripetere gli errori della precedente tornata, attribuiti superficialmente al referendum del 1987.
E’ il caso infatti di ricordare, come a quell’epoca la DC e il PCI fossero decisamente contrari ai quesiti proposti dal Partito Radicale, dal Partito Liberale e dal Partito Socialista. La prima strategia adottata contro i referendum fu quella dello scioglimento anticipato delle camere per lo stallo che si era prodotto nei rapporti tra Dc e Psi: protagonista fu Ciriaco De Mita, che decise le elezioni anticipate per rompere la convergenza di quei mesi tra i partiti laici e in particolare tra Craxi e Pannella. Dopo le elezioni anticipate, di fronte all’appuntamento referendario, Dc e Pci, inizialmente ostili ai quesiti, si schieravano a favore del «sì». Questo repentino cambio di rotta dei due maggiori partiti derivava dalle implicazioni politiche che poteva provocare una eventuale sconfitta dello schieramento del «no» imperniato sull’asse Dc e Pci, in contrapposizione ad uno schieramento laico-progressista formato da Radicali e Socialisti. La rilettura di quel periodo dimostra che il risultato del referendum del 1987, non fu tanto frutto dell’emotività, quanto figlio dell’ideologia. E’ corretto quindi affermare che quella scelta fu soprattutto ideologica.
Ma siamo sicuri che oggi, oltre alla sottovalutazione dell’imbroglio, non ci sia uno zoccolo ideologico duro, che può sembrare un po’ fuori posto nella sinistra italiana, ma pur sempre presente e compatto perché legato alla storia dei vecchi sindacati delle aristocrazie operaie che i reattori li hanno costruiti per davvero e ora vogliono tornare a costruirli, abiurando se necessario la vecchia fede e seguendo le sirene di nuove rinnovate Fate Morgane?
E vogliamo poi andare a vedere chi sono quelle decine di migliaia di investitori finali, oltre quelli istituzionali, che acquistano le obbligazioni Enel, con richieste regolarmente doppie o triple rispetto l’offerta? Ci troveremo di sicuro molte famiglie e parecchi pensionati, magari già “sedotti e bidonati” da Parmalat e Cirio. Ora le sirene entrano nelle case degli italiani passando dal piccolo schermo della TV, e i rendimenti promessi sono molto allettanti.
Anche se tutte le agenzie di rating assegnano a Enel punteggi al ribasso, il prestito lanciato nel 2007 per 2,3 Miliardi di Euro ha visto ben 100.000 investitori sottoscriverne le obbligazioni. Sempre nel 2007 il prestito dell’Enel lanciato negli USA ha visto altrettanti investitori che hanno sottoscritto 3,5 Miliardi di Dollari con una richiesta di 6 Miliardi. Nel luglio di quest’anno Enel ha deliberato l’emissione di altri 10 Miliardi di Euro da collocare presso investitori istituzionali e presso i risparmiatori. In realtà c’è una grande liquidità in circolazione e le Corporation ne approfittano per comperare denaro a basso prezzo. E’ notizia fresca che il consiglio di gestione di A2A ha appena deliberato l’emissione di obbligazioni per Un Miliardo di Euro (5 ).
D’altra parte, il costo del capitale per gli investimenti nucleari ormai veleggia oltre il 12%. Secondo un rapporto dell’agenzia di rating Moody’s, riportato da Giulio Meneghello su QualEnegia ( 6), “Moody's ha rivisto in negativo le sue valutazioni sulla solvibilità degli operatori del nucleare. Costruire una centrale richiede costi enormi, in media 6 Miliardi di Dollari l’una, in continuo aumento, con relative spese di finanziamento altissime esacerbate dall’incertezza sui tempi di realizzazione e di ritorno valutati in diversi decenni”. Ciò vuol dire che “trovare finanziamenti istituzionali per costruire nuovi reattori sarà ancora più difficile e comporterà tassi di interesse più alti, che andranno a pesare ulteriormente sul costo dei chilowattora atomici”.
E’ molto meglio prendere il denaro direttamente dai cittadini e pagarlo “solo” il 5%. Per la “propaganda” ci penserà lo Stato: sempre la legge numero 99 sopra citata, dispone infatti, al comma 2 dell’articolo 25, la realizzazione di “una opportuna campagna di informazione alla popolazione italiana sull’energia nucleare, con particolare riferimento alla sua sicurezza e alla sua economicità”. Basterà lanciare una serie di “spot” in TV e il gioco è fatto.
(1) Secondo le previsioni dell'Unione Petrolifera al 2020 il fabbisogno di energia sarà di 409 TWh, in linea con le previsioni Terna che indicano una forbice tra 387 e435 TWh a seconda di due scenari considerati, "base e di "sviluppo"
(2) vedi l'articolo di Romina Patrizi pubblicato su "Quotidiao Energia" del 9 dicembre 2008 - www.quotidianoenergia.it
(3)"la Repubblica" del 12 settembre riporta che in borsa il titolo Finmeccanica è salito del 2% a seguito delll'ipotesi che la controllata Ansaldo Energia partecipi al piano di rilancio del nucleare in Italia con EdF e ciò nonostante la notizia in contemporanea che il Senato USA aveva eliminato l'acquisto di elicotteri Augusta pe un valore di oltre 11 Miliardi di Dollari
(4)Prendendo come riferimento un EPR da 1.600 MW,come quelli che si vorrebbero costruire in Italia, per produrre 12.=== GWh (12 TWh o 12 mld di kWh) all'anno, occorre partire da qualcosa come 8.000.000 di tonnellate di rociia che vanno prima estratte, macinate, poi diluite con 1.400.000 metri cubi di acqua e 22.000 tonnellate di cido solforico. Alla fine si ottengono 350 tonnellate di Yellowcake, un ossido che contiene lo 0,7 %di uraniofissile, più l'equivalente di una piramide di Cheope di scarti. Poi quest'uranio va arricchito per incrementare la parte fissile, cioè l'Uranio 23, almeno al 3,%. L'arricchimento avviene per centrifugazione trasformando l'uranio in gas, l'esafluoro di uranio: Per fare questo servono 370 tonnellate di fluoro, gas molto leggero, altamente volatile e che alla fine del processo è altamente radioattivo, impossibile da smaltire e che comporta una gestione molto onerosa. Finalmente si ottengono 40 tonnellate di uranio combustibile in forma di Bi-Ossido di Uranio,oltre che 250 tonnellate di uranio impoverito, che poi tanto povero non è, dato che contiene ancora lo 0,3% di uranio fissile, quindi radioattivo.
(5) Vedi "il Sole 24 Ore" di mercoledì 16 settembre
(6) Vedi "www.qualenergia.it/view-php?id=1057&contenuto=Articolo"
Sergio Zabot