EDITORIALE
settembre 2009
Terra preta.
Si è scoperto che prima del 1492, nel bacino delle Amazzoni, il dieci per cento del territorio era produttivo in quanto ricoperto da uno strato di “terra scura” o “terra petra” mentre il resto era troppo acido per far crescere qualsiasi tipo di pianta commestibile.
Gli elementi chiave di questo mix di sostanze che consentivano la produzione agricola era costituto da fango, carbone vegetale, escremento umano ed altri rifiuti.
Partendo da questa scoperta, il National Geographic sta approfondendo, attraverso proprie indagini, la possibilità di rendere fertili suoli poveri ovvero sta verificando le possibilità reali che questo fatto si possa realizzare come una vera strategia di utilizzo del territorio.
Il fatto di rendere fertile i suoli poveri sta riscuotendo sempre più interesse anche da parte di ambientalisti, ecologisti, climatologi, antropologi e politici dato che questo fatto può essere visto come un metodo per affrontare simultaneamente problemi ambientali, ma anche sociali ,come la fame, l’esaurimento del suolo, la deforestazione e la perdita di biodiversità .
Il metodo su cui si basa questo processo di fertilizzazione del suolo deve il proprio nome da un antico metodo denominato “terra preta“ e proviene, come già detto, dalla Amazzonia.
La ricerca del National Geographic si basa su recenti ipotesi che le foreste amazzoniche potrebbero essere state la patria di vaste reti urbane che avrebbero consentito la sopravvivenza e lo sviluppo di interi popoli per migliaia di anni.
Gli scienziati ora ritengono che il “segreto” era ciò che mettevano queste popolazioni nei loro terreni. Scoprire ciò potrebbe essere la chiave per attivare una dinamica di sviluppo sostenibile al fine di contribuire a salvare, oggi, il nostro pianeta.
Ricreate le condizioni tipiche di quel suolo si potrebbero alimentare buona parte delle popolazioni che vivono in zone disagiate combattendo altresì i l riscaldamento globale.
Oggi, come allora, l’agricoltura amazzonica si basa fortemente sul taglio e la combustione dei residui dell’agricoltura e delle foreste per fertilizzare il suolo (come in molte aree della terra), ma le sostanze emesse dalla combustione grazie a “terra preta” potrebbero essere trattenute dal suolo e quindi fertilizzare ancor più la terra.
Dicono gli esperti ( William Woods) che bruciare il legno di un albero rilascia oltre il 90% del carbonio immagazzinato, mentre in presenza di “terra preta” si ha una riduzione del 50% circa del carbonio rilasciato.
“La Terra preta come altri fertilizzanti attrae alcuni funghi e microrganismi e tutte quelle piccole forme di vita che consentono alle piante di assorbire e trattenere le sostanze nutritive e mantenere humus e quindi il terreno fertile per centinaia di anni. I microrganismi utilizzano le varie parti dei vegetali in modo da creare una superficie dove le sostanze nutritive possono meglio integrarsi ( spiega Woods.) “
Come sempre in ambito scientifico non tutti la pensano allo stesso modo in quanto, sostengono alcuni, incrementare l’uso di “biochar” ( il prodotto della combustione di residui vegetali da usare in agricoltura) ed applicare le metodologie sopra esposte su grande scala rappresenta un pericolo, come sempre, quando si applicano metodologie ingegneristiche a sistemi biologici, giacchè così si va verso una prospettiva pericolosamente riduzionista del mondo naturale che non tiene conto della complessità e della variabilità ecologica.
Altri sostengono inoltre che è falsa la affermazione che la produzione di “ biochar” abbia un bilancio di carbonio (tra quantità acquisita e rilasciata) negativo in quanto il carbone vegetale è ben vero che viene per così dire sequestrato nel suolo, ma si ignorano i numerosi impatti ecologici, oltreché sociali, che provoca il cambio di uso del suolo quando si crea una domanda massiva di biomassa vegetale.
Gli impatti climatici provocati dalla conversione di grandi superfici in piantagioni per produrre carbone vegetale ( forse anche geneticamente modificate) sarebbero con tutta probabilità devastanti ed implicherebbero la deforestazione a grande scala e la distruzione di altri tipi di ecosistemi.
Insomma quello che per migliaia di anni ha funzionato per le popolazioni indigene della amazzonia si basa sul speciale mix tra il carbone vegetale ed i materiali organici provenienti da quegli orti e quei coltivi, ma si può riprodurre il suo metodo ed i suoi esiti su scala industriale?
Grandi lobby composte da accademici ed imprese commerciali si sono nel frattempo messe in marcia e sul fronte opposto fioccano le accuse di “biopirateria”: una dichiarazione internazionale è stata lanciata da 147 organizzazioni di 44 paesi ed in essa si sostiene che “ci si oppone decisamente alla inclusione dei suoli nel commercio del carbonio ed alla applicazione del meccanismo di compensazione per lo sviluppo pulito”.
Sergio Saladini

 
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