maggio 2009
Green Jobs: ritorno alla terra.
Green jobs : lavori, occupazioni verdi; questo è il termine usato dal Presidente americano Barack Obama per indicare tutte le quelle attività produttive legate al miglioramento ambientale e che sostenute anche dalla mano pubblica potrebbero portare nuova occupazione, la produzione di nuova ricchezza aggiunta e miglioramenti della qualità ambientale e di vita nel nostro pianeta.
Altri, come il segretario dell'Onu, Can kimoni, hanno usato l'espressione «New deal verde», intendendo un insieme di riforme economiche e investimenti connesse al miglioramento ambientale che potrebbero emulare il grande piano lanciato dal Presidente Franklin Delano Roosevelt negli Stati uniti degli anni '30.
Come allora crisi finanziaria, crisi economica e crisi sociale sono presenti insieme nelle economie di tutto il pianeta ed in più oggi, con il riscaldamento del clima, si è aggiunta la crisi ambientale in tutte le sue sfaccettature.
Anche oggi come allora la risposta non può che essere unica: bisogna prendere la crisi economica come un'occasione per trasformare i sistemi economici e sociali in modo da costruire un futuro sostenibile.
Riconvertire le industrie, innovare le tecnologie, trasformare i sistemi energetici: è come se le analisi da decenni condotte dalle forze e dai movimenti ambientalisti fossero all’improvviso diventate non solo oggetto di dibattiti, per lo più considerati utopici, ma soluzioni concrete da adottare come misure per incidere sulle economie e sulle società .
Efficienza e risparmio energetico, produzione di energia da fonti rinnovabili, depurazione delle acque, riutilizzo delle acque piovane, corretto trattamento e gestione dei rifiuti, recupero delle materie dai rifiuti, utilizzo di materiali ecocompatibili , agricoltura sostenibile, risanamento ambientale dei siti inquinati, trasporto sostenibile, ecc. : ecco i capitoli di questa nuova agenda economica.
Qualche giorno fa Verdi europei hanno tenuto un seminario sul potenziale delle energie rinnovabili) ed hanno sostenuto che ”Oggi in Europa circa 3,5 milioni di posti di lavoro sono riconducibili all'economia verde”, in Germania per esempio si sono generati 175mila posti nel solo 2006.
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Il titolo dell’articolo è volutamente ambiguo intendendo alludere alla Terra, al nostro pianeta ,al benessere suo e dei suoi abitanti, ma anche alla terra , alla agricoltura, al ritorno dei lavori nei campi come proposta efficace di nuova occupazione e di qualità del vivere e dell’ alimentarsi.
Citeremo a piene mani , a questo proposito, un recente articolo di Carlo Petrini , il fondatore di slow food, apparso su Repubblica del 7 aprile.
“ C'è un tesoro nascosto nei campi,” diceva l’Autore, ed a fronte di una struttura operativa composta per lo più da lavoratori ultra sessantenni il suo appello era “: "Uscite dai call center, andate nei campi!". Fatevi il favore di un lavoro meno precario, più creativo, più gratificante, dove siete i padroni di voi stessi, per ritrovare un sano rapporto con il mondo”
Non pare però di cogliere un sufficiente incoraggiamento da parte delle istituzioni ”Al contrario, si arriva addirittura a dileggiare le soluzioni che individuano percorsi locali, cicli brevi, potenziamento delle filiere corte, delle reti e delle economie locali: soluzioni leggere, rapide, partecipate ed immediatamente efficaci. In questo modo ci si dimentica che le nostre campagne si stanno spopolando come non mai e nemmeno si aiutano i giovani con i giusti incentivi o lo snellimento di pratiche burocratiche sempre più vessatorie”.
“ Un malinteso senso della modernità e del business porta ormai molti politici ad allontanarsi sempre più dalla considerazione dei territori e delle loro peculiarità ed esigenze, per riferirsi esclusivamente ai mercati per lo meno nazionali, ma preferibilmente internazionali.
Il che significa filiere lunghissime, trasporti, monocolture, grande distribuzione, necessità di input chimici per le coltivazioni, apertura agli Ogm. Significa, sostanzialmente, ulteriore industrializzazione del modello agricolo: grandi quantità, uniformità, concentrazione e priorità alle esigenze di chi vende piuttosto che a quelle di chi coltiva e consuma”.
La parola magica è certamente "competitività" e quindi "export", ma con stretto riferimento al "made in Italy”, ad un "made in Italy del cibo” da offrire sul mercato nazionale ed internazionale agli estimatori del nostro paese a quanti apprezzano la nostra cultura, la nostra arte, i nostri monumenti e quindi anche il nostro territorio ed i suoi prodotti.
A quanti vengono in Italia “ per sentirsi accolti da una cultura legata a prodotti, sapienze e gesti che hanno dato vita a paesaggi, comunità e solide economie. Vengono per stupirsi, ogni volta, della straordinaria varietà che il nostro mondo rurale e gastronomico può offrire”.
Come si fa già per il vino che ha esaltato “piccolo è bello”, che si è basato proprio “sulla frammentazione, sulla diversità dei territori e di tante piccole aziende creative e innovative, tutte concentrate sulla più alta qualità, che il vino italiano ha costruito i suoi successi.
La stessa cosa dovrebbe avvenire, essere promossa e finanziata, per tutti gli altri settori agricoli, per tutte le produzioni che possono fare della diversità e del radicamento sul territorio il loro punto di forza”.
“ Il Ministro dell'agricoltura giapponese ha finanziato per 800 persone che hanno perso il lavoro uno stage di 10 giorni per imparare a produrre e vendere ortaggi e frutta. Dopo il corso formativo i disoccupati lavoreranno per un anno in villaggi agricoli. Dall'altra parte del Pacifico, il dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti ha annunciato l'apertura di circa 300mila nuove aziende agricole negli ultimi anni. Una tendenza favorita dal programma per l'agricoltura definito dal nuovo presidente degli Stati Uniti: incoraggiare tramite detassazioni e finanziamenti agevolati i giovani a diventare agricoltori, incentivare l'agricoltura locale, sostenibile e biologica, promuovere le energie rinnovabili, assicurare la copertura della banda larga nelle aree rurali, migliorare le infrastrutture nelle campagne ed estendere l'obbligo di indicare l'origine degli alimenti in etichetta per consentire di distinguere il proprio prodotto da quello importato”.
Gli esempi ci sono, quindi, ed autorevoli, che il Governo Italiano li approfondisca e li segua anche nel “Bel paese”.
Sergio Saladini