EDITORIALE
gennaio 2009
Buon 2009
Viaggiare non per arrivare, ma per viaggiare, per arrivare più tardi possibile, per non arrivare possibilmente mai.
Non c’è viaggio senza che si attraversino frontiere politiche, linguistiche, sociali, culturali, psicologiche, anche quelle invisibili che separano un quartiere dall’altro nella stessa città, quelle tra le persone, quelle tortuose che nei nostri inferi sbarrano la strada a noi stessi.
Oltrepassare frontiere; anche amarle in quanto definiscono una realtà, un’individualità, le danno forma, salvandola così dall’indistinto, ma senza idolatrarle, senza farne idoli che esigono sacrifici di sangue.
Saperle flessibili, provvisorie e periture, come un corpo umano e perciò degne di essere amate …
Ci sono luoghi che affascinano perché sembrano radicalmente diversi e altri che incantano perché, già la prima volta, risultano familiari, quasi un luogo antico.
Conoscere è, spesso, platonicamente riconoscere, è l’emergere di qualcosa magari ignorato sino a quell’attimo, ma accolto come proprio.
Per vedere un luogo occorre rivederlo, il noto e il familiare, continuamente scoperti e arricchiti, sono la premessa dell’incontro, della seduzione e dell’avventura; la ventesima o centesima volta in cui si parla con un amico o si fa all’amore con una persona amata, sono infinitamente più intense delle prime.
Ciò vale pure per i luoghi: il viaggio più affascinante è un ritorno, un’odissea…
“ Perché cavalcare per queste terre?”, chiede nella famosa ballata di Rilke l’alfiere al marchese che procede al suo fianco, “per ritornare”, risponde l’altro.
(da L’infinito viaggiare. Claudio Magris. Edizioni Mondadori. 2005.)
La Redazione dell'Officinadellambiente.

 
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