settembre 2008
La natura dell'avventura nella natura
recensione del film Into the wild, regia Sean Penn, USA 2007, durata 148'
Il film, che è tratto dal romanzo 'Nelle terre estreme’ di Jon Krakauer, narra la storia di un giovane che all’indomani della laurea sceglie di cancellare le sue tracce per essere libero di misurarsi con l’esperienza di una vita senza protezione.
Il film mostra come Christopher McCandless (il ventiduenne dal cui diario, ritrovato dopo la sua morte, sono tratti sia il libro sia il film) con metodo e con intelligenza distrugga tutto ciò che possa farlo rintracciare e che costituisca una tentazione a ritornare sui suoi passi.
La macchina, i soldi, le carte di credito, fino alla sua identità.
Progressivamente, nell’arco di un anno e mezz, si lascia tutto dietro le spalle.
Dopo aver vagabondato, per un anno, da Est ad Ovest ed essersi diretto a Sud, al confine con il Messico, finalmente si sente pronto per andare in Alaska, sua meta fin dall’inizio.
Andare in Alaska non è un colpo di testa, si prepara per un anno all’impresa con coscienza e serietà. S’impegna a rafforzare il proprio corpo, lavora come bracciante agricolo, si allena con escursioni nel deserto, nelle montagne rocciose, in canoa.
Raccoglie informazioni su come cacciare e su come conservare il cibo, consapevole delle difficoltà di sopravvivere in una natura selvaggia, senza altra risorsa che la propria scelta di affrontarla.
Il suo bagaglio molto, essenziale, contempla anche alcuni libri, carta e penna.
Il montaggio frammenta il racconto: la narrazione avviene a due voci. La voce della sorella, fuori campo ripercorre, le differenti fasi della sua avventura ed è alternata al racconto in prima persona. Le immagini mostrano il dipanarsi del percorso intrapreso, incastonato nella cronaca delle ultime settimane fino alla sua morte per inedia.
Si esce dalla proiezione con una domanda: perchè Christopher McCandless fallisce e trova la morte a conclusione della sua avventura?
Non è facile azzardare una risposta, ma la visione del film ha sollecitato un pensiero imbarazzante: imparare a sopravvivere senza tecnologia richiede un tempo e una modalità di apprendimento che a chi è vissuto nella tecnologia sono del tutto ignoti.
Se ci interroghiamo su quali siano i percorsi di apprendimento praticati da coloro che vivono ( o hanno vissuto nel passato più o meno remoto) a livello di sopravivenza nella natura selvaggia, possiamo elencare alcuni fatti: l’esperienza diretta, la trasmissione delle azioni da fare che il sapere derivato dall’esperienza indica come necessarie, l’incremento lento e costante di questo sapere attraverso le pratiche dell’osservazione e dell’imitazione di chi le possiede.
L’agire in gruppo per fronteggiare i pericoli.
Chi è esposto alla forza della natura sa che, oltre alla sua forza d’animo e alla sua determinazione, la sua vita dipende dalla natura stessa, che lui ne fa parte, è al suo interno, non sopra o di fianco.
Ma dentro, immerso.
I differenti filtri che la tecnologia frappone fra noi e la natura ci fanno sottovalutare la semplice realtà della fisicità della nostra essenza, della materialità della nostra esperienza.
Conoscere la natura significa saper distinguere non solo le specie, minerali vegetali e animali, ma anche i tempi, le caratteristiche, le combinazioni, che i differenti fenomeni naturali generano, creando ambienti e situazioni immensamente diversificati e variabili.
L’avventura di Christopher avviene in un mondo nel quale, per sopravvivere, bisogna sapersi procurare il cibo e conservarlo, costruire gli attrezzi e decidere i percorsi in base alle stagioni.
La natura, bella e numinosa, è la protagonista: solo conoscendola, rispettandola ed adattandosi a lei si può sperare di aver salva la vita.
Come accadeva ai nostri progenitori in tempi ormai lontani per l’Europa, ancora attuali per altre parti del mondo.
Per questo, la frase da lui detta, con orgoglio, all’inizio del suo vagabondaggio: “… se vuoi qualcosa devi stendere la mano e prendertelo” suona come un presentimento
Cris ha dei libri con sé, raccoglie informazioni, si allena per temprare il fisico.
Crede di poter decidere il come e il quando del suo andare.
Non ha avuto la possibilità di imparare attraverso l’esperienza e la paziente osservazione degli adulti quali siano le strategie e le tecniche che consentono ad un umano di vivere oltre i propri limiti biologici, procurandosi cibo e calore.
Il protagonista di In to the Wild, non sa, né può comprendere, cosa voglia dire sopravvivere, non intuisce neppure l’abissale distanza fra sé, abitante di un mondo dove basta decidere ed essere capaci di prendersi ciò che si vuole ad un mondo (che ammira e che vuole emulare) nel quale devi aver appreso ad utilizzare, con umiltà e pazienza, quanto le circostanze ti offrono.
Licia Riva