edizione numero
284
rivista on-line mensile
anno venticinquesimo - LUGLIO 2026
registrata presso il Tribunale di Milano
n.330 del 22/05/2007
luglio 2008
Quello che il vertice FAO ha dimenticato
Lo scorso 5 giugno, in chiusura del vertice sulla sicurezza alimentare della FAO, al quale hanno partecipato oltre 5.000 persone, 181 paesi (43 dei quali rappresentati a livello di Capo di Stato e di Governo e 100 da ministri), 60 organizzazioni non governative e della società civile e 1300 giornalisti, è stata adottata per acclamazione una dichiarazione che richiama la comunità internazionale a migliorare l’assistenza ai paesi meno sviluppati e a quelli che sono più colpiti dal rialzo dei prezzi degli alimenti.
Nella dichiarazione si legge: “occorre da subito aiutare i paesi in via di sviluppo e i paesi in transizione ad espandere il settore agricolo e la produzione alimentare e ad incrementare gli investimenti nell’agricoltura, nell’industria agroalimentare e nello sviluppo rurale”.
Viene inoltre chiesto con forza alle lobby finanziare di estendere gli aiuti per un adeguato “sostegno economico alle importazioni alimentari dei paesi a basso reddito” ed è stato fatto appello ai governi di tutto il mondo per garantire ”alle agenzie delle Nazioni Unite le risorse necessarie per allargare e rafforzare gli aiuti alimentari per sostenere le reti di sicurezza sociale ed affrontare fame e malnutrizione attraverso l’acquisto di cibo” anche assistendo “i paesi per implementare nuove politiche e misure che aiutino gli agricoltori ad aumentare la produzione e avere accesso ai mercati locali, regionali ed internazionali”.
Nella dichiarazione non mancano espliciti richiami “per favorire la capacità di reazione e resistenza degli attuali sistemi di produzione alimentare al cambiamento climatico” e per assicurare che “la produzione e l’impiego dei biocarburanti siano sostenibili e tengano in considerazione la necessità di raggiungere e mantenere la sicurezza alimentare del pianeta”.
Tanti buoni propositi.
Ma con una dimenticanza: le colpe dei paesi ricchi.
Il 6 giugno, il giorno dopo la chiusura dei lavori del vertice FAO, La Repubblica ha pubblicato una lucida analisi di Umberto Veronesi nella quale viene sottolineato il fatto che il vertice ha dimenticato di discutere il punto centrale del problema che riguarda la fame e la malnutrizione di oltre un quarto della popolazione del mondo: le abitudini alimentari dei paesi ricchi.
Su queste pagine abbiamo già parlato di quanto i meccanismi di produzione, distribuzione e consumo del cibo dei paesi più industrializzati sfugga a qualsiasi regola di buonsenso e di tutela del pianeta. Il problema è legato all’eccessivo consumo di prodotti di origine animale e alle assurde regole imposte dal mercato che ci fanno mangiare le ciliegie a capodanno e i kiwi della Nuova Zelanda!
Un terzo dei cereali prodotti nel pianeta (1500 milioni di tonnellate) serve ad alimentare il bestiame per la produzione di solo 260 milioni di tonnellate di carne perchè la conversione energetica derivante dall’allevamento dei bovini è assurda.
E’ stato calcolato che la terra potrebbe nutrire 10 miliardi di persone se queste si alimentassero come gli indiani; 5 miliardi se si alimentassero come gli italiani e solo 2,5 miliardi se si alimentassero come gli americani. Un americano mangia 122 Kg di carne all’anno; 87 un italiano; 50 un cinese e soltanto 4 un indiano!
Negli ultimi anni nel mondo, per la prima volta nella storia dell’uomo, il numero di persone obese o soprappeso ha superato il numero di persone malnutrite (1 miliardo e 100 milioni contro 850 milioni). Si è rotto un equilibrio che può condurre a risultati catastrofici.
Inoltre lo sfruttamento intensivo dei terreni e la distruzione delle foreste pluviali (ogni anno solo in Amazzonia viene distrutta un’area di foresta equivalente alla superfice dell’Austria!) utilizzati per la produzione di vegetali da destinare al bestiame rappresenta una drammatica minaccia ambientale che conduce alla desertificazione, all’estinzione di animali e vegetali, alla diffusione nell’ambiente di pesticidi, al’’esaurimento della disponibilità di acqua potabile e al processo di surriscaldamento del pianeta.
Un Kg di carne è responsabile, in termini di CO2 dell’emissione di una vettura media europea che percorre 250 Kg, consuma energia come una lampadina da 100 W tenuta costantemente accesa per 20 giorni ed utilizza 2500 l di acqua.
Tuttavia non è solo il consumo eccessivo di carne ma tutto il sistema di produzione e consumo che esula da ogni logica minima di tutela. Se la vita del pianeta dipende da come ci alimentiamo ognuno di noi ha delle responsabilità. Possiamo continuare a fare finta di niente oppure cercare di cambiare abitudini. Lo scorso anno è stato pubblicato uno studio dell’ONU (Millenium Ecosystem assestment) durato 4 anni e al quale hanno partecipato 2000 scienziati di tutto il mondo. Questo documento ci dice che la causa dell’indebolimento del pianeta è legato a come produciamo, distribuiamo e consumiamo il cibo.
Nei supermercati c’è una sola stagione che dura tutto l’anno. In pieno inverno troviamo gli asparagi peruviani, le fragole e i fagiolini marocchini e le ciliegie argentine. Alimenti che prima di arrivare sulle nostre tavole fanno giri assurdi e consumano quantità assurde di energia.
Un Kg di ciliegie, che produce 360 Kcal, ne assorbe di fatto 15.000 in termini di kerosene necessario per arrivare sulle nostre tavole dall’Argentina!
Veronesi nel suo articolo ci ricorda che “occorre una rivoluzione nell’alimentazione dei paesi ricchi per dare il via concretamente e subito ad una soluzione della tragedia dei paesi poveri dove si soffre la fame. Noi siamo alle prese con il problema opposto: aumenta l’obesità tra i nostri figli, le nostre adolescenti anoressiche usano il troppo cibo come ricatto e se ne privano fino a lasciarsi morire, la nostra dieta opulenta ci fa ammalare sempre di più”.
Lui suggerisce la dieta vegetariana. Forse non è sufficiente.
Michele Arcadipane