aprile 2008
MIGRAZIONI DEGLI UCCELLI E ROCCOLI
METODI ANTICHI PER MODERNI SCOPI
L’Italia, per la sua posizione geografica al centro del Mediterraneo e per la sua conformazione fisica, è un autentico trampolino di lancio per le schiere di migratori che abbandonano in epoca tardo-estiva e autunnale le aree riproduttive poste nei Paesi del Nord-Est ed Est dell’Europa per recarsi in territori più ospitali ove trascorrere i mesi più freddi dell’anno, con maggiori disponibilità di fonti alimentari e condizioni climatico-meteorologiche generalmente favorevoli, che consentiranno loro di trascorrere il periodo dello svernamento con significative possibilità di sopravvivenza. Poi, con l’incremento delle ore giornaliere di luce (fotoperiodo) e l’addolcirsi delle condizioni climatiche, dal finire dell’inverno e alle soglie della primavera, lo stimolo della riproduzione spingerà tutti questi uccelli a compiere il percorso inverso per riguadagnare quelle aree che avevano abbandonato mesi innanzi, ove una volta giunti daranno il via alle parate nuziali, agli accoppiamenti e alla costruzione dei nidi, con successivo allevamento della prole, fino a giungere al momento di rifare le valigie verso Sud. Il ciclo si sarà in tal modo compiuto e gli adulti e i giovani, ala contro ala oppure con cronologie diverse a seconda della specie, rinnoveranno questa sorta di miracolo della natura che per millenni ha tenuto gli uomini con il naso all’insù e del quale tanti studiosi e intellettuali si sono interessati nel tempo: a cominciare dal filosofo greco Aristotele, per il quale le rondini in inverno scomparivano perché si nascondevano in letargo nella fanghiglia dei fondali di specchi d’acqua, riemergendone poi in primavera, proseguendo attraverso gli aruspices romani che dall’osservazione dei voli degli uccelli traevano presagi, per arrivare a più moderni studiosi come lo svedese Carl von Linné, che nella sua opera Systema naturae, siver tria regna naturae systematicae proposita per classes, ordines, genera et species del 1735 mise per primo ordine nella classificazione sistematica di tutte le specie viventi allora conosciute – avifauna ovviamente compresa – in maniera tanto efficace da giungere sino a noi e approdando infine ai contemporanei come l’austriaco Konrad Lorenz, che proprio dalle indagini sugli uccelli (chi non ha letto delle sue taccole e dell’oca Martina?) ha ricavato fondamentali assiomi della moderna etologia. Quello delle migrazioni degli uccelli, oltre a essere stato ed essere tutt’oggi innanzitutto un imponente e affascinante evento naturale, è pure senza dubbio un fenomeno che si è mescolato indissolubilmente con la cultura rurale delle nostre genti, ove l’aspetto culturale è dato dalle molte attenzioni ad esso dedicate dall’uomo, a fini alimentari, ricreativi e tecnico-scientifici. Un’attenzione che nell’intero Bacino del Mare Nostrum ha collegato e collega come un filo rosso le popolazioni delle regioni che ne fanno parte, comunanza che si ritrova con grande immediatezza ad esempio nelle forme linguistiche spesso affini utilizzate per definire certe specie o nelle similari metodologie di cattura escogitate nel corso dei secoli. In Catalogna, Valencia e Aragona, ad esempio, il Tordo bottaccio (Turdus philomelos) nelle lingue locali viene chiamato “tord”, mentre in castigliano (che è la lingua spagnola ufficiale) si definisce “zorzal commun”. In questo caso, balza subito all’evidenza l’affinità di quel dialetto con la lingua italiana. Il Tordo sassello (Turdus iliacus), nei medesimi dialetti iberici, è detto “malviz”, quasi identico foneticamente al francese “mauvis”, in luogo del castigliano “zorzal alirrojo”. Per una spiegazione esauriente non dobbiamo naturalmente dimenticare il coagulante che fu costituito dalla dominazione di Roma, che non solo esportò ovunque all’interno dell’Impero il diritto, le forme linguistiche e artistiche, l’organizzazione civile e militare, ma anche i propri usi e consuetudini popolari, tra cui – ci scuseranno coloro che si occupano di argomenti più “nobili” – le tradizioni culinarie e, dunque, i piatti a base di uccelli, ampiamente dominati dai tordi: il pranzo di Trimalcione docet, nel quale Petronio Arbitro ci descrive la moltitudine di questi volatili vivi fuoriuscita dal ventre dei cinghiali arrostiti, per essere poi catturata con reti dagli schiavi e trasferita in cucina per la preparazione di pietanze saporite. Un vero coup de thêatre che entusiasmava i convitati alle mense del celebre aristocratico romano, rendendole tra le più ambite dell’intera Roma tanto da meritarsi un posto in letteratura. Queste nostre brevi annotazioni, dovrebbero perciò essere sufficienti per fare comprendere ai lettori la stratificazione nelle epoche di determinati atteggiamenti e forme culturali dai quali, a patto che lo si voglia, non è affatto facile affrancarsi, nemmeno in nome di un presunto animalismo con il quale non vogliamo qui polemizzare, ma di cui qualsiasi persona un poco attenta e riflessiva non può che cogliere l’artificiosità perché costruito e divulgato tramite qualche libro, qualche comunicato stampa e qualche trasmissione televisiva: e ci vuole ben altro per formare un substrato socio-culturale profondo. Noi però dobbiamo per ovvii motivi restringere il campo d’osservazione, limitando la nostra analisi delle connessioni tra migrazioni degli uccelli e strategie di cattura elaborate dalle popolazioni rurali alle Alpi e Prealpi lombarde, pur se potremo permetterci qualche rapido excursus oltre frontiera. Se dunque dall’alto potessimo spaziare con lo sguardo lungo i crinali e i versanti alpini e prealpini, come fossimo dei viaggiatori alati, presto constateremmo l’esistenza di particolari architetture vegetali, di forma semicircolare o a ferro di cavallo, situate nei punti più esposti dei rilievi montuosi. Queste sono i roccoli, antichi impianti fissi per l’esercizio dell’uccellagione – ossia la caccia agli uccelli con le reti, in questo caso verticali – i quali giocoforza, con il trascorrere delle epoche e con i relativi mutamenti legislativi e delle sensibilità più diffuse, si sono trasformati in preziosi siti per l’inanellamento degli uccelli a scopo scientifico oppure in impianti di cattura degli stessi a scopo di rifornimento di richiami vivi ai cacciatori da appostamento. Il roccolo di per sé è una struttura arborea originata dall’intreccio fecondo dell’opera dell’uomo con quella della natura, che si concretizza in anni e anni di assiduo e sapiente lavoro per modellarne le forme e renderle attrattive al massimo per gli uccelli in transito. Esso si connota così non solamente per la sua funzionalità immediata bensì anche quale elemento caratterizzante i paesaggi montani e collinari di gran parte della nostra regione, nei quali il suo elegante boschetto si inserisce in maniera armonica e in effetti, sulla scorta di questo ragionamento, in anni recenti ne è stata sancita l’elevata valenza paesaggistica anche relativamente al dettato della Convenzione europea del Paesaggio del Consiglio d’Europa, entrata definitivamente in vigore nel marzo del 2004. Sulle sue origini molte sono state le ipotesi formulate: la più accreditata le farebbe risalire all’abate di San Pietro d’Orzio, piccolo comune della bergamasca Valle Brembana, che a cavallo tra il XIV e il XV secolo, spinto dalla necessità di ovviare a una forte carestia, lo avrebbe ideato per riuscire a integrare le misere diete dei “villani” con le proteine derivate dall’avifauna in transito. Tuttavia, nelle antiche fonti documentarie si sono reperite anche molte altre indicazioni, che trattano della Brianza comasca, dell’Alto Milanese e di diverse altre aree collinari o montane come zone di nascita del roccolo. Peraltro, la relativa incertezza sulle origini del roccolo è attestata pure dall’etimologia dello stesso termine: forse dal gallico roc, che indicava un sito collegato a una rupe e dunque posto in alto; o forse da rocchio, oggetto cilindrico, che si ricollegherebbe alle forme tondeggianti tipiche del roccolo; o ancora da rocco, nel senso di torre e perciò di una costruzione sovrastante la campagna e a suo presidio. Indipendentemente dalle pur appassionanti questioni filologiche, l’importanza storica del roccolo per la peculiarità dei nostri territori affiora in maniera chiara e convincente anche dalla sua citazione in moltissimi cabrei comunali e privati, nonché nelle cartografie storiche come le mappe del Catasto Teresiano del XVIII secolo, in cui ogni roccolo esistente nelle differenti proprietà del Lombardo-Veneto venne accuratamente riportato. E non a caso, poiché ciò che il roccolo significava ai fini dell’alimentazione dei popolani, trovava altrettanto contraltare nella sua natura di eletto passatempo per aristocratici, esponenti dell’alto clero e, successivamente, dell’alta borghesia. Basti del resto pensare a Messer Niccolò Machiavelli, il quale cita espressamente nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio la sua passione dell’andare in una sua uccellanda nei pressi di Firenze, ove catturava “el meno dua, el più sei tordi”, con questo “badalucco” distraendosi momentaneamente e piacevolmente dalle sue fatiche intellettuali e ritemprandosi per nuovi cimenti letterari: una testimonianza che attesta oltretutto della diffusione raggiunta in Italia da questo metodo di cattura degli uccelli, dall’arco alpino ai crinali appenninici liguri, tosco-emiliano-romagnoli e marchigiani. Una dislocazione non casuale, in quanto il roccolo di per sé deve trovarsi in un luogo sopraelevato, comunque dominante poiché è di là che i migratori transitano maggiormente seguendo la conformazione orografica del territorio, lungo le montagne e attraverso i loro valichi per poi sciamare sulle pianure. E per sapere dove innalzare e plasmare un roccolo, occorreva conoscere bene i luoghi, le abitudini delle diverse specie ornitiche, i loro flussi migratori attraverso le generazioni, la botanica e le arti della potatura: un bagaglio complesso e complessivo, sicuramente non appannaggio di chiunque. Ma come sono fatti allora questi roccoli? Dicevamo del tracciato semicircolare o a ferro di cavallo, definito da una doppia parete vivente, perché costituita da due filari di carpino nero (Ostrya carpinifolia) o bianco (Carpinus betulus) che delimitano il cosiddetto corridoio. Per visualizzarne la descrizione, si pensi di osservare il corridoio di un edificio, sostituendo alle pareti e al soffitto di cemento due pareti e un soffitto vegetali, fatti dei rami dei carpini che si allacciano gli uni agli altri. La funzione di tali pareti, alte fra i tre e i quattro metri, è quella, duplice e indispensabile allo stesso tempo, di sorreggere le reti nonché di camuffarle all’acuta vista degli uccelli. L’area delimitata dai corridoi esterni, ossia interna al ferro di cavallo, è mantenuta a prato e si chiama tondo. Al suo centro, vi sono delle piante d’alto fusto ed essenze arboree con frutti raccolte a boschetto, la cui varietà dipende dall’altitudine e dalla tipologia di terreno su cui il roccolo è sistemato: faggio (Fagus sylvatica), querce (Quercus spp.), castagno (Castanea sativa), bagolaro (Celtis australis), ciliegio (Prunus avium), pero selvatico (Pyrus pyraster) e il kaki (Diaspyras kaki) per citare i più comuni. Questi alberi fungono da piante di buttata, ossia servono come posatoio per gli uccelli che scendono nel roccolo attirati dal canto dei consimili, inciso su audiocassette nel caso dei roccoli utilizzati per l’inanellamento a scopo scientifico, oppure opera di soggetti da richiamo nel caso di roccoli che servano per la cattura di richiami vivi. Naturalmente tali essenze arboree non sono lasciate libere di svilupparsi in altezza a loro piacimento, bensì vengono accortamente potate affinché non superino determinati limiti. In parole povere, tali alberi possono superare (non di troppo) l’altezza dei corridoi laterali, ma mai l’altezza di un’altra componente essenziale del roccolo: il casello. Quest’ultimo è una costruzione sviluppata verticalmente, in legno o in muratura, camuffata da vegetazione rampicante sempreverde, dentro cui trovano ricovero i roccolatori, ossia coloro che catturano gli uccelli, una volta a fini alimentari, oggi per altri scopi cui abbiamo già accennato e sui quali meglio ci soffermeremo più oltre. Dalle apposite feritoie ricavate nelle mura del casello, i roccolatori vigilano sull’intorno e sull’intero impianto, scrutando il cielo, il boschetto, il perimetro del roccolo, alla ricerca di un indizio che sveli la presenza di uccelli di passaggio e cercando, se avvistati, di interpretarne le intenzioni. Allorché uno o più volatili, attratti dai canti e dagli arbusti con allettanti pasture (sorbo degli uccellatori Sorbus aucuparia, sorbo torminale Sorbus torminalis, fitolacca Phytolacca decandra, biancospino Crataegus monogyna, sambuco Sambucus nigra) disposti sui bordi e agli angoli del tondo, discendono sul boschetto, gli uccellatori si predispongono ad agire: una rapida valutazione della situazione e poi entrano in azione gli spauracchi, il cui scopo è quello di fare involare gli uccelli in direzione delle reti tese. Come avviene questo? Prima bisogna per un istante soffermarsi sulla spiegazione di cosa sia uno spauracchio. Come dice il nome, si tratta di un oggetto che serve a spaventare i volatili, affinché, appunto, si dirigano dalla parte giusta, cioè nelle reti. Esso consiste in un oggetto di forma molto simile a una paletta tipo quelle delle Forze dell’Ordine: una lunga impugnatura di legno con l’apice piatta e tondeggiante, di vimini o altro materiale intrecciato. Tale forma simula la silhouette di un rapace – corpo corto e raccolto, coda allungata – nemico naturale di molte specie di avifauna. Tenendosi al riparo, i roccolatori lanciano lo spauracchio da una finestra aperta del casello al di sopra del boschetto (ecco il motivo per cui il boschetto stesso deve essere mantenuto più basso del casello), di modo che gli uccelli posati si vedano arrivare addosso dall’alto quello che ritengono essere un pericoloso predatore. La loro reazione istintiva è perciò quella di spiccare velocemente il volo per sottrarsi alla caccia nell’unica direzione che pare loro sicura, ovvero verso terra e verso i corridoi laterali. Lì giunti, trovano però le reti e vi si insaccano, come si dice in gergo. Altro tipo di spauracchio, comunque efficace, è costituito da un cavo metallico cui sono appesi barattoli, pezzi di latta, strofinacci o altri oggetti voluminosi, che in posizione di quiete sta poggiato sulle chiome degli alberi del boschetto. Esso è collegato a una leva o a una grossa corda che funge da tirante all’interno del casello. Allorché il roccolatore ritiene l’occasione favorevole, aziona con forza la leva o corda che sia e il cavo scatta repentinamente verso l’alto, sovrastando gli uccelli posati: il risultato che ne scaturisce, è il medesimo rispetto a quello provocato dal lancio dello “spauracchio-falco”. Naturalmente, ciò che facilmente si descrive è tutt’altro che semplice da attuarsi: sin dalla scelta dell’istante in cui lanciare lo spauracchio per passare al lancio vero e proprio, oppure di strattonare il cavo, il roccolatore deve operare con la massima decisione e tempestività, per riuscire a prendere la maggior quantità di uccelli in suo potere. L’esperienza gioca allora un ruolo di primissimo piano, come in tutte le attività umane, in particolare quelle che si svolgono nella natura le quali sono influenzate da numerose variabili indipendenti dalla nostra volontà. E’ solo grazie ad essa che si impara a riconoscere i diversi “stati d’animo” dei volatili da come si manifestano, sovente in differenti modi da una specie all’altra: se siano tranquilli oppure nervosi, vigili e sospettosi o placidi e curiosi, ed è proprio la correttezza o meno dell’interpretazione che si dà a ciò che si osserva il fattore determinante per la riuscita della cattura. Dopo che l’azione si è compiuta, gli operatori escono quindi dal casello e recuperano tutti gli esemplari, pochi o tanti che siano, liberandoli dalle maglie delle reti. Questa è la fase più delicata dell’intera operazione, per la quale si richiede adeguata capacità manuale affinché i movimenti e i tempi siano ridotti al minimo e non si arrechi alcun danno agli uccelli. Opportuno ricordare qui che gli operatori presenti nei roccoli sono tutti quanti abilitati a seguito di un esame teorico e pratico, che si tiene periodicamente presso l’INFS – Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica, l’organo nazionale di ricerca deputato dalla legislazione vigente a svolgere consulenza nel settore faunistico-venatorio per lo Stato, le Regioni e le Province. Ciò significa che tutte le persone che prestano servizio nei roccoli, sono state riconosciute idonee alla bisogna con rilascio di relativo patentino e quindi in grado di ridurre il più possibile l’inevitabile stress che ogni uccello selvatico prova al momento della cattura. A partire da questa fase, le possibilità sono allora duplici: se l’impianto funziona a scopo scientifico, si procede a inanellare l’esemplare e a rilevarne tutte le misure denominate “biometriche”; se invece il suo scopo è quello della Legge n. 157 del 1992 “Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio” e relativa legge regionale di recepimento n. 26 del 1993 – i “presicci” (nome gergale dei volatili di cattura, nei roccoli esclusivamente appartenenti alla famiglia dei Turdidi) vengono ricoverati in apposite gabbie per le successive operazioni. L’inanellamento dell’avifauna è una delle metodologie più accreditate nel settore dell’indagine scientifica sulle migrazioni e i roccoli, siti massimamente vocati per catturare volatili, si prestano magnificamente alla bisogna. Come si procede? Al tarso di ogni esemplare catturato, una volta estratto delicatamente dalle reti, viene apposto un leggero anello in alluminio, sul quale è riportata la sigla dell’INFS (Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica) insieme a un codice identificativo della località d’inanellamento. In tal modo, vista l’ovvia rimessa in libertà del soggetto, in caso di sua ripresa o rinvenimento altrove, sarà immediatamente possibile risalire al luogo della precedente cattura, tracciandone così un percorso nel tempo e nello spazio, molto utile per la definizione della cronologia e del percorso migratorio. Dello stesso esemplare, prima del rilascio, vengono rilevati: peso, sviluppo dei muscoli pettorali, consistenza dello strato di grasso, misura della lunghezza dell’ala, del tarso e del becco, oltre al sesso se visivamente individuabile e all’età. In tal modo, durante i decenni si sono gradualmente ampliate delle banche dati di grande interesse, attraverso un’interconnessione oggi informatizzata di tutti gli osservatori ornitologici distribuiti sul continente europeo e tra loro coordinati nell’ambito del vasto programma Euring. Se si pensa che il primo ricercatore che si avvalse del metodo dell’inanellamento a scopo scientifico fu il danese Hans Christian Mortensen (che pur non disponeva di impianti fissi …) nell’anno 1899 con la marcatura di 165 storni tramite un piccolo anello, possiamo tranquillamente affermare come gli studiosi nostrani abbiano potuto beneficiare grandemente dei roccoli per questo scopo, come infatti avvenne sin dal 1929 su primario impulso del prof. Alessandro Ghigi con la fondazione dell’Osservatorio ornitologico del Garda, diretto dal dr. Antonio Duse. Oggi, XXI secolo, uno degli Osservatori ornitologici regionali più belli, attivi e meglio conservati della Lombardia è senz’altro quello di Arosio, in provincia di Como, di proprietà della FEIN (Fondazione Europea Antonio Bana per la ricerca ornitologica sulle migrazioni e per la tutela dell’ambiente). Se ne trova traccia già nel succitato Catasto Teresiano del 1722 e vi si pratica l’inanellamento scientifico dal 1977: il 135.000° esemplare, una Capinera (Sylvia atricapilla), vi è stato inanellato nel settembre 2004. I suoi lunghi corridoi di carpini e le sue strutture sono meta annuale di visite di numerose scolaresche, di studiosi italiani ed europei, di appassionati e di rappresentanti istituzionali, i quali vi giungono per osservare, comprendere e, se del caso, imitare. L’altra funzione attuale dei roccoli che abbiamo sopra enunciata, ossia il loro impiego ai fini di cattura di richiami vivi, benché prevista dalle normative vigenti come sopra ricordato e sottoposta a regole severe, è sovente attaccata da ambientalisti e animalisti che vi ravvedono una maniera per proseguire nella pratica dell’uccellagione, in realtà vietata da molti anni. Non è qui il caso di addentrarci in inutili polemiche, perché ciascuno fa il suo mestiere, soprattutto davanti all’opinione pubblica o almeno a quella parte di essa che rinnova il proprio sostegno a fronte di determinati atteggiamenti: resta il fatto che la cattura di richiami vivi è un servizio – ne sono infatti titolari le Province – sottoposto a rigidi controlli e regole e amministrato sia nei quantitativi di uccelli catturabili, totali e per specie, che nelle modalità pratiche direttamente dalla Regione in collegamento con l’INFS per l’intero iter autorizzativo. Le specie a tale scopo prese nei roccoli sono quattro: Tordo bottaccio (Turdus philomelos), Tordo sassello (Turdus iliacus), Cesena (Turdus pilaris) e Merlo (Turdus merula), cacciabili non solamente per la legge italiana ma naturalmente, a monte, anche per la Direttiva 79/409/CEE “Uccelli” e tutte classificate in favorevole stato di conservazione a livello europeo. Il patrimonio di storia, cultura e architettura rappresentato dai roccoli e dalle bresciane ha perciò potuto sopravvivere grazie a questa doppia riconversione e intelligente adattamento dei loro scopi ai tempi nuovi, poiché il divieto dell’uccellagione (la caccia con le reti), intervenuto nel nostro Paese sul finire degli anni ’60 del XX secolo, ha determinato l’abbandono di moltissime di queste strutture. La natura le ha ricolonizzate nelle sue forme spontanee, i caselli sono andati in rovina sino a scomparire e le poche vestigia rimaste sono oggi individuabili solo da un occhio esperto. Guardando alla Lombardia, il calo è stato effettivamente marcato: da 1.072 roccoli funzionanti nel 1950, si è passati a 725 nel 1968, 479 nel 1970, 288 nel 1978, sino ai 67 del 2002. Molto spesso, ove nel passato erano fisicamente presenti questi impianti, ne ritroviamo traccia nelle etimologie locali: aziende agrituristiche, aziende vitivinicole, ristoranti, ville, castelli e parchi, come il PLIS (Parco locale d’interesse sovracomunale) del Roccolo, situato a Nord-Ovest della provincia di Milano. Un’altra struttura molto simile al roccolo, la bresciana o bressanella, ha seguito un analogo destino di rarefazione. Essa si fonda sugli stessi principi di funzionamento del suo più noto parente, tuttavia se ne differenzia per alcuni aspetti: 1) la forma del perimetro delimitato dai corridoi, che è rettangolare; 2) l’interno del tondo (in realtà non più tale), ove non troviamo alberi d’alto fusto bensì un semplice prato punteggiato, verso gli angoli, da arbusti con bacche; 3) il posizionamento dello spauracchio, costituito da un cavo appoggiato sul terreno, cui sono appese latte, stracci, ecc. e che viene azionato al momento giusto dal casello tirandolo con forza e quindi facendolo sollevare repentinamente; 4) gli alberi di buttata, non più collocati al centro del tondo, ma ai bordi, lungo i corridoi laterali; 5) la sua ubicazione, in origine limitata alle aree pianeggianti, anche se nel tempo e a varie altitudini sono state create parecchie strutture miste roccolo-bresciana, allo scopo di accrescere le potenzialità di cattura dell’insieme riunendo le peculiarità dell’uno e dell’altra. E così il cerchio si chiude.
Conclusioni
Data la complessità dell’argomento, soprattutto nel tentativo di spiegarlo a chi non ne abbia la minima conoscenza, nemmeno visiva, ci auguriamo di essere stati sufficientemente lineari e di aver dato risalto ai particolari chiave per supportare un’efficace comprensione da parte del lettore. E’ tuttavia ovvio che nemmeno mille parole possano illustrare un oggetto meglio di una bella fotografia ed è per questo motivo che nella bibliografia che segue sono presentate alcune delle opere più significative sui roccoli funzionanti in Lombardia, come immortalati dall’eccellente obiettivo di Santino Calegari. Dalle foto, risaltano vividamente tutte le caratteristiche che abbiamo elencato ma, soprattutto, vediamo gli impianti arborei collocati nel contesto che è loro proprio, immersi nel paesaggio collinare e montano lombardo: anzi, parti costituenti di tale paesaggio nel corso delle quattro stagioni. Crediamo che attardarsi ancor oggi in polemiche o battaglie di retroguardia contro questi frutti straordinari dell’unione tra ingegno umano e opera infaticabile della natura, dimostri povertà d’animo e, soprattutto, incapacità di accettare ciò che è diverso, solo perché dimenticato dai più dopo decenni di spopolamento delle montagne in direzione delle grandi città. L’attività degli impianti, sia a scopo di ricerca scientifica che di cattura di richiami vivi, è chiaramente prevista dalla legislazione vigente e strettamente disciplinata dalla regolamentazione e con la partecipazione delle pubbliche Autorità, e questo è bene che non si scordi: poi, ciascuno faccia pure le battaglie che crede. Noi siamo persuasi che la comprensione e la tolleranza siano qualità estremamente importanti dell’essere umano e che, coniugate alla curiosità e al desiderio di apprendere cose nuove, ci aiuteranno sempre a progredire in maniera civile e rispettosa degli equilibri sociali e naturali. Infine, chiunque desiderasse apprendere maggiori dettagli su tutto quello che abbiamo sinteticamente illustrato in merito all’inanellamento degli uccelli in Lombardia, ai roccoli e alla loro storia, può rivolgersi ai seguenti testi e siti web:
Belotti W. & Belotti V., Andar per roccoli – Alla scoperta di preziose testimonianze dell’architettura rurale in Vallecamonica, La Biblioteca del Parco dell’Adamello, 2001
Calegari S., Mora V., Radici F., I roccoli della Bergamasca, Grafica e Arte, Bergamo, 1996
Calegari S., Antichi roccoli di Lombardia tra passato e presente, Ferrari Grafiche, Bergamo, 2002
Vigorita V. e Reguzzoni P. (a cura di), Osservatori ornitologici. Relazioni annuali sull’inanellamento per lo studio delle migrazioni degli uccelli nella regione Lombardia, Regione Lombardia, Volume XXVII, anno 2003
www.nibbio.org - sito ufficiale della Fondazione Europea Il Nibbio
www.gruccione.it - sito ufficiale degli inanellatori italiani.
Buona lettura e, per chi lo vuole, arrivederci a presto sulle nostre montagne!
Massimo Marracci e Gianfranco Zoller