marzo 2008
IL MONDO DEGLI INSETTI
Api
Le api si possono distinguere dalle vespe per le zampe posteriori, che nelle prime sono rivestite da una sottile peluria, e perché il pronoto, cioè la superficie dorsale del primo segmento toracico, non raggiunge la base delle ali anteriori.
Sono diffuse in tutto il mondo e sono particolarmente abbondanti nelle zone calde e soleggiate, dove c’è abbondanza di fiori da nettare.
Il corpo ha colorazioni in genere poco appariscenti e spesso presentano una folta peluria; possono essere solitarie o vivere in società; tra le api le più famose sono l’ape del miele (Apis mellifera) e il bombo (genere Bombus).
Il nome bombo deriva dal greco bombus che significa “suono”, in relazione al forte ronzio che questo insetto emette quando è in volo. Il suo corpo è particolarmente rivestito di peli e la colorazione è scura, con varie strisce gialle; vive in società matriarcali e annuali, con una femmina regina che non presenta particolari differenze morfologiche rispetto agli altri membri, se non nell’essere leggermente più grande. La femmina, una volta fecondata alla fine dell’estate, cerca un rifugio dove trascorre l’inverno; ai primi tepori primaverili si risveglia e comincia a volare tra i fiori alla ricerca di cibo e di un luogo adatto per fondare la nuova colonia. Il nuovo nido può essere costruito in cavità o buche del terreno, oppure su parti vegetali; la colonia sarà formata da circa un centinaio di individui, ognuno con il suo compito specifico.
Nei bombi possono essere presenti generazioni di operaie di piccole dimensioni in quanto allo stadio di larva hanno avuto un’alimentazione povera; queste tendono a rimanere nel nido tutta la vita adempiendo agli obblighi di allevamento delle larve e di protezione del nido.
Le api sono forse gli insetti più studiati e in certi aspetti veramente sorprendenti. La loro organizzazione sociale è basata su un matriarcato di durata perenne, nel quale è presente un’unica regina, molti maschi, chiamati fuchi, e una moltitudine di operaie. I maschi sono più grandi delle operaie, ma più piccoli della regina e sono caratterizzati dal possedere due occhi più grandi e composti, dalla mancanza dell’aculeo e degli organi della raccolta per il polline; la loro funzione è principalmente quella di fecondare la regina. Le operaie sono di dimensioni inferiori e sono invece caratterizzate da un corpo meno peloso e con un pelo più chiaro, l’aculeo perfettamente funzionante, dritto e seghettato all’estremità, gli organi per la raccolta del polline costituiti da una sorta di secchielli e spazzole sulle zampe posteriori. Le caste delle operaie sono divise in base ai diversi compiti a cui sono preposte: raccogliere il polline, allevare le larve, costruire il nido, assistere la regina durate la deposizione delle uova e sorvegliare e proteggere il nido e la colonia.
Un ape operaia vive in media per circa sei settimane durante le quali svolge le diverse mansioni a seconda della sua età e della sua fisiologia. Nei primi tre giorni di vita essa pulisce le celle, in seguito inizia a nutrire le larve più anziane con una sostanza composta da polline e miele che preleva nelle celle di deposito. Durante questo periodo si sviluppano le ghiandole faringee, dette nutrici, che si trovano sul loro capo e che hanno il compito di secernere la cosiddetta “pappa reale”; dal sesto al quattordicesimo giorno di vita l’ape operaia ha il compito di nutrire con questa sostanza ricca di proteine le larve più giovani e soprattutto le larve di regina presenti nell’alveare. La pappa reale viene somministrata indistintamente a tutte le larve all’inizio dello sviluppo, ma le larve destinate a diventare regine, che vivono in celle più grandi rispetto alle altre, saranno nutrite con questo alimento fino alla loro maturazione.
Dal decimo giorno, nelle api operaie iniziano a svilupparsi le ghiandole della cera che sono situate nel loro addome; nello stesso tempo iniziano a regredire le ghiandole nutrici. A questo punto l’ape inizia a modificare il suo comportamento e da nutrice delle larve, si specializza nella costruzione delle celle. A partire dal diciottesimo giorno di età l’ape operaia inizia a compiere dei brevi voli esplorativi e di orientamento nei dintorni dell’alveare e trascorre il resto del tempo a sorvegliare l’entrata di questo e a ispezionare le api che arrivano. Dal ventunesimo giorno di vita e fino alla morte, l’operaia si trasforma in ape bottinatrice, con il compito di portare all’alveare il nettare, il polline e l’acqua che serviranno al sostentamento delle larve e delle altre operaie.
In genere questo è il ciclo di vita di un’ape operaia, che può tuttavia essere modificato a seconda delle esigenze del momento; se, ad esempio, non sono sufficienti le api operaie nutrici e molte larve sono denutrite, in un’ape operaia bottinatrice anziana si possono rigenerare le ghiandole nutrici, che le permettono così di tornare a svolgere il suo vecchio compito. Anche in caso di scarsità di cibo, le api operaie giovani possono passare di grado e diventare bottinatrici prima del tempo normale.
Un aspetto molto importante nella comunicazione tra le api di una stessa colonia è il continuo contatto fisico esistente tra le varie operaie. All’interno di un alveare le api che restano troppo tempo ferme in riposo, vengono subito sollecitate dalle compagne che le inducono a riprendere il loro lavoro. Quando una bottinatrice giunge all’alveare, le altre operaie più giovani richiedono subito il cibo raccolto; anche tra due operaie che lavorano tra le celle può avvenire questo continuo passaggio di nutrimento. Altre volte quando due api si incrociano, una estrae la lingua e la strofina sulle antenne dell’altra, inducendola a rigurgitare una goccia di nettare tra le sue mandibole. Grazie a questo incessante passaggio di cibo tra i vari componenti della colonia, ogni individuo viene tenuto costantemente informato sullo stato delle riserve di cibo e contemporaneamente viene garantita la diffusione di feromoni.; questi ultimi sono caratteristiche sostanze chimiche prodotte da particolari ghiandole che hanno la funzione di comunicazione e di scambio di informazioni tra gli individui, influenzandone i comportamenti e lo sviluppo.
All’interno di un alveare l’ape regina secerne un tipo di feromone, la “sostanza della regina”, che ha il potere di inattivare le ovaie delle operaie, impedendo loro di riprodursi e anche di allevare altre regine che potrebbero spodestarla. La regina è sempre circondata da assistenti operaie che le leccano il corpo in continuazione; quando le operaie si passano vicendevolmente il cibo, trasferiscono anche questi feromoni che compiono così la loro funzione inibente. Il livello di feromone deve sempre essere mantenuto costante, infatti in caso il suo rifornimento venga sospeso, la sua concentrazione arriva a livelli limite oltre i quali scattano meccanismi di rivolta nei confronti della regina. In caso una regina muoia o sia indebolita l’abbassamento del livello di feromone, induce le operaie a costruire una cella per la “regina d’emergenza”; qui viene inserita una delle larve più giovani, che, in condizioni normali, sarebbe stata destinata ad una vita d’operaia. Questa comincia ad essere alimentata con la pappa reale e, una volta adulta, diventa regina.
La danza delle api
Fu il grande zoologo austriaco Karl von Frisch a decodificare il codice celato sotto la particolare danza che le api eseguono per comunicare alle loro compagne la scoperta di una nuova fonte di cibo. Von Frisch aveva notato che mettendo sul davanzale una soluzione zuccherina per attrarre le api, spesso queste impiegavano alcune ore prima che una di esse la scoprisse; ma una volta che una aveva localizzato la fonte di cibo, dopo poco tempo, numerose compagne la raggiungevano. Lo scienziato suppose che l’informazione fosse stata trasmessa in una qualche maniera; impiegò vent’anni per capire i segreti delle api e le conclusioni a cui giunse ci hanno svelato una delle più affascinanti scoperte sulla comunicazione nel mondo animale. Ecco le varie fasi con cui l’ape esploratrice comunica alle sue compagne la meravigliosa scoperta. Un’ape esploratrice riesce a scoprire nel suo girovagare un luogo ricco di nettare, ne preleva una parte e torna all’alveare; dopo essersi posata sull’alveare e aver passato alle compagne il suo carico di assaggio, inizia a compiere dei movimenti particolari per indicare alle compagne qual è la direzione e la distanza della fonte di cibo. Nel caso in cui la fonte di cibo si trovi a meno di 25 metri di distanza, l’ape inizia a muoversi compiendo brevi e rapidi passi sulla superficie dell’alveare, disegnando dei cerchi e alternando il senso di rotazione, seguendo una precisa sequenza, nella quale ogni spostamento assume un significato preciso. Nel caso in cui la fonte di cibo si trovi oltre i 25 metri e fin oltre i 100 metri di distanza, le evoluzioni si complicano e vengono accompagnate da particolari movimenti dell’addome che von Frisch chiama “la danza dell’addome”. I nuovi disegni che vengono tracciati dai passi si articolano in due semicerchi, ben differenziati tra uno destro e uno sinistro, inframezzati a brevi intervalli da una linea retta; contemporaneamente l’ape fa ondeggiare ritmicamente l’addome. Questi movimenti diventano tanto più rapidi e intensi, quanto più la fonte di cibo è lontana e vengono spesso accompagnati da leggere vibrazioni delle ali, che vengono captate dalle compagne attraverso le loro antenne.
La direzione e la distanza della fonte di cibo sono sempre in rapporto alla posizione del sole; nelle giornate nuvolose i punti di riferimento vengono comunque garantiti dai raggi ultravioletti. Tenendo quindi il sole come punto di riferimento, l’ape esploratrice esegue una danza formando un otto con andamento inizialmente ascendente, se la fonte di cibo è nella direzione dell’astro; se invece la fonte di cibo si trova in direzione opposta l’andamento dell’otto è inizialmente discendente. Nel caso in cui infine la direzione è differente, la danza viene eseguita con un angolazione rispetto alla verticale al sole, uguale a quella esistente tra il sole stesso e la fonte di cibo, formando in pratica un triangolo con al vertice l’alveare. Con questa danza le api si trasmettono con assoluta precisione anche informazioni sulla qualità e la quantità di cibo; dopo questa esibizione il gruppo di api spettatrici si alza in volo e si dirige con assoluta sicurezza verso il punto indicato dalla compagna.
Il miele
Il miele si può dire che venga prodotto nello stomaco delle api, esso infatti è il risultato della digestione del nettare. Una volta depositato nelle celle dell’alveare esso viene utilizzato come cibo per l’inverno e, in apicoltura, raccolto dall’apicoltore.
Il miele contiene dal 16 al 20 per cento di acqua, dal 72 al 75 per cento di zuccheri semplici, il 2,5 per cento di saccarosio e il restante 3 – 8 per cento di enzimi, proteine e oligoelementi.
Esistono circa una trentina di varietà di mieli e si possono dividere in mieli monoflorari, contenenti in prevalenza il polline di una sola pianta, e in mieli millefiori, prodotto cioè da api che si sono servite da più varietà di fiori.
Oltre al miele però le api producono anche altre sostanze molto sostanziose e apprezzate dall’uomo.
La cera, prodotta dalle ghiandole della cera situate nel loro addome, viene utilizzata dalle api per la costruzione delle celle; l’uomo la utilizza nei prodotti di cosmetica, nei medicinali e nelle cere per i mobili.
La propoli che le api ricavano dalle sostanze balsamiche, resinose e gommose che rivestono le gemme di molte piante viene utilizzata per rinforzare l’alveare, per tappare eventuali buchi e per sterilizzare l’ambiente. L’uomo utilizza la propoli per le sue proprietà antibiotiche, disinfettanti e cicatrizzanti.
La pappa reale, prodotta dalle ghiandole faringee o nutrici delle operaie, serve alle api per nutrire tutte le larve solo nei primi giorni di vita, mentre è il cibo speciale riservato alle larve destinate a diventare regine. Per l’uomo la pappa reale è un ottimo ricostituente.
Il polline, che le api bottinatrici prelevano dai fiori, viene utilizzato per nutrire le larve destinate a divenire operaie e le operaie stesse. Anche il polline ha proprietà ricostituenti sull’uomo.
Lo sfruttamento da parte dell’uomo dell’ape e dei suoi prodotti risale a tempi antichissimi. Già dai tempi più remoti, infatti, le antiche popolazioni lo utilizzavano e lo consideravano come un dono e un segno della provvidenza divina. Pitagora, che morì all’età di novant’anni, attribuiva questa sua straordinaria longevità al suo quotidiano consumo di miele. Negli scavi di Pompei è stato ritrovato miele contenuto in vasi di terracotta; anche nell’Antico Egitto se ne faceva regolare consumo, come conferma un vaso pieno di miele rinvenuto in una tomba di un faraone egizio, risalente a 3000 anni fa.
Negli Stati Uniti è uso comune dei frutticoltori ospitare nelle loro piantagioni gli apicoltori; come già detto in precedenza le api sono insetti pronubi, aiutano cioè la fecondazione incrociata delle piante. In questo caso i frutticoltori approfittano di questa qualità delle api per farsi fecondare le piante delle loro coltivazioni e dei loro frutteti.
Il pungiglione
Api e vespe possiedono un’arma di difesa particolarmente efficace e pericolosa: il pungiglione. Oltre a scopo difensivo, come accade soprattutto per le api, esso viene utilizzato per paralizzare una preda che può essere immediatamente divorata o conservata per nutrire le larve.
È credenza comune che un’ape o una vespa, dopo aver punto la sua vittima, muoiano; in realtà non è proprio così, infatti questo può accadere solo nel caso delle api che possiedono un pungiglione seghettato. Infatti, quando l’ape si stacca dalla vittima, se il pungiglione resta impigliato nel suo corpo, trattiene con sé una parte dell’intestino, provocando così la morte dell’animale.
Al contrario, il pungiglione delle vespe è liscio all’estremità, quindi esse possono ripetere la puntura diverse volte anche nel giro di pochi minuti.
Gli Imenotteri non attaccano abitualmente l’uomo, ma se vengono disturbati, diventano particolarmente aggressivi e lo attaccano con estrema furia. In generale le punture delle api sono meno dolorose di quelle delle vespe e anche tra le vespe l’intensità del dolore può variare.
Le punture possono creare dolore e conseguenze più o meno gravi a seconda degli animali che ne sono vittima, nei Mammiferi non provocano conseguenze particolarmente gravi a parte un forte dolore iniziale, seguito da un gonfiore e da un arrossamento che si riassorbono nel giro di pochi giorni. Negli Uccelli invece le conseguenze sono più gravi, è appurato infatti che i passeri, per esempio, punti da un calabrone, muoiono in poco tempo. Rettili e Anfibi, invece, sembrano non risentire particolarmente della puntura di questi insetti.
L’intensità del dolore dipende anche dalla lunghezza del pungiglione, nel calabrone (Vespa crabro) ad esempio, il cui pungiglione può essere lungo fino a 3,5 millimetri, la puntura può risultare sicuramente più dolorosa rispetto a quelle di specie più piccole.
Il veleno inoculato agisce secondo meccanismi simili a quelli del veleno dei serpenti; è un liquido limpido e incolore ed ha un odore aromatico.
Anche Esopo raccontava una favola ispirata al pungiglione delle api: “Un giorno le api, gelose perché gli uomini si servivano del miele che esse producevano, si recarono da Zeus pregandolo di concedere loro il potere di uccidere a colpi di pungiglione chiunque si avvicinasse agli alveari. Zeus, sdegnato per tanta malignità, stabilì che da quel momento le api, non appena avessero colpito qualcuno, perdessero non soltanto il pungiglione, ma anche la vita”. Così commentava Esopo questo racconto: “Questa favola si adatta a certe persone maligne che si rassegnano a essere coinvolte nei danni inferti agli altri”.
Testi tratti parzialmente dalla collana “Atlante degli animali” del Corriere della Sera, anno 2006
Gianluca Ferretti