maggio 2007
IL LUPO TRA MITO E LEGGENDA
Il mondo antico ci ha lasciato numerose testimonianze letterarie che si riferiscono alla natura: descrivendo i paesaggi si rappresenta l’ambiente in cui si svolgono le vicende dell’uomo o degli eroi. Gli atteggiamenti che emergono da questi testi sulla natura si possono così suddividere: da una parte la natura è vista come selvaggia e spontanea, dall’altra, come addomesticata dall’uomo e organizzata. Da un lato il paesaggio incolto, le foreste impenetrabili o le forze della natura che si scatenano, dall’altro l’orto, il giardino, la piacevolezza di un ambiente ricreato dall’uomo; la natura selvaggia spaventa; la natura organizzata addolcisce e ritempra lo spirito.
È proprio in questa ambivalenza che va collocato il lupo e l’ancestrale paura che accompagna l’uomo dalle origini della sua storia nei confronti di questa fiera. Il lupo infatti, creatura della natura selvaggia e spontanea, compie periodiche incursioni nei ben ordinati territori umani, ricordando ai pastori quanto sia fragile il dominio dell’uomo sulla natura e quanto essa possa manifestare con prepotenza il suo aspetto più ostile e spaventoso.
Il lupo comunque, non è l’unico animale pericoloso che abbia mai popolato le selve della Grecia antica, dell’Asia Minore, dell’Italia dei Romani, ma è quello che più spaventa i pastori per le sue incursioni negli ovili e che quindi simboleggia a pieno titolo gli aspetti più inquietanti di una natura che, nonostante tutti i suoi sforzi, l’uomo non è mai in grado di domare completamente.
Le altre creature temibili del mondo animale, basti pensare ai leoni e ai serpenti, vivono generalmente nella loro dimensione di natura spontanea e selvaggia e diventano pericolose per l’uomo solo quando l’uomo compie azzardate incursioni in tali territori. Il lupo invece valica i confini tra i due mondi, spostandosi continuamente tra boschi, incolti, pascoli e campi. L’uomo non lo incontra solo se esce dalle proprie fattorie e dai propri giardini, ma lo vede apparire anche sulla soglia di casa. Nelle società agro-pastorali quindi il lupo ha sempre goduto di un fama sinistra a causa delle sue improvvise incursioni nei territori umani, ma va ricordato come presso alcuni popoli, ad esempio i Lapponi e gli Eschimesi, esso è venerato come una divinità apportatrice di vita e di morte, del sole e delle oscurità.
Il mito del lupo si perde quindi nella notte dei tempi: è una presenza sicuramente costante e ben nota in un mondo arcaico di tipo pastorale, ma nel corso dei secoli è diventato un simbolo dagli aspetti molteplici e prevalentemente inquietanti. Nella mitologia greca il dio solare Apollo, portatore di luce, che combatté in più circostanze con le forze delle tenebre e dell’oscurità, era venerato con l’epiteto di Liceo (Lykaios), che potrebbe significare “uccisore di lupi” (dal nome greco del lupo, lykos) e sottolineare i risvolti più tenebrosi che la figura del lupo presentava in contrasto con la luminosità apollinea.
Nell’Arcadia, la regione della Grecia divenuta il simbolo della vita pastorale, era invece frequente il culto dello Zeus-lupo o Zeus Liceo. In questi territori, in caso di grave siccità, si svolgeva una complessa cerimonia religiosa: il sacerdote di Zeus si recava ad una sorgente sacra, compiva un sacrificio e faceva colare nelle acque della fonte il sangue della vittima: poi, dopo aver recitato apposite preghiere, immergeva nelle acque un ramo di quercia e ne faceva sprigionare dei vapori che avrebbero provocato la pioggia tanto attesa. Il dio lupo era così messo in relazione con la fertilità della terra e i cicli della vita agricola e del raccolto; il che illuminerebbe di una luce nuova, più rassicurante e positiva, l’immagine dell’animale, se non sapessimo che la vittima preferita per tali rituali era una vittima umana.
Anche Ovidio, il grande poeta latino, racconta nelle Metamorfosi la storia del re dell’Arcadia Licaone che ebbe un giorno alla sua tavola un ospite d’eccezione, Zeus, il re degli dei. Per mettere alla prova Zeus Licaone fece uccidere un prigioniero e gliene imbandì le carni; il re degli dei naturalmente si accorse subito di ciò che aveva nel piatto e punì la crudele superbia di Licaone trasformandolo in un lupo.
Questo singolare racconto sembra sia all’origine delle innumerevoli leggende che, già a partire dall’età classica, e poi successivamente nel Medioevo e fino al racconto Mal di luna di Pirandello, hanno come protagonista il lupo mannaro, o licantropo, l’uomo, cioè, che in circostanze particolari, di solito nelle notti di luna piena, si trasforma in lupo.
La terrificante figura del licantropo, che sembra di nuovo fondere in una sola immagine le due dimensioni diverse della natura, quella inquietante dell’animale selvaggio e quella umana, è affiancata, nell’immaginario greco, da un altro “lupo cattivo”: la lupa Mormo, divinità infernale, ritenuta nutrice dell’Acheronte, il fiume dell’oltretomba personificato. La lupa era evocata, come ci racconta il commediografo Aristofane, come spauracchio per spaventare i bambini.
Numerosi e presenti nelle varie leggende di svariati popoli della Terra sono gli accostamenti del lupo con il mondo infernale. Il lupo ha negli inferi, al pari del cane, la funzione di accompagnatore delle anime dei defunti alla loro eterna dimora. Il dio degli inferi, Ade, porta un mantello di pelle di lupo e nel mondo divino degli Etruschi il dio della morte ha aguzze orecchie da lupo. Anche l’Egitto accostava il lupo all’idea della morte: Osiride, sposo di Iside e anticamente re d’Egitto, venne ucciso dal fratello Set che lo fece a pezzi e ne gettò il corpo nelle acque del Nilo; ma risuscitò in forma di lupo ed ebbe la meglio su Set. Anche il dio Anubi, divinità infernale egizia, ha con il lupo una certa parentela, perché era chiamato anche Impu, “colui che ha forma di cane selvaggio”.
Il lupo viene quindi a rappresentare l’animale infernale, inquietante e terribile, che divora con le sue fauci spalancate le vittime e, di conseguenza, il tempo della vita dell’uomo. Rappresenta inoltre lo strumento della punizione divina verso chi si è macchiato di sacrilegio, come testimonia la leggenda del lupo di Peleo raccontata da Ovidio. Peleo, il futuro padre di Achille e sposo di Tetide, si era macchiato di un sacrilegio, uccidendo il fratellastro Foco: gli dei, irati, mandarono allora un lupo selvaggio e famelico a far strage delle sue greggi.
Le parole angosciate della descrizione confermano che ai tempi di Ovidio sono molto sentite le antiche tradizioni secondo le quali, per esempio, chi è visto da un lupo prima di averlo a sua volta visto, è destinato a rimanere senza voce; anche Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, descrive, non senza un certo scetticismo, questa credenza e riporta come fosse consuetudine avvalersi di amuleti fatti con occhi e denti di lupo o delle proprietà taumaturgiche del suo fegato, del grasso, della carne.
In epoche successive il lupo venne scelto come simbolo anche da molti popoli barbarici, che durante le loro invasioni, si identificarono con questo predatore, seminando morte e distruzione in suo nome; lo stesso Gengis Khan era il diretto discendente del grande Lupo Azzurro, leggendario antenato dei mongoli.
Il ruolo del lupo non sembra cambiare sensibilmente anche se dal mondo alto della mitologia, della religione e della poesia passiamo a quello più modesto e quotidiano della favola, che nella cultura greca si identifica con l’opera di Esopo. Diverse favole hanno per protagonisti i lupi, anzi, più esattamente, “il lupo”, che ha un carattere ben preciso e ritorna come personaggio sempre uguale a se stesso: in lotta con il leone o con i cani che custodiscono le greggi, in agguato a far la posta a un agnello o a giocare d’astuzia con il pastore, la pecora o il cavallo. Nelle gare d’intelligenza, però, il lupo non fa una gran bella figura: Esopo lo presenta come malvagio e quasi sempre affamato, ma non sempre fortunato e qualche volta anche preso in giro dalle sue possibili vittime, più astute di lui. Nella morale finale, che conclude ogni favola proponendo un insegnamento desunto dalle vicissitudini degli animali messi in scena, il ruolo del lupo si identifica sempre con quello del malvagio, qualche volta persino simpatico per la sua goffaggine, comunque sempre visto come personificazione della doppiezza e della cattiveria allo stato puro.
Le immagini del lupo fin qui evocate ne mettono in evidenza gli aspetti spaventosi e inquietanti che trapasseranno, senza soluzione di continuità, in tante tradizioni del Medioevo, nelle favole, nelle credenze popolari, nell’iconografia del demonio e nelle leggende dei santi.
Il lupo tuttavia non è soltanto il mostro dalle fauci spalancate che fa strage di greggi: nel mondo romano una lupa è collegata alla notissima leggenda di Romolo e Remo, che, abbandonati dopo la nascita, furono allattati appunto dalla celebre fiera. “Lupus in fabula”, si diceva in latino, ossia “come l’apparizione di un lupo nel bel mezzo di un discorso”, segno evidente che l’esperienza dell’incontro con il lupo doveva essere abbastanza ricorrente nell’Italia antica. Nel mondo romano, inoltre, il lupo è animale sacro a Marte, e Marte, prima di venir identificato con il greco Ares, signore della guerra, era venerato presso le popolazioni dell’antica Italia anche come dio protettore dell’attività agricola e dell’allevamento, con l’appellativo di Silvanus; senza contare che la leggenda lo faceva padre dei gemelli Romolo e Remo. Il cerchio si chiude se richiamiamo in questo contesto anche la figura di una divinità antichissima venerata dai pastori italici, Luperco, il cui nome richiama quello del lupo e che si riteneva proteggesse gli armenti proprio dagli assalti di quei feroci animali. Luperca, al femminile, era una figura divina, forse identificabile con la dea Acca Larenzia, la moglie del pastore Faustolo che allevò Romolo e Remo, e secondo alcune fonti antiche era altresì il nome della lupa che allattò i gemelli.
Con un singolare capovolgimento dei ruoli, così, l’animale mostruoso e terribile dalle fauci spalancate diventa la nutrice dei divini gemelli che fonderanno la più grande città del mondo antico. la lupa Mormo, la mostruosa nutrice dell’Acheronte infernale, si trasforma nel mondo romano, diventando complice benevola di un disegno divino.
Sempre in relazione al volere divino va annoverata la vicenda di San Francesco e il lupo, o meglio la lupa. San Francesco, giunto un giorno nella città di Gubbio, apprese con dolore che la popolazione era spaventata a causa di un grosso lupo feroce che si aggirava nei dintorni e faceva strage di animali e persino di uomini. Il Santo ebbe compassione per quella gente e, ispirato dal volere divino, andò, solo ed inerme, ad affrontare la bestia feroce. Quando il lupo gli apparve, il Santo si fece il segno della croce e immediatamente il lupo si accostò a lui, alzò la zampa anteriore e, in segno di fede e sottomissione, la pose nella mano del Santo. Da quel giorno la bestia, ammansita, visse in armonia con la popolazione ed entrando tranquillamente nelle case ricevette cibo abbondante da tutti i cittadini.
Continuando così negli alti e bassi della sua storia, il lupo sarà ancora una volta, nel Medioevo, una figura principalmente sinistra e famelica, predatrice di agnelli e testimone delle riunioni delle streghe nelle notti del Sabba; sarà la personificazione del demonio e un terribile spauracchio per i bambini disobbedienti. È proprio in questo periodo che il terrore dei lupi assume in Europa forme ossessive, tanto che ogni villaggio disponeva di un gruppo di cacciatori sempre pronti a combatterli. Questo retaggio culturale negativo nei confronti del lupo venne esportato dall’uomo europeo nelle colonie d’oltreoceano: i nativi americani venivano invogliati alla conversione tramite un’offerta scorretta: una vacca ogni otto lupi uccisi. Ma è proprio presso molte tribù di Indiani d’America che si trova una forte correlazione nello stile di vita con il lupo. Presso gli indiani Pueblo, Shoshoni, Sioux, Cheyenne il lupo era rispettato come cacciatore e come procacciatore di cibo non solo per sé stesso ma per la comunità intera, attitudine condivisa anche dai nativi. Per gli indiani cacciatori delle Grandi Pianure il lupo rappresentava non solo un modello per la caccia ma rivestiva anche un ruolo predominante nella vita religiosa, essendo l’animale totemico preposto alla concessione dei poteri per la caccia, la guerra e la guarigione. Sognare un lupo o averne una visione significava acquisire la capacità di avvicinarsi ad una mandria di bufali o ad un nemico con la stessa silenziosità e fluidità di movimenti del lupo stesso. Il potere di questo predatore era considerato tale che ogni cosa o persona ne fosse venuta a contatto doveva venire purificato. Ma nonostante questi esempi positivi il lupo con il passare del tempo diventa suo malgrado il simbolo della malvagità assoluta e, come accade in “Dracula” di Abram Stoker, scrittore gotico, esso è l’incarnazione di forze demoniache, prendendo persino una connotazione quasi umana.
Bisognerà aspettare l’età contemporanea perché anche il lupo, come molte altre creature a lungo viste soltanto come pericolose per l’uomo, appaia con una dignità nuova proprio nel momento in cui la sua stessa sopravvivenza risulta minacciata e venga sentito come tassello prezioso e insostituibile del mosaico multicolore di specie diverse che popolano la Terra, ritornando a proporre in modo nuovo il suo ruolo antico di tramite, non più spaventoso, fra la natura selvaggia e quella addomesticata dall’uomo.
Gianluca Ferretti