aprile 2007
Pomfy ed Ernst Jünger
«Ma dai: non posso crederci! È semplicemente bellissimo!»
«Che nome gli diamo?»
«Mah, non so… Pomfy!»
Ernst Jünger – e non cito Konrad Lorenz, no lui no, sarebbe troppo facile e troppo un mostro sacro della materia. Quindi, dicevamo Ernst Jünger, scrittore (1895-1998). Dicono di lui gli addetti ai lavori che in un’immaginaria classifica, per quanto riguarda la letteratura tedesca, viene appena dopo Mann, Kafka ed Hesse. Noi italiani lo conosciamo pochino, direi quasi per niente. Eppure Herr Jünger, autore tra l’altro di notevoli romanzi utopici (trattava spesso di società post-storiche che ritornano alla natura) è morto da non molto a ben 103 anni e nella sua non certo breve ed eclettica vita si era occupato anche di piante e animali. Ad esempio, il 10 maggio 1954 scriveva in un suo diario:
“Chi vuole osservare gli uccelli non li deve inseguire; deve appostarsi rimanendo cortesemente in silenzio. Allora si avvicinano spontaneamente.”
Sembra un assunto banale, la scoperta dell’acqua calda, ma poi andando avanti nella lettura ci si accorge quanto Herr Jünger non sia affatto scontato o neofita: viaggiava molto per conoscere con la curiosità di chi avrebbe avuto una lunga vita d’osservazione dell’ambiente, non soltanto umano. Lui, Herr Jünger, cita nel diario un testo che era stato l’unico libro portato in viaggio: A field guide to the Birds of Britain and Europe, scritto dagli ornitologi Peterson, Mountfort e Hollom. Continua Herr Jünger scrivendo: “Lo straordinario di quest’opera è che essa si porta comodamente in tasca…”; quindi, aggiungerei, dato che il libro in questione non è affatto passato di moda, può ancora essere un manuale d’importanza non indifferente per un birdwatcher in erba (un po’ come il museo di Max Factor a Hollywood per le aspiranti “stelline”? Forse).
E poi continuo a leggere: “… Julian Huxley, che ha scritto la premessa a questa Field Guide, saluta la sua apparizione come un evento capace di gettare ponti tra gli appassionati di un’amabile scienza, sorvolando ogni terra e superando ogni confine con la stessa libertà di movimento con cui l’uccello vola. Non c’è dubbio che una simile impresa sia più preziosa e più importante di congressi e discorsi accademici e celebrativi.”
Bene, Herr Jünger ha scritto abbastanza, quindi mi vado a prendere questo manuale e noto che esiste ancora la prefazione alla prima edizione di sir Julian Huxley, preceduta oggi dall’introduzione all’edizione italiana del responsabile nazionale del progetto Lipu-Birdwatching Marco Lambertini. I galloni ci sono, ma non sono quelli che mi attirano: purtroppo o per fortuna mi risuonano soltanto le parole dello scrittore “sorvolando ogni terra e superando ogni confine con la stessa libertà di movimento con cui l’uccello vola”.
Sì, è proprio questo il punto e quindi ora vorrei parlare di Pomfy.
Pomfy chi è?
Pomfy, così nominato a sua insaputa, è un piccolo di merlo che da poco più di una settimana è apparso nella striscia di giardino che delimita il mio ufficio. È da un po’ che lì vengono in visita degli uccelli a cui le mie colleghe danno da mangiare: sono piccioni, un merlo maschio e una femmina, un pettirosso e dei passeri, anzi, qualche giorno fa è apparso anche un luì piccolo, mai visto prima. Io, manco a dirlo, non so curare le piante, figuriamoci gli animali! Per cui me ne stavo “ingrugnita” alla scrivania senza nessun sentimento preciso da rivolgere a quegli esseri svolazzanti. Ma una mattina mi vedo su un ramo di rosa un essere non ben definito: troppo grosso per sembrare un passero, troppo “ciccio” per sembrare un merlo, troppo assurdamente goffo per assomigliare a un qualsivoglia uccello già visto. Subito dopo vedo il merlo maschio che gli si avvicina e lo imbocca. No! Per Giove, no! È un merlo piccolo! Non assomiglia affatto a un merlo: non è nero e non è bruno, non è agile... praticamente non sa fare niente. È decisamente statico, con una “faccia” (mi si passi il termine, per l’amordiddio non sono un’ornitologa e neppure un’etologa, ma se per quello neanche una che sa trattare gli animali in maniera elementare)… basita. Cioè con lo stupore di uno che è venuto da poco al mondo e tutto gli appare incomprensibile. Sinceramente mi ero sentita di capirlo. Pomfy se ne stava appollaiato lì, diciamo in maniera precaria, dondolando anche un pochino, perché certamente quegli stecchini di zampe che dovevano reggere un ammasso di piume erano ancora un po’ troppo corti. Emetteva dei suoni, dei richiami, che per me si riassumevano in “mamma”, “papà”, “pappa”. Che c’è di strano? Se mi avvicinavo un pochino i messaggi si facevano più rapidi: “Mamma, mamma, mamma, chi è questa qua? Aiuto!”. Se la madre o il padre erano nelle vicinanze della ciotola piena di crackers integrali (sminuzzati ormai dalla sottoscritta in preda al motto “sfamiamo la creatura”) il richiamo era: “Pappa, pappa, pappa, ancora, ho fame, vi prego!”.
Ho visto i primi tentativi di volo di Pompfy. Onestamente faceva proprio ridere: tirava su quelle aline da niente che dovevano sopportare il peso imbarazzante di un pancia piumata… e sarà pure leggera, ma appare ingombrante. È riuscito anche a dare una sana testata al vetro della porta-finestra, perché secondo me non ha ben capito come calibrare movimento ala destra/ala sinistra, però non si è fatto niente, ma ha proseguito a piedi per un po’ cercando di darsi un tono. Ma di quale tono parli Pomfy? Ti sei visto che non riesci neppure a piegarti per prendere una briciolina?
Insomma Pomfy è un mito, sia che faccia le prove decollo da un ramoscello, sia che ti guardi e faccia “bau sette” tra una foglia e l’altra.
Poi ieri mattina è comparso Pomfy 2, suo fratello (o sorella, non lo sappiamo ancora), o forse sarebbe meglio dire che non riuscendo a distinguerli non capivamo chi era chi, e magari una volta era uno e la volta dopo era l’altro. Se arrivano in due una differenza però c’è: nella disinvoltura. Uno dei due Pomfy è più impacciato e aspetta sicuramente di essere imboccato dai genitori, mentre l’altro fa dei tentativi di becchettare qualcosa da solo. Ma io li amo entrambi. Pompfy 1 e 2 sono il simbolo della grazia e della tenerezza della vita che semplicemente insiste nonostante tutto.
Ovviamente non avevo in programma di scrivere un trattato sul merlo turdus merula, ce ne sono già a sufficienza, ma, per tornare all’eclettico Herr Jünger, brindo volentieri alla sua lunga vita che ha ben impiegato nell’interessarsi a questo e a quello. Nonostante le due guerre mondiali a cui ha partecipato, mi pare abbia afferrato a piene mani l’essenza ultima e primaria del ruolo umano.
Noi che non siamo i soli e indiscutibili padroni dell’universo, se soltanto ci fermassimo un momento a guardare oltre la finestra – la sparo grossa? – non avremmo neppure bisogno del Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite!
Gloria De pace