novembre 2006
DEDICATO ALL’ANTICO CAVALLO DI MAREMMA
Entroterra della maremma toscana: un gruppo di persone si incammina lungo un sentiero al distendersi delle prime ombre della sera. Sono alla ricerca di qualcosa,
Anzi di ‘qualcuno’.
A voce bassa, accompagnano i passi scambiandosi storie del luogo che intrecciano antiche radici etrusche e quotidianità da butteri che oggi, come mille e mille anni fa, raspano una terra che da sempre conosce un solo, unico, vero protagonista: il cavallo.
La Maremma, la loro terra, non è una terra qualsiasi e i cavalli, i loro cavalli, non sono cavalli qualsiasi: sono maremmani.
Uomo e cavallo maremmani: animali speciali. Da sempre si specchiano l’uno nel carattere dell’altro; da sempre si accostano l’un l’altro con le emozioni ruvide di una generosità fatta di sensi antichi e densi; da sempre le ombrosità sono pudori aspri che traspirano amore, rispetto e gratitudine. L’animale-uomo maremmano vede allungarsi l’ombra della solitudine: l’animale- cavallo maremmano se ne sta andando, razza in estinzione. E con lui la terra di maremma sta perdendo pezzi di senso. Insieme, questi uomini, stanno andando da lui, dal maremmano. Di lui vogliono parlare fra loro, e con lui. C’è qualcosa da fare, da inventare. Per non perdersi.
Intendiamoci bene: sono ancora moltissimi in Italia i cavalli che portano il nome di Maremmani e che, come tali, risultano iscritti al libro genealogico. Il problema, genetico e culturale ad un tempo, è che nelle loro vene circola molto poco del sangue dell’antico cavallo di maremma. Dalla metà degli anni settanta, nel tentativo di conquistare il mercato del cavallo sportivo (discipline olimpiche, prevalentemente salto ostacoli) si è infatti cominciato ad incrociare questa razza antichissima con il purosangue inglese, cioè con il cavallo da corsa. Il progetto era quello di aggiungere a questo rude cavallo da lavoro un po’ di nevrilità trasformandolo in assiduo frequentatore di circoli ippici. Nasce il Maremmano migliorato, un cavallo derivato da continui incroci e che ha ben poco, per non dire niente, della razza originaria
L’operazione di per sé non sarebbe stata scandalosa. Da sempre lungo il corso della storia, l’uomo ha selezionato e modificato le razze equine sulla base delle proprie esigenze o di quelle dell’ambiente in cui era costretto a vivere. Il problema attuale sorge da due “sviste” che sono state, seppure involontariamente, commesse.
Al contrario dei nostri antenati, oggi noi abbiamo piena consapevolezza di quanto grande sia l’importanza di preservare il patrimonio genetico legato alle biodiversità animali. Occorreva dunque, così come hanno fatto ad esempio gli Irlandesi con il loro cavallo, garantire la sopravvivenza in purezza ad un ceppo della razza originaria. Questo non è avvenuto, per cui siamo al paradosso che se ufficialmente il Maremmano gode ottima salute, dal punto di vista genetico è praticamente in estinzione.
Ma le incongruenze non finiscono qui. Al contrario di quanto si pensava negli anni settanta, il mondo del cavallo si è sviluppato seguendo una direzione “imprevista” molto lontana dalle discipline olimpiche tradizionali: quella dell’equitazione di campagna. Il settore è cresciuto a un punto tale da far nascere all’interno della FISE ( federazione italiana sport equestri) un dipartimento legato al recupero e alla promozione delle monte da lavoro e delle tradizioni culturali ad esse connesse. E siccome il fenomeno non è soltanto italiano, ma internazionale, è addirittura nato negli ultimi anni un campionato internazionale di questa disciplina che attualmente vede in alcune specialità i cavalieri italiani raggiungere i gradini più alti del podio. In altre parole, e per dirla in termini di pura economia: il mercato richiede proprio quel tipo di cavallo che noi abbiamo quasi del tutto eliminato dal nostro allevamento. Fortunatamente un esiguo numero di soggetti è riuscito a mantenersi in purezza ed è ancora in grado di tramandare le caratteristiche originarie della razza, ma occorre fare presto se si vuole evitare la perdita di un importantissimo patrimonio genetico e fornire una interessante risorsa economica a molti piccoli agricoltori.
Di tutto questo parlano, con rabbia e con passione, gli uomini di Maremma. Poi l’apparire dello stallone rende vano ogni discorso. Non si può dire che sia bello, almeno secondo i criteri estetici in base ai quali oggi si tende a valutare i cavalli (e che sono definiti prevalentemente in base alla morfologia del cavallo di sangue orientale), ma da lui emana un fascino arcaico al quale è impossibile sottrarsi. Gi arti forti e resistenti, il collo allungato, la testa dal tradizionale profilo montonino, il mantello scuro sembrano evocare una potenza appena trattenuta. E’ un’immagine antichissima e fiera quella che ci osserva immobile e che stimola pensieri ed emozioni a tornare indietro nel tempo, ai tanti miti e alle tante leggende che in questa terra si sono intrecciati intorno al cavallo. Poi l’uomo che lo ha allevato entra nel paddook e lo stallone gli muove incontro inventando al piccolo trotto una danza che sembra quasi essere un rituale di ben venuto. Si muove come se volesse comunicarci un messaggio semplice ed emozionante che racconta di una relazione antica fatta di collaborazione e di rispetto dove uomo e cavallo condividevano insieme la dura lotta per la vita. Senza parole sembra volerci ricordare che lasciando estinguersi questa razza finiremmo inesorabilmente con il perdere anche una parte importante di noi stessi”
Maria Lucia Galli