ECOLOGIA ED ENERGIA
luglio 2006
RACCOLTA E IMPIEGHI DEI RESIDUI ORGANICI DELLA CITTA’ DI MILANO NELLA SECONDA META’ DEL XIX SECOLO (5°)
I depositi
Siamo giunti in un periodo, quello dell’ingresso di Milano al nuovo Regno d’Italia, dove la città ha conosciuto un forte incremento demografico e di conseguenza un aumento della produzione di rifiuti organici umani.
Come già ricordato, non vi era ancora una rete fognaria ed in questo frangente nacquero diverse imprese con l’obiettivo di svuotare i famosi “pozzi neri”.
Il Regolamento Comunale del 1862 disciplinava dettagliatamente la materia, ed i depositi dove collocare la materia fecale dopo l’operazione di svuotamento non dovevano essere costruiti ad una distanza non inferiore ai 100 metri dalle mura della città.
In questo caso è stato possibile, dai documenti ritrovati, stilare un elenco delle località cittadine dove erano ubicati questi immobili, collocati in posizioni strategiche per la successiva operazione di vendita.
Si ha notizia di depositi a Porta Marengo (1806), Porta Tenaglia (1864), Porta Nuova (1864), Case Rosse, Fontana , Loreto e Villa Fornaci (1887), Cascina Brusada (1859).
Se si considera che le imprese Braghi e Sangalli possedevano anch’esse dei depositi vicino alle loro sedi societarie, l’una a greco Milanese e l’altra a Monza, si può giungere ad una conclusione molto importante.
Localizzando questi depositi su una carta topografica della città, appare una situazione interessante: questi immobili erano ubicati tutti nella parte nord della città.
Si può avanzare una ipotesi che trova conforto in alcuni documenti.
Il Sindaco di Milano, Antonio Beretta, così scriveva il 1 giugno 1864:
“…che per i depositi non basta assegnare una sola località, ma è indispensabile stabilire tutta una zona poiché cosi s’esige la condizione di questa industria, quella dell’agricoltura che ne dipende, ed il regolare servizio cittadino.
I depositi delle materie fecali devono essere fatti lungo quelle vie che mettono in comunicazione più facile e diretta gli stabilimenti coi territori nei quali la materia fecale e richiesta e nel caso della città di Milano questi territori sono appunto quelli che stanno a nord della città fra la Porta Magenta e la Porta Venezia. I cisternieri che attualmente fanno la vuotatura dei pozzi neri della nostra città per asportare la materia ad usi dell’agricoltura si può dire che sono tutti distribuiti nei Comuni di Novate, Dergano, Niguarda fino a Crescenzago sul Naviglio Martesana (…) gli agricoltori dovranno fornirsi della materia dalle Società (…) i loro terreni abbracciano una estensione che gira intorno alla città da Porta Magenta a Porta Venezia, così diventa indispensabile che i depositi delle Società non si agglomerino in un sol luogo, ma si distribuiscano per non obbligare gli agricoltori a fare più cammino di quello che è compensato dall’utile che ritraggono”.
Appare qui necessario ricordare che la città di Milano è collocata a 121 metri sul livello del mare e, nei riguardi della sua giacitura altimetrica la si può suddividere in 3 parti: una centrale, una di levante ed una di ponente: ciò in relazione alla esistenza di un live promontorio nella parte centrale, probabilmente dovuto all’accumulamento di macerie della città più volte distrutta nel corso della sua storia, e di due leggeri displuvi l’uno verso ponente e l’altro verso levante.
Nei secoli passati i milanesi si prodigarono per modificare la situazione naturale, mancando di un grande fiume dove far confluire le acque di rifiuto, e dirottarono verso il territorio le acque della zona a mezzo di un gran numero di canali minori ed anche con opere grandiose che portarono a far giungere fino al cuore della città le acque dei fiumi Ticino ed Adda, tramite il Naviglio Grande e della Martesana. Anche il corso del fiume Olona e del torrente Severo vennero modificati. Realizzata così, la sia pure artificiale disponibilità di una numerosa quantità di rogge, cavi e corsi d’acqua minori, fu più agevole per la città provvedere all’allontanamento delle acque di rifiuto con soluzioni oggi superate ma per quei tempi sufficiente, in relazione anche all’allora limitata estensione del territorio abitato.
Emissario comune al Seveso ed alla Fossa Interna era il canale Vettabbia che assunse la predominante e peculiare funzione di raccoglitore delle acque della città e di smaltimento delle stesse a mezzo di irrigazione intensiva di una vasta e ricca estensione dei terreni a valle dell’abitato cittadino, terreni in gran parte sistemati da secoli a prato marcitoio con una mirabile rete di canali grazie alla laboriosa opera dei monaci di Chiaravalle e di Vicoboldone che trasformarono dei terreni paludosi in terreni fertili irrigandoli in questa maniera.
Pertanto risulta evidente notare che la zona a monte dell’abitato urbano non riceveva le acque di scolo della città a differenza di quella a valle.
Le Imprese perciò fecero sorgere a nord della città questi immobili che diventarono così dei punti di riferimento per il commercio di questo prodotto in quella zona agricola.
In questa maniera, dettero la possibilità agli agricoltori di approvvigionarsi di questo bene non costringendoli così a fare lunghi percorsi.
La dislocazione di questi immobili a nord del centro urbano rispondeva perciò ad una precisa richiesta degli operatori economici presenti in quel luogo.
Federico Di Lucchio

 
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