maggio 2006
Editoriale/Sommario: FERRANTE, MILANO E LA MARCIA IN PIÙ.
Il grande pericolo è appena trascorso e la parola più idonea a rappresentare lo stato d’animo collettivo è sollievo. Sollievo che si stempera al più in un senso di soddisfazione misurata e consapevole, ma insomma, niente a che vedere con l’entusiasmo che ci si attendeva. Che il ghigno del caimano potesse quasi riuscire ad artigliarci, complice una lunga serie di insufficienze ed errori nostri, erano francamente pochi, e solo quelli più accorti, a poterlo prevedere.
Una cosa quindi è certa, per noi milanesi. L’effetto trascinamento, l’onda lunga che dal 10 aprile ci avrebbe dovuto spianare la strada in discesa verso le elezioni comunali del 28 maggio, non ci sarà, e Ferrante, la sua squadra, i partiti che lo sostengono, dovranno giocarsi la sfida, fino in fondo. Cosa che del resto stanno facendo, e fortunatamente con qualche segnale confortante in questa direzione. Dirò anzi, senza voler essere paradossale, che da un certo punto di vista è decisamente meglio così.
Fin dai giorni successivi alla vittoria dimezzata dell’Unione alle elezioni politiche – intendiamoci, la vittoria elettorale è stata chiara e limpida, ma quella politica, è un’altra cosa… - tutti si sono interrogati sul perché dei risultati così deludenti nel Nord del Paese. Da dove è stato lanciato un messaggio che sarebbe davvero colpevole voler ignorare. Qui in realtà, come hanno detto in molti, si sono misurati tutti i limiti di un’azione politica fiacca ed insufficiente – almeno su alcuni grandi temi, come quello delle infrastrutture - da parte della coalizione di centrosinistra. A questo si sono aggiunte incertezze, balbettii, qualche errore di comunicazione, i soliti piccoli grandi egoismi di parte. E’ per questo, e proprio da qui, che l’esiguità dello scarto con cui le elezioni politiche si sono decise e la consapevolezza di non avere segnato un passaggio definitivo dovrà convincerci a cercare quello slancio e quella marcia in più che servirà per governare il Paese. Per costruire sul deserto delle macerie morali, e delle divisioni, che gli altri ci hanno consegnato, in queste condizioni, non saranno ammesse scorciatoie politiche, o espedienti dialettici, o mosse puramente tattiche. Il Paese lo si conquista e lo si unisce solo se si affronta e se si risolve anche la questione (o le tante diverse questioni) settentrionale, rimettendosi in gioco, e con coraggio.
In questo senso dicevo prima che è dunque positivo che le elezioni milanesi le decidano esclusivamente le dinamiche, gli uomini, e le politiche milanesi. E non i fattori esogeni, quale doveva essere lo sfondamento mancato del centrosinistra il 9 e 10 aprile, nei territori della Val Padana. Oppure – simmetricamente – il desiderio di rivalsa di un centrodestra battuto ma non certo fiaccato soprattutto nelle sue roccaforti tradizionali.
L’elezione del sindaco di Milano avverrà sicuramente in un clima lontano dagli eccessi emotivi e mediatici delle ultime politiche e questo gioca indubbiamente a favore del candidato che avrà gli argomenti più seri e convincenti, il programma più completo, semplice, ed attuabile. Bruno Ferrante ha quindi l’occasione di costruire, con i Partiti che lo affiancano, una vittoria vera ed autentica, che sia anche e soprattutto, una vittoria “politica” , basata cioè esclusivamente sulle idee che saprà approntare per il ridisegno – non solo urbanistico – della nostra Città. Un percorso indubbiamente più arduo e complicato rispetto a quello che si poteva pensare; e questo però, vuol dire anche, se si vincerà, fin da subito, una maggior chiarezza ed incisività nell’azione di governo.
Insomma, si è partiti qualche mese fa da un candidato privo di un riferimento diretto ai partiti, e questo poteva essere un segnale indubbio di debolezza nella coalizione di centrosinistra. Ma Ferrante ha mostrato immediatamente un suo spessore politico maturo e convincente, per certi aspetti assolutamente originale ed interessante, sicuramente capace di costruire e ricercare il consenso anche al di là dei limiti tradizionali dei partiti del centrosinistra. E del tutto privo della finta ingenuità impolitica, o di quello spirito vagamente naif tipico di tanti esponenti della cosiddetta società civile.
Nel frattempo le urne hanno mostrato un dato inequivocabile, che i risultati di Milano hanno addirittura enfatizzato. Ovvero la necessità da parte del centrosinistra, e dei suoi interpreti di maggior peso specifico, di accentuare con decisione un percorso di costruzione dei nuovi soggetti che siano in grado di interpretare meglio ed incidere, sul tessuto di una società così complessa e variegata, in continuo divenire. Si tratta di un passaggio a cui è stato necessario imprimere proprio qui a Milano un’accelerazione del tutto nuova, ma che non potrà e non dovrà limitarsi ad essere puramente funzionale al momento contingente. La decisione di DS, Margherita, e Repubblicani Europei, di sostenere l’elezione di Bruno Ferrante varando una lista unitaria dell’Ulivo non è sicuramente un espediente tattico o una manovra puramente reattiva ad una domanda di aggregazione proveniente dagli elettori. O almeno non solo questo. Deve essere e sarà sicuramente molto di più. L’inizio di un percorso serio, sicuramente faticoso e duro, ma oramai ineludibile. Questo il significato della partita di Milano, perché assieme a Ferrante, con Penati, con Chiamparino a Torino, sarà possibile tornare a parlare a quel Nord senza il quale o addirittura contro il quale non si può seriamente pensare di governare il resto del Paese.
in allegato SOMMARIO
Alberto Perrotti.