NATURA
aprile 2006
Uomo e cavallo in società.
Diceva Wiston Churchill che “l’esteriorità del cavallo esercita un benefico effetto sull’interiorità dell’uomo” e credo sia questo e solo questo il segreto che da migliaia di anni lega tutte le culture umane a questo animale affascinante e misterioso. Si tratta di una consapevolezza che, come una traccia sottile, attraversa la relazione uomo-cavallo al di là, o forse sarebbe più esatto dire al di sotto, delle tante modalità di interazione intercorse tra la nostra specie e quella equina.
Basti pensare, a parziale conferma di ciò, che addirittura nel 300 a.C., Senofonte scriveva nel suo trattato di ippologia che “il cavallo è un buon maestro non solo per il corpo, ma anche per la mente e per il cuore”
In altre parole l’atto del cavalcare coinvolge l’intera personalità umana mettendo in gioco soprattutto quelle componenti emotive e quelle dinamiche profonde della vita istintuale che oggi siamo soliti definire inconscio.
Ma perché proprio a questo animale sembra essere delegata la capacità di riconnetterci alle parti costitutive più arcaiche della nostra vita psichica?
Molto probabilmente perché la sua struttura mentale estremamente intuitiva e il suo grande bisogno di relazione sociale, e quindi di affettività, fanno si che per entrare in sintonia profonda con lui sia necessario porci all’interno di una modalità di rapporto fortemente affettivizzata. Ma perché questo sia reso possibile occorre rivolgersi al cavallo ponendosi all’interno di una relazione che sappia coglierlo in maniera doppia: come singolo soggetto (nella sua individualità) e contemporaneamente come referente simbolico in grado di riconnetterci alla emozionalità del mito.
Una relazione che dando vita e spazio alla voce delle nostre pulsioni più profonde possa “guarirci” da quel trasbordare della razionalità che è una delle cause di molte delle nevrosi moderne.
Il cavallo, non mi stancherò mai di ripeterlo, è qualcuno con cui si realizza, seppure per un tempo determinato, un tipo di binomio che lega due individualità allo stesso destino. E’ una sorta di società al 50%…e, se uno dei due entra in conflitto con l’altro, il fallimento può avere conseguenze disastrose che possono coinvolgere anche l’integrità fisica dell’uomo.
Il valore pedagogico dell’equitazione sta tutto qui…nella capacità di sviluppare l’attitudine alla comprensione dell’altro ( un altro lontanissimo dal nostro modo di pensare, proprio per la sua natura di erbivoro), l’apertura ad accogliere ansie e paure che non ci appartengono imparando a non farcene travolgere e a farle decantare positivamente, la sensibilità di intuire e di sapersi identificare con “l’altro da noi”.
La relazione uomo-cavallo è il prototipo della relazione sociale con la diversità dell’altro, ma è anche a mio avviso la spia della relazione che riusciamo a instaurare con parti importanti della nostra psiche…diverse dagli aspetti strettamente razionali.
Può essere, se ben indirizzato una importantissima modalità di formazione psico-pedagogica.
Imparare a comprendere la dissomiglianza e a rapportarsi ad essa con mente aperta e priva di “pre-giudizi” può formare cittadini pronti a interagire con forme di culture differenti dalle proprie, disponibili ad accogliere senza paure chi sia portatore di esperienze di vita ”altre” dalle nostre .
Montare a cavallo è, quindi, una sorta di educazione alla tolleranza. Imparare a “fare squadra” con qualcuno che, in quanto erbivoro e animale, ha una percezione della realtà molto diversa da quella umana, aiuta a comprendere che le differenze sono fonte di arricchimento e che non vanno temute, ma accolte e integrate.
Ovvie le ricadute di quanto sopra affermato anche per ciò che riguarda il “lavoro con il disagio”.
Introdurre il cavallo all’interno dell’equipe di medici, di psicologi e fisioterapisti che seguono la persona disabile significa farne un cooterapeuta, una sorta di mediatore emotivo tra il paziente e le persone che si prendono cura di lui. Impossibile elencare in questa sede le tante patologie che prevedono l’utilizzo di questo animale, e gli innumerevoli benefici che se ne possono trarre. Vorrei solo sottolineare come, dal punto di vista fisico, l’andare con il a cavallo aiuti a sviluppare la sincronizzazione dei gesti, oltre a trasmettere, soprattutto per chi abbia difficoltà motorie, una enorme sensazione di libertà e di autonomia.
Dal punto di vista psicologico il ritmo del passo di questo animale, imponendo al cavaliere un movimento dolce e ripetitivo evoca quelle forme di comunicazione pre-verbali che sono preponderanti all’inizio del nostro sviluppo individuale.
Perché tutto questo riesca, ed abbia un senso, occorre però che il cavallo non sia un mero strumento “fisico”, ma si ponga come soggetto attivo. Questo richiede, in altre parole, un animale dotato di un notevole grado di volontà di interazione con l’uomo. Un animale cioè equilibrato, in armonia con il proprio ambiente, soddisfatto nei suoi bisogni fondamentali sia fisici che mentali.
Conoscere sempre meglio la “mentalità equina” significa consentire al cavallo di svolgere sempre meglio il suo ruolo di terapeuta, ma forse significa anche capire meglio, attraverso di lui, quali siano le carenze affettive alla base di molti disagi giovanili!
Maria Lucia Galli

 
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