EDITORIALE
aprile 2006
Editoriale/ Sommario - FAR RIPARTIRE MILANO -
Lo slogan è ambizioso, come la sfida del resto. Ma la Città forse ce la può fare, e anzi deve trovare un ultimo suo colpo di reni.
Era il 1993 quando tutto ebbe inizio. O forse cominciò molto tempo addietro, la lunga stagione degli errori e delle divisioni che dovevano consegnare Palazzo Marino agli uomini di Bossi e della Lega prima, al padroncino rancoroso che l’ha gestito per conto terzi per quasi dieci lunghi anni poi.
La borghesia ambrosiana illuminata e colta, che un tempo era stata laica e progressista, filantropa e solidale, fu complice determinante di quella svolta che portò alla prima giunta Formentini. Mentre la sinistra si lacerava e si illudeva, e non capiva gli umori della città sempre più distante e lontana, i salotti buoni decretarono lo sdoganamento della Lega (che allora si chiamava Lombarda) e ne sancirono un successo trionfale. Milano capitale d’Europa, Milano città aperta e cosmopolita, si chiudeva nel recinto della diffidenza e dell’esclusione, nutrita di paure e ristrettezze, dimentica della sua vocazione e delle sue tradizioni. Per la verità non fu neppure quello il peggio. Nonostante le grida ed i proclami del partito che lo aveva eletto, quel sindaco, Formentini, cercò, nei limiti che la situazione gli consentiva, di mediare e di aprire, e volle al suo fianco anche uomini che potessero temperare le parole d’ordine e gli slogan inquietanti del popolo del Nord. Il peggio sarebbe arrivato poco dopo, quando quel che restava di una metropoli già rattrappita e spenta fu consegnato acriticamente a chi l’avrebbe trasformata in un condominio da amministrare. Un po’ triste e lugubre, per la verità, come quei vecchi caseggiati dimessi dove neppure i bimbi giocano al pallone nel cortile, perché è vietato. E il cortile uno spiazzo di terra battuta, senza erba, con pochi alberi scheletriti sullo sfondo.
In questi dieci anni da incubo abbiamo dovuto assistere alla costante mortificazione di quella che era una capitale. Capitale della cultura e dello sviluppo, capitale morale dell’altra Italia, quella del merito, della competenza, dell’impegno. L’hanno oltraggiata e offesa, l’hanno mutata in una provincia gretta e cattiva, sospettosa, diffidente, e avara. In tutto questo lungo tempo c’è stato chi ha formalmente guidato il governo di questa città; lo ha fatto con protervia e con insolenza, qualche volta con cattiveria gratuita, più spesso per provocare e dividere, quasi sempre senza incidere o lasciare un segno tangibile di cambiamento. E c’è stato invece chi le scelte le ha dettate ed ottenute, ed ha così marcato una sua idea chiara e precisa dello sviluppo e delle sue finalità. L’unica forma di sviluppo consentita è stata del resto puramente quantitativa, e dettata dai pochi poteri realmente forti, senza tenere in alcun conto la città nel suo complesso. Anche nelle forme del paesaggio urbano al posto dell’armonia si è ricercata volgarità e sguaiatezza.
Questa è oggi, in una parola, Milano, la città che Albertini consegna al suo successore dopo quasi dieci anni di gestione per conto terzi.
La sfida si giocherà subito dopo che avremo conosciuto le sorti del governo del Paese. E questo non potrà non condizionare l’esito dello scontro tra l’algida ministra berlusconiana ed il prefetto (l’ex prefetto) con il fazzoletto nel taschino. Contro Letizia Moratti, la broker di successo, la ministro, potentissima e aristocratica, signora fredda ed austera, c’è Bruno Ferrante, il servitore dello stato, l’ uomo d’ordine ma anche del confronto, impeccabile e asciutto dentro i suoi completi inamidati e un po’ grigi. L’uomo inizialmente sembrava impacciato ma poi è venuto fuori alla distanza e ha rivelato risorse che non gli conoscevano. Si è sciolto, cerca di essere disinvolto, è persino simpatico. Quell’altra è distante anni luce dalle persone che cerca di convincere girando per mercati; questo sfodera sorprendenti doti di umanità, mentre dialoga, parla, si spende tra la gente comune. Qualcuno nel frattempo, anche nei salotti buoni, sta forse aprendo timidamente un sorriso di speranza e ha deciso che è ora di spalancare le finestre, dare nuova aria alla propria casa e alla città tutta.
Fin troppo ovvio capire per chi noi si faccia il tifo. Anzi, molto di più. Perché noi riponiamo in Bruno Ferrante una grande speranza, di riscatto, di rivincita, e abbiamo bisogno di far ripartire questa città esangue dalla quale ci siamo per troppo a lungo sentiti respinti. Bruno Ferrante ha un sorriso sincero, e una stretta di mano vigorosa e asciutta, di chi sa quello che vuole e non mente. Sa che le aspettative sono molto alte e che ci sarà da lavorare duramente per non deluderle. Come dicemmo proprio da queste stesse pagine quasi due anni fa rivolgendoci al Penati candidato Presidente, anche da Ferrante ci aspettiamo un progetto complessivo di profilo alto, che sia lontano da mediazioni al ribasso, da tatticismi estremi, da prudenze eccessive.
Sviluppo è la parola chiave da coniugare e declinare in tutte le molteplici accezioni che essa rappresenta, e sviluppo per la città ed i suoi abitanti chiederemo a viva voce al nostro nuovo sindaco. Avendo ben presente che per noi lo sviluppo è quello che contiene e promuove i diritti e le esigenze dei più deboli; quelli ancora rimasti e che in tutti questi anni hanno sofferto assai duramente le mancate scelte di Albertini e soci. Ma accanto allo sviluppo sarà qualità l’altra parola d’ordine che chiederemo a Ferrante di fare propria, e quindi nostra. La qualità senza cui sarà impossibile rendere la crescita davvero fruibile e fungibile per tutti i cittadini, categoria che in tutti questi anni, raramente, ci è capitato di sentire evocata.
Ferrante sa che da lui ci si attende molto e che non potrà deludere le speranze riposte nella sua candidatura; ma è una persona seria e competente, e noi gli daremo l’ appoggio convinto e leale che merita.

In allegato il SOMMARIO
Alberto Perrotti

 
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