NATURA
febbraio 2006
Emozione cavallo.
Molte cose sono cambiate dai tempi un cui un antico adagio recitava “il cavallo vecchio muore nella stalla del minchione” e fortunatamente sono cambiate in meglio, non solo per i cavalli, che oggi godono spesso in vecchiaia di cure e protezione, ma per gli uomini che, dal mutato rapporto con il mondo animale, non possono che trarre benefici effetti. Pure, anche nel passato, in quei tempi apparentemente duri (le necessità legate alla sopravvivenza spingono spesso a compiere gesti in contrasto con le proprie esigenze emozionali), e ancora oggi, in ambiti nei quali il cavallo è legato più al reddito che all’affezione, la vecchiaia di un animale con il quale si sono condivisi pezzi importanti della propria vita crea un problema.
Sono tante e numerose le testimonianze di gesti generosi, compiuti da personaggi spesso insospettabili nei confronti di quel particolare cavallo che, per qualche imprescrutabile ragione, è riuscito a conquistarsi un posto tutto particolare nel loro cuore, o forse sarebbe più esatto dire, nella loro anima. Tutta la storia dell’uomo è disseminata di queste testimonianze senza distinzione culturali e geografiche. Basti pensare ai tanti epitaffi intitolati nell’antichità ai cavalli vincitori nelle corse di Olimpia, o alle mille pagine in poesia e in prosa dedicate, lungo lo sgranarsi dei secoli, da poeti e scrittori al loro fedele amico a quattro zampe. Ma tutto questo non è avvenuto solo all’interno delle così dette "classi colte". Le tradizioni popolari, i miti, le leggende ci testimoniano di quanto forte sia stata presso tutti i ceti, indistintamente, la fascinazione per il cavallo. Anche se, come è ovvio, in questo secondo caso le testimonianze scritte non abbondano, vorrei qui ricordare un canto poetico di un buttero della maremma toscana che recita più o meno così:
"dammi un puledro Frida
Che i tori si incattiviscono
E i vitelli crescono
Il sole secca e il gelo aggrinzisce
Il mio vino sprona
E tu invecchi troppo in fretta"
E in seguito, rivolgendosi al puledro nato , prosegue
“C’è tutto di me dentro di te:
La mia antica saggezza nella tua forza incosciente
Il mio sogno di ragazzo nei tuoi garretti dritti
Che galoppano lontano
La superbia della mia speranza che ti ha scelto
Il babbo e la mamma.”
Ma cosa è dunque che rende così particolare il rapporto che lega l'uomo al cavallo? Per comprenderlo occorre addentrarsi almeno un poco nella complessità della psiche e soprattutto in quella capacità, tutta umana ,di attribuire alle cose e soprattutto agli altri esseri viventi che ci circondano significati particolari.
Tra la nostra specie e quella equina si sono venute delineando nei millenni tre diverse modalità di interazione. Forse sarebbe più esatto dire due filoni principali costantemente mediati da un terzo che li ha avvolti trasformandoli e spesso addirittura sublimandoli. In altri termini tra l’atteggiamento strettamente strumentale, che vuole l’animale oggetto (per il lavoro o lo svago), e quello affettivo che lo vive come referente di bisogni psicologici e emotivi, è venuto collocandosi l’aspetto simbolico che ci porta a proiettare sul cavallo parte delle nostre qualità e dei nostri difetti e quasi a prefigurare nella relazione con lui alcuni aspetti del nostro destino.
Ma pensandoci bene l’atto del cavalcare, quel gesto che, per lo spazio di un concorso ippico o di una passeggiata (ma un tempo anche nei lunghi viaggi o nell’infuriare della battaglia), lega due entità allo stesso destino che cosa è se non la materializzazione di quanto sopra descritto?
E come meravigliarsi allora che proprio il cavallo sia al centro di alcune tra le più complesse e significative costruzioni simboliche dell’umanità?
Con nessun altro animale l’uomo ha potuto sperimentare così intensamente la dimensione di una comunanza esistenziale e conseguentemente soprattutto a lui ha potuto delegare parti importanti della propria vita psichica. Il cavallo è divenuto così il simbolo delle forze vitali e distruttive presenti nell’inconscio e della loro stessa possibilità di condurci incontro alla resurrezione o alla morte. Espressione di potenza e di vita, ma anche materializzazione delle tendenze istintuali e della solo parziale capacità della ragione a contenerne l’emergere autonomo e travolgente, il cavallo sembra riflettere, come uno specchio, la nostra stessa conflittualità interiore, sembra provocare in noi un tipo di risposta che inevitabilmente riproduce, esteriorizzandolo, il rapporto profondo che abbiamo con le parti meno note di noi stessi.
Oggi, almeno da noi in Occidente, le mutate condizioni di vita economiche e culturali consentono a questi aspetti simbolici ed emotivi di emergere in piena luce.
Se non è cambiato il rapporto uomo-cavallo, sta senz’altro cambiando, e in meglio, la consapevolezza di quanto fondamentale sia questa relazione per il nostro equilibrio psicologico e per il recupero della nostra stessa “animalità”, troppo spesso frustrata dal “clima” eccessivamente tecnologico nel quale siamo immersi. La gratitudine nei confronti del “lavoro” svolto per noi dall’amico quadrupede si manifesta quindi liberamente , consentendoci non solo di provvedere ad una sua serena vecchiaia, ma anche di far emergere in noi il bisogno mantenere vivo il rapporto affettivo che ci lega a lui. Non c’è niente di più bello che poter incontrare lo sguardo del proprio cavallo in una dimensione ormai libera da ogni condizionamento “equestre”.
Non c’è nulla di più rilassante di una passeggiata insieme, per una volta uno al fianco dell’altro, per poter scoprire quanto ancora ci sia da dirsi e da darsi, quanto ancora il suo trotterellare al nostro fianco sappia dare voce alle più profonde emozioni della nostra psiche.
Lucia Galli

 
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