edizione numero
284
rivista on-line mensile
anno venticinquesimo - LUGLIO 2026
registrata presso il Tribunale di Milano
n.330 del 22/05/2007
novembre 2005
La temperatura ideale
Non sarà sfuggita ai cittadini lombardi la polemica scoppiata nello scorso mese di ottobre attorno alla proposta dell’Assessore all’Ambiente della Regione Lombardia Zambetti di abbassare la temperatura nei nostri appartamenti dai canonici 20° a soli 14°C. Al ripresentarsi - come ogni anno - dell’emergenza inquinamento urbano, l’Assessore puntava l’attenzione sui sistemi di riscaldamento e sulla possibilità di ridurne i consumi e quindi le emissioni inquinanti abbassando appunto la temperatura negli edifici.
La proposta veniva formulata in modo quantomeno confuso. Diceva Zambetti: “In inverno la temperatura media a Milano è di circa 6-7°C. Quindi per avere in casa i 20° di legge basta tenere il termostato del termosifone attorno ai 14”. Ma il termostato altro non è che un sensore di temperatura che rileva la temperatura dell’ambiente e la confronta con il valore desiderato. Se il valore misurato supera quello voluto viene per esempio azionata una valvola che chiude il termosifone. Questa azione di termoregolazione consente di mantenere la temperatura desiderata. Quindi se il termostato viene impostato a 14°, nell’ambiente ci sono 14° e non 20°. E 14° sono francamente un po’ pochi…
Detto ciò, l’idea di abbassare di qualche grado la temperatura degli edifici per diminuire i consumi degli impianti di riscaldamento non è di per sé sbagliata. Per capire quale possa essere il limite accettabile, bisogna fare riferimento al tema del cosiddetto benessere o comfort termoigrometrico. Definire il benessere e le condizioni che lo determinano significa muoversi sul confine tra discipline diverse, la fisica, la fisiologia e per certi versi anche la psicologia. Per passare dagli aspetti soggettivi a quelli oggettivi che le sono più consoni, la ricerca scientifica in questo campo adotta da sempre un approccio statistico. Ad un campione sufficientemente ampio di persone poste in un certo ambiente termoigrometrico viene chiesto di esprimere la propria soddisfazione termica. Le risposte vengono quindi elaborate statisticamente e messe in relazione con opportuni parametri fisici.
Forse proprio perché si tratta di un tema di frontiera tra discipline scientifiche ed umane, il dibattito sul comfort nella comunità scientifica è ancora aperto. Due sono sostanzialmente le teorie: il metodo basato sull’applicazione del bilancio energetico al corpo umano e l’approccio adattativo. Secondo il primo, la sensazione termica è influenzata esclusivamente da quattro parametri ambientali (temperatura dell’aria, temperatura media radiante, umidità e velocità dell’aria) e da due parametri personali (livello di attività metabolica, abbigliamento). Questo approccio è quello attualmente prevalente e ad esso sono infatti ispirate le principali normative di riferimento, tra cui l’europea EN ISO 7730. Il secondo approccio invece si concentra sulla capacità di adattamento umano. Questa capacità andrebbe al di là delle possibilità, previste anche dal modello del bilancio energetico, di scegliere il proprio abbigliamento in funzione delle condizioni climatiche o di regolare la velocità dell’aria attorno a sè. Secondo l’approccio adattativo infatti alcuni fattori soggettivi e culturali, quali ad esempio l’aspettativa personale, giocano un ruolo importante nel determinare la sensazione termica.
Vediamo un esempio: il caso degli occupanti di edifici naturalmente ventilati, cioè privi di un sistema di condizionamento dell’aria. Le ricerche svolte su edifici di questo tipo hanno mostrato come gli occupanti considerino soddisfacenti temperature non confortevoli secondo il modello del bilancio energetico (cioè più basse del previsto in inverno e più alte in estate). Le predizioni del modello del bilancio energetico sono invece in buon accordo con i risultati sperimentali relativi ad edifici condizionati. Una possibile spiegazione del diverso comportamento riscontrato nei due casi si basa sull’aspettativa dell’occupante. Chi è abituato a soggiornare in ambienti condizionati diventa più esigente, mentre chi non ha un sistema di condizionamento è più disponibile ad accettare condizioni meno confortevoli e a seguire gli andamenti climatici esterni. Per gli occupanti di edifici naturalmente ventilati la temperatura di benessere cambia, secondo il modello adattativo, in funzione della temperatura esterna giornaliera media. Esempi analoghi riguardano il confronto tra la sensazione termica nei paesi occidentali e nel resto del mondo.
L’auspicio è evidentemente che i due modelli possano essere, più che alternativi, complementari fra loro. L’affermazione che la sensazione di benessere termico non è solo determinata da parametri ambientali, ma anche dalla nostra predisposizione culturale e psicologica, ci offre margini di azione interessanti per ridurre i consumi energetici invernali e contenere la crescita di quelli estivi.
Adriana Angelotti