La vicenda della conversione del polo ex Alfa di Arese si trascina ormai
da qualche anno senza che siano stati fatti passi concreti. Anzi le innumerevoli
promesse mancate stanno esasperando tutti con risvolti mediatici che ormai
precipitano nel grottesco.
Ma cerchiamo di capire il perché, quali errori sono stati fatti
e quali possono essere le soluzioni avviabili.
La crisi viene da lontano, dalla metà anni '90, ed è legata
come tutti sanno ai primi sintomi della crisi della Fiat. Sebbene il mercato
dell'automobile avesse avuto uno sviluppo sostenuto fino a fine secolo,
di fatto, con l'inizio del nuovo millennio si è infilato in una
stagnazione ormai perenne per un motivo molto semplice: una persona non
può guidare più di una macchina contemporaneamente e in
Europa e soprattutto in Italia il mercato è praticamente saturo.
Ormai la macchina ce l' hanno tutti e il mercato è solo ed esclusivamente
di sostituzione. Ma l'auto non è un rasoio usa e getta. Una macchina
nuova costa parecchio, ma dura anche molto. L'affidabilità è
aumentata, i sistemi di garanzia ormai arrivano a coprire almeno 5 anni
o centinaia di migliaia di kilometri e, se si analizzano le statistiche,
si scopre che le percorrenze medie annuali negli ultimi 10 anni sono diminuite
del 20%.
In più l'usato è diventato ormai un business di tutto rispetto
e sempre più gente acquista sempre ed esclusivamente auto usate,
che ormai hanno sistemi di garanzia e affidabilità paragonabili
alle auto nuove. E poi perché comperare una macchina nuova, se
poi te la "rigano" o te l'ammaccano nel parcheggio sotto casa?
O peggio se te la rubano? Coi tempi che corrono, sempre meno gente ha
voglia di buttare i soldi solo per estetica o status symbol.
Fortunatamente per i costruttori di automobili due elementi nuovi vengono
in loro soccorso e li aiutano a piazzare sul mercato sempre nuovi modelli
più sofisticati: il tema ambientale e il tema della sicurezza.
L'ambiente come opportunità, dunque: nulla di più vero
come nel mercato dell'auto. Se poi Governatori e Sindaci di ogni colore
danno un'aiutino vietando la circolazione a quei pochi catorci che ancora
non sono catalizzati, si dà una mano a un'industria che è
ancora la spina dorsale del sistema produttivo e si garantiscono posti
di lavoro.
Ecco come nasce l'idea del polo della mobilità sostenibile ad
Arese, che peraltro non è stata un'idea di Formigoni, ma risale
all'epoca in cui Fiorella Ghilardotti presiedeva la Regione Lombardia.
Nasceva nel '94 infatti la prima legge regionale che incentivava l'acquisto
di auto elettriche per ridurre l'inquinamento nelle città, ed è
di quell'anno la prima trattativa con Fiat e sindacati per creare ad Arese
un polo per l'auto elettrica.
Ma l'auto elettrica proposta in quegli anni era un veicolo a basso valore
aggiunto: una carrozzeria in plastica, un pacco di batterie, un motore
elettrico e quattro ruote. Niente motore tradizionale con tutti i suoi
annessi e connessi, niente cambio, niente differenziale, niente frizione,
niente circuiti di raffreddamento, niente olio, solo tanta elettronica.
Per di più alta affidabilità, niente vibrazioni e durata
doppia rispetto ai veicoli tradizionali. Per la Fiat non aveva senso:
non fabbrica plastica, né batterie, né motori elettrici,
né gomme, né elettronica; poteva solo assemblare veicoli
che sarebbero costati la metà di quelli che produceva ad Arese.
Per i sindacati, idem: cosa ne facevano dei motoristi e di tutte le specializzazioni
legate alle prestigiose e rombanti Alfa Romeo? Ci si è trascinati
così per altri 5 anni tra proposte, ripensamenti, scioperi, cassa
integrazione.
Poi, il colpo di fulmine. Dopo aver letto frettolosamente un tomo sull'economia
dell'idrogeno, lamentandosi peraltro che Jeremy Rifkin avrebbe potuto
concentrare in sole 20 pagine quello che aveva argomentato in 200, i nuovi
talebani lanciano l'offensiva: il polo della mobilità sostenibile
ad Arese.
Ma alla Fiat non sono scemi: sono anni che studiano, ricercano e sperimentano,
fanno prototipi, analizzano i mercati, tengono d'occhio i problemi di
filiera. E mollano. Al massimo possono fare la multipla a metano, però
a Torino. I prototipi? Hanno già un centro di ricerca ad Orbassano
che è un centro di eccellenza rinomato in tutto il mondo. Le fuel
cells? Le sperimentano già da alcuni lustri e la sanno più
lunga di quanto non si creda.
Lavorare per i secoli è molto Cristiano, anzi molto Ambrosiano,
visto che la Chiesa Romana lavora per i millenni, però i cassaintegrati
di Arese con 600 Euro al mese, non possono aspettare tutto questo tempo,
per cui, appena gli capita a tiro, assaltano il corteo di Albertini che
arriva in Mercedes ad inaugurare un distibutore di idrogeno fasullo che
viene smontato appena il borgomastro se ne va. Almeno fosse arrivato in
una BMW che va davvero a idrogeno!
Ma allora cos'è che non ha funzionato? Semplice: non si può
lavorare solo per i secoli e pretendere che i comuni mortali aspettino.
Il rinnovo del parco auto è un processo lungo, molto lungo. Per
di più stiamo parlando di una tecnologia che non sarà pronta
commercialmente prima di 15-20 anni. Eppure in Regione questo lo sanno.
Proprio la Regione aveva commissionato nel 2000 uno studio che preconizzava
una penetrazione di veicoli a idrogeno molto lenta, ovvero dello 0,5%
nel trasporto collettivo e dello 0,05% nel trasporto privato al 2010.
Solo nel 2020 si potrebbe arrivare al 5% nel trasporto pubblico e al 2%
nel privato. Sempre a condizione che tutti i problemi di produzione, immagazzinamento
e trasporto dell'idrogeno siano risolti.
Un'altra ragione è che, in termini energetici, i trasporti rappresentano
solo un terzo dei consumi finali e quindi la mobilità è
solo un elemento di un più generale sviluppo sostenibile e lo sviluppo
sostenibile passa attraverso almeno un centinaio di altre nuove tecnologie
che sono state snobbate e che riguardano in particolare il settore civile
e il settore industriale, settori che assorbono i due terzi dei consumi
finali di energia. Parliamo di tecnologie già mature commercialmente
ma che hanno ancora bisogno di un "aiutino" per decollare definitivamente,
ovvero le fonti rinnovabili e il risparmio energetico.
Le tecnologie per le fonti rinnovabili e per l'uso efficiente dell'energia
sono molto interessanti per un sistema industriale, come quello lombardo,
incentrato prevalentemente sulle piccole e medie imprese. Infatti, sebbene
si tratti di lavorazioni ad alto contenuto tecnologico, è possibile
raggiungere scale efficienti minime anche con dimensioni contenute, senza
dover ricorrere a sistemi industriali di grande taglia e complessità
come quelli, ad esempio, necessari alla costruzione di una filiera come
quella dell'idrogeno, ancora irta peraltro di difficoltà e incognite.
Il settore edilizio in particolare, se da una parte è ancora,
alle nostra latitudini, un settore fortemente "artigianale",
dall'altra può inglobare tutte le tecnologie più innovative
esistenti sul mercato: dai nuovi materiali ai nuovi componenti edili quali
laterizi, vetri, serramenti, materiali isolanti; componenti e sistemi
impiantistici quali caldaie ad alto rendimento, pompe di calore, sistemi
di climatizzazione, impianti di cogenerazione, celle a combustibile, impianti
solari, impianti a biomasse; componenti e sistemi di regolazione e controllo,
sistemi di comunicazione, domotica.
Il sistema edilizio è inoltre una formidabile palestra per la
progettazione, per lo sviluppo di servizi di vario tipo, dai servizi finanziari,
ai servizi di conduzione, di manutenzione, di safety e security fino ai
servizi integrati o di global services.
I settori delle fonti rinnovabili e dell'uso razionale dell'energia sono
definiti dall'Unione Europea settori "a dividendo multiplo"
in quanto, oltre al risparmio immediato per le famiglie, consentono:
- la crescita dell'occupazione locale;
- lo sviluppo locale;
- il coinvolgimento delle piccole imprese;
- la generazione di esternalità ambientali positive;
- la sicurezza delle fonti di approvvigionamento.
Per il loro decollo, bisogna partire però da un riordino legislativo
e normativo del settore edilizio verso la sostenibilità che, oltre
che consentire cospicui risparmi alle famiglie, può segnare l'avvio
ad una seria politica industriale di sostegno all'innovazione nelle piccole
e medie imprese.
Occorre saper cavalcare l'esempio che viene dai piccoli Comuni, che dimostra
come i cittadini siano più avanti dei loro governanti. Nei Comuni
di Carugate e di Corbetta ad esempio, grazie ai regolamenti edilizi recentemente
approvati, le nuove edificazioni e le ristrutturazioni, dovranno obbligatoriamente
prevedere dispersioni di calore attraverso le pareti dimezzate rispetto
alla normativa vigente. Poi almeno la metà dell'acqua calda sanitaria
deve essere prodotta con collettori solari e le caldaie a gas devono essere
del tipo a condensazione, accoppiate preferibilmente a sistemi di riscaldamento
a bassa temperatura. Nelle case poi, dovranno essere opportunamente regolati
i flussi di acqua e l'acqua piovana deve essere recuperata per irrigare
orti e giardini.
Tutto questo con sovracosti, conti alla mano, non superiori al 2%, che
si ripagano in meno di dieci anni, con un risparmio sulle bollette che
arriva al 30% all'anno. E' come mettere i propri risparmi in banca e avere
un interesse del 9% all'anno. Quale altro investimento rende di più?
In Lombardia il consumo medio annuo per riscaldare una casa è
di 183 kWh per metro quadrato e la normativa vigente consente ancora di
costruire case che consumano fino a 120 kWh per metro quadrato. Ogni anno
vengono realizzati 37.000 nuovi alloggi e la spesa per riscaldare un appartamento
di 100 m2, oscilla tra i 625 e i 700 Euro all'anno, oneri fissi esclusi.
Per contro a Bolzano, a Merano e in altre decine di Comuni dell'Alto Adige,
su iniziativa della Provincia autonoma, non si possono più costruire
case con più di 70 kWh/m2 all'anno di fabbisogno per il riscaldamento.
Se il regolamento edilizio di Carugate fosse esteso a tutta la provincia
di Milano, ogni anno si ridurrebbero i consumi, solo per i nuovi edifici,
di circa 7 milioni di m3 di gas e 6 milioni di kWh di energia elettrica
con un risparmio per le famiglie di 4.500.000 di Euro per il primo anno,
9 milioni per il secondo e così via. Se tale regolamento fosse
adottato da tutti i Comuni lombardi, il risparmio iniziale sfiorerebbe
i 15 milioni di Euro cumulabili anno dopo anno.
Non bisogna però aver paura di sostenere la riduzione dei consumi;
bisogna inoltre avere il coraggio di "rompere" con le utilities
che pensano solo a vendere più gas o più energia elettrica;
bisogna ripensare in questa nuova chiave il sogno di voler unificare le
utilities lombarde in una unica grande holding. Se si procederà
in questo faticoso progetto con una sana e lungimirante politica di gestione
della domanda di energia, riuscendo a disaccoppiare i volumi di vendita
dai profitti, saranno le utilities stesse ad avere la necessità
ed accorparsi, fondersi, unificare e scorporare le reti.
Tali politiche tuttavia, se realizzate esclusivamente tramite interventi
sul lato domanda e definibili di tipo "Demand Pull" rischiano
di:
- spiazzare l'industria nazionale se esiste un'offerta qualitativamente
e quantitativamente adeguata solo estera;
- rigettare tutta una filiera dal mercato se non esiste un'offerta qualitativamente
adeguata;
- generare incertezza nei piani di investimento aziendale se gli schemi
di sostegno sono frammentari e instabili;
- provocare crisi improvvise di mercato al termine dei programmi di sostegno
o tra piani di sostegno discontinui.
Ecco perché il riordino legislativo deve essere accompagnato da
una solida politica di incentivazione sul lato dell'offerta, il cosiddetto
"Technology Push", sostenendo l'innovazione di prodotto e di
processo.
L'obiettivo deve essere quello di favorire le attività di ricerca
applicata in grado di avviare processi di trasferimento tecnologico alle
imprese edili e coadiuvarle nella fase di sviluppo.
Un'ulteriore iniziativa riguarda le forme di sostegno rivolte ai nuovi
operatori produttivi nel campo dell'uso razionale dell'energia e delle
fonti rinnovabili. Le iniziative sviluppabili riguardano, in linea generale,
forme di "incubazione" di nuove iniziative imprenditoriali,
di "tutoring" di nuove imprese del settore, di stimolo allo
"spin-off" industriale da università e centri di ricerca
per i comparti ad elevato contenuto di innovazione tecnologica ma a più
alto grado di rischio industriale.
Inoltre, una politica sul lato offerta non può prescindere da
investimenti per migliorare il "capitale umano" delle imprese
e di tutti i segmenti a monte e a valle della produzione: design, marketing,
vendita, installazione, assistenza. L'obiettivo deve essere:
- Potenziare i corsi sull'uso razionale dell'energia e sulle fonti rinnovabili
nei curricula scolatici (diplomi e lauree) e sostegno ai corsi specialistici;
- Sostenere programmi di tirocinio e staging presso le imprese di settore;
- Promuovere la formazione tecnica e certificazione degli artigiani tramite
programmi introduttivi e di formazione permanente sulle nuove tecnologie
realizzati in collaborazione con le associazioni di categoria.
Arese potrebbe diventare, in tempi brevi, un centro di riferimento e
di eccellenza per tutte queste nuove tecnologie, un enorme laboratorio
e incubatore tecnolgico per le centinaia di tecnologie di supporto a uno
sviluppo sostenibile e duraturo.
Tazio Borges