Essere o diventare ambientalisti è un processo che può trarre
origine da un profondo amore per la natura e pertanto difendere e preservare
i suoi equilibri e l'intreccio delle sue dinamiche più profonde,
può portare molte donne e uomini a ricercare un siffatto impegno
civile.
Altri, convinti da letture e quindi da approcci più scientifici,
in genere di taglio economico-ambientale come 'Economia all'idrogeno'
di Jeremy Rifkin o 'Eco economy' di Lester Brown, giungono alla conclusione
che " ci si possa definire tutti ambientalisti" se si vuole
salvare l'umanità o per lo meno gli attuali livelli di benessere.
Altri ancora hanno assunto, nel corso dell'ultimo decennio, come proprio
riferimento centrale, le esperienze che da Rio de Janeiro in poi, hanno
portato in tutto il mondo alla sperimentazione di percorsi e di obiettivi
economici, sociali, culturali, ambientali per uno sviluppo sostenibile,
noti come Agenda 21 ed in particolare modo Agenda 21 locale.
Negli ultimi anni , poi, si è venuta manifestando una lettura
ancor più radicale che ha visto nella globalizzazione dei mercati
un potente e terribile meccanismo di generalizzazione di processi di sfruttamento
e di spogliazione di valori ambientali, ma anche di libertà e di
diritti ( Naomi Klein e NO LOGO).
Gran parte di questi "umori" hanno influenzato coscienze, contribuito
a formare nuove generazioni, "contaminato" partiti ed associazioni
storiche, determinato la nascita di movimenti collettivi che talvolta
hanno raggiunto dimensione nazionale e transnazionale.
Sensibilità ed approcci tradizionali hanno pertanto dovuto confrontarsi
con queste nuove idee e questi nuovi soggetti: l'attività produttiva,
la funzione residenziale, i mezzi di trasporto, le scelte di consumo,
l'alimentazione e molti altri aspetti della vita civile sono divenuti
oggetto di analisi e verifica di correttezza relativamente ai nuovi valori
fino a quel momento poco presenti o del tutto assenti nella politica tradizionale.
Persino il linguaggio è cambiato e si è dovuto aggiornare:
" riglobalizzare dal basso, democratizzare l'accesso all'energia,
riprogettare l'economia dei materiali, riprogettare città per l'uomo,
ecc." sono entrati a pieno diritto nel lessico della politica.
E la sinistra? In che misura i partiti tradizionali, ma anche quelli
di più recente costituzione, hanno fatto i conti con queste posizioni?
La prima e più evidente conseguenza è la nascita ed il
consolidamento di un vero e proprio " partito dei verdi" che
analogamente a quanto avvenuto in altri paesi europei si è collocato
saldamente all'interno della coalizione di centrosinistra.
Altrettanto evidente la nascita di gruppi e movimenti, prevalentemente
a dimensione comunale, a difesa di specifici patrimoni ambientali (boschi,
fiumi, ma anche monumenti) o contro la realizzazione di manufatti (strade,
fabbriche pericolose, tralicci, discariche, ecc.) la cui collocazione
viene valutata dalle popolazioni locali ambientalmente scorretta.
Elevato è altresì il numero e l'adesione a circoli ad associazioni
no profit direttamente impegnate a fornire informazioni, erogare servizi,
proporre modo alternativi di fruizione del proprio tempo libero, offrire
opportunità per esprimere il proprio impegno civile.
In questi ultimi tempi il grande movimento per la pace spesso si è
intrecciato ad una lettura delle conseguenze prodotte dall'imperialismo
ambientale, esercitato dalle grandi nazioni dell'occidente nei confronti
dei paesi più poveri, ma ricchi di giacimenti di risorse energetiche
ed ambientali.
All'interno dei partiti storici della sinistra, i DS in particolare,
le cose sono andate un po' diversamente ed il tentativo di aggregare "gli
ambientalisti interni" e di condizionare obiettivi e contenuto dei
programmi, è nato e si è esaurito in pochi anni (unità
tematica ambiente) senza riuscire ad apportare sostanziali modifiche ed
aggiornamenti culturali ai tradizionali approcci socioeconomici!
Il tentativo attualmente in corso, ovvero quello della nascita di una
associazione esterna al partito, ma con esso dialogante (sinistra ecologista),
nonostante i formali impegni ad accogliere elaborazioni e proposte non
mi pare stia riuscendo ad imporre svolte significative al rapporto "ambientalisti-resto
del partito".
E allora?
Se la svolta che gli ambientalisti chiedono è soprattutto quella
di superare l'attuale egemonia culturale degli approcci economicisti il
problema non è quello di contarsi e su questa base richiedere correzioni
di rotta al programma generale, il problema va affrontato collegando pochi
e significati obiettivi generali (basterebbe il raggiungimento degli obiettivi
contenuti nel protocollo di Kioto) alla una nuova coscienza che si sta
formando all'interno dei Grandi movimenti di massa (pace, antiglobal,
diritti lavoratori terzo mondo,ecc.).
In questo senso un nuovo soggetto politico antagonista ( federazione
dei partiti e movimenti di opposizione) ove culture e storie si mischiano
e si confrontano è il luogo più opportuno e per noi ambientalisti
una occasione straordinaria, per promuovere la ristrutturazione della
società e dei suoi valori di riferimento.