NON SI PUO' E NON SI DEVE.

In occasione dell' ultima riunione di redazione convocata - come sempre
- per decidere il contenuto del nuovo numero della rivista, si era, di
fatto, già conclusa la fase più sanguinosa della guerra
in Iraq.


Pur in un contraddittorio stato di "guerra non guerra" era
ormai chiaro che i bombardamenti, i carroarmati e qualora ci fossero state,
le armi chimiche, avevano ormai finito il loro terribile compito.


Forse è per questo che quasi tutte le proposte di argomenti erano
"lievi", parlavano di natura, di piante, di fiori, testimonianza
di una inarrestabile voglia di leggerezza, serenità, di cose belle
per purificare gli occhi ed il cuore appesantiti dalle tante, troppe immagini
di morte e sofferenza.


OK, così per buona parte è stato, abbiamo persino "fiori
che si mangiano" e "piante monumentali che ci parlano di una
Milano che fu".


Ma non si può e non si deve dimenticare.


Lo dobbiamo alle coscienze nostre e dei nostri lettori, alle vittime
- morte e vive- della guerra ed alla politica, unica arma a cui dobbiamo
sempre fornire riflessioni e giudizi, uniche munizioni da usarsi in tutte
le battaglie.


Non si può e non si deve, soprattutto per noi ambientalisti, formati
e cresciuti nella consapevolezza, che gli ultimi anni del secolo appena
concluso ci hanno consegnato strumenti di comprensione e di azione, per
loro natura globali, capaci di spostare gli equilibri generali e locali
verso obiettivi di maggiore qualità del vivere, del lavorare, per
un incremento dello sviluppo umano in armonia con la tutela dell'ambiente,
quindi verso la pace.


E' difficile, dopo l'11 settembre, dopo le guerre di Afganistan ed Iraq,
ragionare e tentare di affrontare il problema terrorismo con le armi della
politica e non con quelle della forza, ma forse la situazione alla vigilia
dell'11 settembre 2002 era ormai irrecuperabile.


Le grandi , da tempo e secondo i propri interessi, avevano logorato ed
in buona parte delegittimato il ruolo delle agenzie mondiali, in primis
l'ONU, per seguire strategie imperiali di livello locale (Russia) o mondiale
(USA) e con loro o dietro loro, sembrano ripetersi logiche di politica
internazionale che credevamo di non dover più rivedere: anche per
le potenze medie sembrano nuovamente affacciarsi tentazioni di ottenere
" un posto al sole" ovvero la propria fetta di espansione economica
laddove stati nazionali faticano ad imporsi o sono "azzerati "
manu militari.


Ben altre erano le attese e le aspettative di quanti nel giugno del 1992,
a Rio de Janeiro, definirono le basi di un processo capace di integrare
questioni economiche, questioni sociale, questioni ambientali, in una
visione intersettoriale ed internazionale di sviluppo sostenibile.


Noi ancora crediamo in questi obiettivi di tutela e conservazione della
natura, di riduzione del ritmo di consumo delle risorse naturali, di riduzione
della produzione di rifiuti, di riduzione delle emissioni in aria ed in
acqua, di risparmio energetico, di equità sociale ed economica,
forse se opinioni pubbliche mondiali ci avessero veramente creduto e li
avessero imposti ai loro governi nazionali, Alì, immaginario, ma
non troppo, bambino iracheno vivrebbe felice nella sua terra di origine
o per lo meno vivrebbe.

Sergio Saladini