USO DEI PESTICIDI E FORME DI LOTTA BIOLOGICA
Nonostante l’Unione Europea abbia pubblicato già nel 2020 nuove strategie “Farm to Fork” e “Biodiversità”, corredate da una serie di ambiziosi obiettivi per la progressiva riduzione dei pesticidi, nulla ancora di concreto è stato fatto.

Il livello massimo di residui di pesticidi legalmente tollerato negli alimenti è norma europea già dal 2016 e l’anno scorso la Commissione ha proposto una terza revisione, relativa alla Direttiva sull’uso sostenibile dei pesticidi nel contesto della strategia “Farm to Fork”.

“Numerosi gruppi di studiosi e scienziati, della società civile e diversi organismi dell’Ue stanno esprimendo preoccupazione per lo scarso impegno dedicato dalla Commissione verso il rafforzamento della biodiversità e la protezione degli impollinatori: è chiaro che la priorità rimane l’agricoltura intensiva.

Una preoccupazione confermata dalla Corte dei conti europea, che all’inizio di luglio, ha dichiarato che «le misure dell’Ue non hanno garantito la protezione degli impollinatori selvatici», definendo la Politica agricola comune (Pac) come uno dei principali fattori del loro calo numerico……

Purtroppo le strategie Farm to Fork e Biodiversità non hanno un potere vincolante.
I loro obiettivi e traguardi dovranno essere raggiunti attraverso varie misure legislative, come la Pac e altre riforme. Quindi, se la Pac si conferma non in linea con quanto previsto dall’European Green Deal, è altamente improbabile che gli obiettivi di riduzione dei pesticidi del 50% entro il 2030 saranno raggiunti.” (Slowfood.it)
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Fatto ancora più preoccupante, un’inchiesta realizzata dall’unità investigativa di Greenpeace Uk, Unearthed e dalla svizzera Public Eye, grazie all’analisi delle “notifiche di esportazione” che le aziende devono produrre alle autorità per i prodotti da esportare, rivela che Italia e il Regno Unito sono le Nazioni prime per export di pesticidi il cui uso è stato vietato in Ue a causa dei loro potenziali rischi per la salute umana o per l’ambiente.

Le esportazioni italiane, pari a 9.500 tonnellate, risultano relative a 10 diversi prodotti agrochimici pericolosi, destinati a paesi tra cui Stati Uniti, Australia, Canada, Marocco, Sud Africa, India, Giappone, Messico, Iran e Vietnam.

“La prima sostanza esportata per quantità nel 2018 (circa due terzi del totale) è stato il trifluralin puro, prodotto da Finchimica: un sospetto cancerogeno vietato in Ue già dal 2007 a causa della sua elevata tossicità per i pesci e altri organismi acquatici, nonché per la sua elevata persistenza nel suolo. Il secondo posto (con 1.820 tonnellate) spetta a un altro sospetto cancerogeno per gli esseri umani: l’erbicida l’ethalfluralin, diretto principalmente in Canada e Stati Uniti e prodotto sempre da Finchimica.

Un’altra azienda italiana, la Sipcam Oxon, ha notificato piani per esportare più di 300 tonnellate di diserbante a base di atrazina, un erbicida tossico vietato nel 2004, verso Sudan, Israele, Stati Uniti e Sud Africa. Ha inoltre notificato una prevista esportazione di 220 tonnellate di diserbante a base di alachlor in Sud Africa, un sospetto cancerogeno classificato come molto tossico per gli organismi acquatici, identificato come un potenziale interferente endocrino dalla Commissione europea nel 2000 e una delle poche sostanze chimiche che rientra nei criteri per essere elencato come pesticida pericoloso ai sensi della Convenzione di Rotterdam.

Altri pesticidi vietati che sono stati notificati per l’esportazione dalle autorità italiane, includevano 400 tonnellate in Marocco del fumigante 1,3-dicloropropene e 329 tonnellate di insetticidi a base di propargite, in India, Vietnam e Marocco. Entrambe le sostanze sono state classificate come probabili cancerogeni per gli esseri umani dall’EPA.” (Greenpeace)

E’ certamente necessario che l’Italia e gli altri paesi europei pongano fine alla produzione di queste sostanze per proteggere noi stessi e l’ambiente in cui viviamo, da sostanze tossiche, che inquinano acqua e suolo e contribuiscono al declino di specie essenziali per il mantenimento degli equilibri naturali, ovvero gli insetti impollinatori.

A questo proposito si ricorda che l’unica strada percorribile per salvaguardare le produzioni agricole e nel contempo tutti gli esseri viventi, noi compresi, è la lotta biologica ovvero la tecnica che sfrutta gli antagonismi fra gli organismi viventi per contenere le popolazioni di quelli dannosi.

“All'interno di ogni ecosistema, ogni specie è soggetta all'interazione con fattori di controllo, viventi o non, che regolano la dinamica della popolazione. Un ruolo non trascurabile è rappresentato dal controllo biologico da parte degli organismi viventi che con quella specie instaurano rapporti di antagonismo come la predazione, il parassitismo, la competizione interspecifica.

I fattori biotici di controllo della popolazione di una determinata specie fanno parte integrante della capacità di reazione omeostatica di un ecosistema. In un ecosistema naturale, pertanto, le variazioni di popolazione di una specie inducono dinamici adattamenti dei componenti dell'ecosistema che interagiscono con la sua nicchia ecologica. Il risultato è una variazione ciclica che tende a contenere le pullulazioni e, nel contempo, a evitarne l'estinzione, a meno che non si verifichino nell'ambiente mutamenti tali che portano - in senso evolutivo o regressivo - ad un avvicendamento delle biocenosi.

…Per le sue prerogative la lotta biologica non abbatte la popolazione di un organismo dannoso, bensì la mantiene entro livelli tali da non costituire un danno…
E però opportuno ricordare che La sola lotta biologica non è in grado di controllare efficacemente qualsiasi organismo dannoso: gli avvicendamenti strutturali delle cenosi portano inevitabilmente all'affermazione delle specie a più alto potenziale biologico, in grado di affermarsi sfuggendo almeno in parte ai meccanismi biologici di controllo…

Inoltre la lotta biologica ha efficacia solo se attuata in un ambito regionale o, almeno, comprensoriale, mentre ha un'efficacia pressoché nulla in un ambito aziendale: è intuitivo che i confini aziendali non abbiano alcuna rilevanza nel momento in cui esiste una contiguità ambientale; anche ricorrendo ad intensi interventi con il metodo inoculativo, inevitabilmente le popolazioni degli antagonisti tendono a diluirsi nell'ambiente circostante e quelle del fitofago tendono a concentrarsi dove le condizioni diventano più favorevoli. A questa considerazione fanno eccezione gli agrosistemi fisicamente isolati: ad esempio, la lotta biologica si può applicare con successo anche in ambiti ristretti come le serre dotate di reti antinsetto.

Salvo poche eccezioni, nel vasto panorama delle avversità biotiche dei vegetali, la lotta biologica integrale è insufficiente a garantire il raggiungimento di obiettivi economici paragonabili a quelli dell'agricoltura convenzionale, mentre apre grandi prospettive come mezzo coadiuvante nell'ambito di una difesa integrata, soprattutto con il ricorso alla lotta biotecnica. In ogni modo, a prescindere dall'incidenza nel contesto della difesa fitosanitaria, la lotta biologica offre risultati non immediati ma duraturi nel tempo rispetto alla difesa chimica tradizionale.” (Wikipedia).
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Gli insetti entomofagi si dividono in predatori e parassitoidi.
I predatori sono quegli insetti che in uno o più stadi della loro vita si nutrono direttamente di altri insetti spostandosi e ricercando la preda nell'ambiente. Essi sono rappresentati dagli ordini dei Rincoti, Ditteri, Coleotteri e Neurotteri.

I parassitoidi sono quegli insetti che soprattutto nello stadio larvale si sviluppano nutrendosi di un individuo di un’altra specie (specie ospite). L'azione di questi negli stadi giovani è mortale, gli adulti invece svolgono la funzione riproduttiva completata con la ricerca dell'ospite da parasittizzare. Essi sono olometaboli appartenenti agli ordini dei Ditteri e Imenotteri.
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Inoltre spesso si fa uso di ditteri e bombi impollinatori, particolarmente utili questi ultimi per la loro grande efficienza come bottinatori, comunemente usati per l’impollinazione di importanti coltivazioni quali pomodoro, peperone, melanzana, fragola, melone, e colture da frutto come pero, kiwi, ciliegio, lampone ecc.
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L’uso di queste tecniche è prevalentemente in serra, ma recentemente l’uso di droni permette di rilasciare gli insetti senza danneggiarli anche in campo aperto, le colture possono essere difese dai parassiti in maniera rapida ed efficiente anche su larga scala.

“Questo innovativo metodo permette una pratica distribuzione in tempi brevi di insetti ed acari utili appositamente formulati per impiego con drone.
I nostri piloti analizzano l’area coltivata ed individuano confini e ostacoli per poi formulare un piano di volo così da rilasciare la quantità di insetti stabilita per ogni impiego.”

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Fonti:
slowfood,
greenpeace,
agrariocesena,
wikipedia,
youtube.
Sergio Saladini