CHE COSA E' LA TRANSIZIONE ECOLOGICA?
La “transizione ecologica” appare nelle linee guida europee come strumento per la gestione del Recovery Fund e ad essa sono destinate le maggiori voci di spesa, insieme all’innovazione.
Il ministero della transizione ecologica, esiste già in Francia e in Spagna ed è nelle linee guida europee.

In Francia il ministero della transizione ecologica ha questo nome dal 2020 ed l’ultima denominazione del ministero dell’ambiente che esiste a Parigi dal 1971. Questo ministero ha assunto negli anni la gestione delle politiche di protezione ambientale, di trasporti ed energia, clima, prevenzione dei rischi naturali e tecnologici, sicurezza industriale, trasporti ed infrastrutture.

In Spagna esiste dal 2018, suo principale obiettivo è creare una legge sui cambiamenti climatici ed elaborare un piano energetico decennale per ridurre del 20 per cento le emissioni di gas serra rispetto a quelle del 1990.
Si occupa altresì della protezione del patrimonio naturale, della biodiversità, dei boschi, del mare, dell’acqua e della transizione energetica.

Il Ministero della transizione ecologica è ora presente anche in Italia con il l governo a guida Mario Draghi, finalizzato alla trasformazione del sistema produttivo verso un modello più sostenibile, che renda meno dannosi per l’ambiente la produzione di energia, la produzione industriale e lo stile di vita delle persone.

A questo Ministero è stato nominato, come è noto, Roberto Cingolani.
A lui toccherà il compito di definire un piano nazionale per accedere e gestire una grossa fetta dei fondi che arriveranno all’Italia attraverso il Recovery Fund.
Per accedere ai fondi del programma Next Generation EU è necessario, infatti, un Piano nazionale di ripresa e resilienza che sia in linea con gli obiettivi del Green Deal europeo o patto verde.

Il Green Deal ha come obiettivo generale quello di raggiungere la neutralità climatica in Europa entro il 2050.
Ciò sarà possibile anche innalzando del 50% la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra dell'UE entro il 2030 e verso il 55% rispetto ai livelli del 1990.

L'intenzione è quella di riscrivere, nei Paese della CEE, ogni legge vigente in materia di clima e di introdurre nuove leggi sull'economia circolare, sulla ristrutturazione degli edifici, sulla biodiversità, sull'agricoltura e sull'innovazione.

La Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha dichiarato che il Green Deal europeo sarà per l'Europa "come lo sbarco dell'uomo sulla Luna", poiché questo patto renderebbe l'Europa il primo continente ad aver raggiunto la neutralità climatica. La Polonia non farà parte di questo piano.

In Italia il Piano era stato approvato, al momento delle sue dimissioni, dal Governo Conte II, in attesa di un confronto in Parlamento. Era diviso in sei «missioni», tra le quali una missione “rivoluzione verde e transizione ecologica”.
Spetta ora al nuovo Governo ed al Parlamento la analisi della proposta licenziata dal precedente Governo al fine di una sua revisione e potenziamento.

Va da sé prevedere che questa missione diventerà il primo incarico principale del nuovo ministero.

Ad oggi, in attesa del dibattito parlamentale che licenzierà la versione definitiva del Recovery Fund, possiamo solo, come metodo, del resto indicato dallo stesso Presidente Draghi in occasione del suo discorso in sede di fiducia delle Camere, partire dalla stesura della versione Conte II, a cui noi uniremo alcune osservazioni e proposte presentate dalle più rappresentative organizzazioni ambientaliste del nostro Paese e dalle parti sociali.

Rivoluzione verde e transizione ecologica” : previsti per 68,9 miliardi dal Recovery Fund in seconda stesura.
La transizione ecologica sarà la base del nuovo modello economico e sociale di sviluppo su scala globale.

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), Recovery Fund formato da 171 pagine, con 6 missioni, 47 linee di intervento e 4 tabelle.
Rispetto alla prima bozza che prevedeva 196 miliardi direttamente legati al Recovery Fund, la nuova versione del piano prevede l’aggiunta di una quota dal Fondo coesione sviluppo, più i 13 miliardi del React Eu con gli aiuti europei previsti per l’immediata emergenza sanitaria.

Al pacchetto si sono aggiunte risorse già programmate nel bilancio nazionale, circa 80 miliardi, e 7 miliardi invece dai fondi strutturali europei. In totale così, il pacchetto di progetti inserito nel Recovery Plan a circa 310 miliardi.
Nel piano gli obiettivi di policy e interventi connessi a tre assi strategici: digitalizzazione e innovazione, transizione ecologica e inclusione sociale.

Una delle novità è l’aumento dei fondi destinati alla Sanità, passati da 9 miliardi nella bozza iniziale a 19,7.
Tutte le altre risorse verranno così suddivise:

• 68,9 miliardi per l’Ambiente
• 32 miliardi per le infrastrutture
• 28,5 miliardi per Istruzione e ricerca
• 27,6 miliardi per Inclusione e coesione.

“È un Piano di Ripresa, perché intende fronteggiare l’impatto economico e sociale della crisi pandemica, a partire dalle lezioni apprese in alcuni dei mesi più difficili della storia repubblicana. La ripresa italiana non dovrà riportarci al tempo di prima. – si legge nel documento – Dovrà costruire un’Italia nuova, cogliendo le opportunità connesse alla transizione ecologica e digitale. Dovrà liberare il potenziale di crescita dell’economia, incrementare la produttività, creare nuova occupazione e migliorare la qualità del lavoro e dei servizi di cittadinanza, a partire dalla salute e dall’istruzione.”

Rivoluzione verde e transizione ecologica.
Dei 74,3 miliardi inizialmente previsti, ora, nella seconda stesura, ammonta a 68,9 i miliardi la somma che verrà investita nella missione “Rivoluzione verde e transizione ecologica”.
Le risorse da destinare a questo uso sono così ripartite:

1. “Agricoltura sostenibile ed economia circolare” 6,3 miliardi;
2. “Energia rinnovabile, idrogeno e mobilità sostenibile” 18,2 miliardi,
3. “Efficienza energetica e riqualificazione degli edifici” 29,35 miliardi
4. “Tutela del territorio e della risorsa idrica” 15 miliardi.

“Con il Piano, l’Italia diviene protagonista del Green Deal europeo, secondo gli obiettivi indicati dalla Presidente Ursula Von der Leyen nel suo Discorso sullo Stato dell’Unione: ridurre le emissioni inquinanti; aumentare i posti di lavoro nell’economia verde; migliorare l’efficienza energetica degli immobili; innescare e sostenere i processi industriali della transizione verde. Allo stesso tempo, la sfida della sostenibilità e della riduzione delle emissioni, nella mobilità e nella manifattura, sarà vinta anche grazie alle soluzioni digitali”, viene puntualizzato nel nuovo Recovery Fund.

E ancora: “La transizione ecologica sarà la base del nuovo modello economico e sociale di sviluppo su scala globale, in linea con l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. Per avviarla sarà necessario, in primo luogo, ridurre drasticamente le emissioni di gas clima-alteranti in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e del Green Deal europeo; in secondo luogo occorre migliorare l’efficienza energetica e nell’uso delle materie prime delle filiere produttive, degli insediamenti civili e degli edifici pubblici e la qualità dell’aria nei centri urbani e delle acque interne e marine“, si legge sempre nella nuova bozza del PNRR.
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Infrastrutture per una mobilità sostenibile
La missione è divisa in 2 componenti e si pone l’obiettivo di realizzazione un sistema infrastrutturale di mobilità moderno, digitalizzato e sostenibile dal punto di vista ambientale:

1. “Alta velocità di rete e manutenzione stradale 4.0”, si focalizza sulle grandi linee di comunicazione del Paese, innanzitutto quelle ferroviarie, in un’ottica di mobilità rapida, sostenibile e tecnologicamente avanzata;
2. “Intermodalità e logistica integrata”, prevede un programma nazionale di investimenti per un sistema portuale competitivo e sostenibile dal punto di vista ambientale per sviluppare i traffici collegati alle grandi linee di comunicazione europee e valorizzare il ruolo dei Porti del Sud Italia nei trasporti infra-mediterranei e per il turismo.

La Commissione Ambiente, nell’ambito dell’esame in sede consultiva della proposta di piano nazionale di ripresa e resilienza ha svolto il 2 febbraio, in videoconferenza, le seguenti audizioni:
Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr); Istituto superiore per la Protezione e la Ricerca ambientale (Ispra);
Autorità nazionale anticorruzione (Anac); Legambiente; Dipartimento Casa Italia; Fridays for Future Italia; Wwf; Zero Waste Italy e Zero Waste Europe; Federparchi; Kyoto Club.

Qui abbiamo raccolto alcune osservazioni presentate dalle organizzazioni ambientaliste e dalle parti sociali in occasione delle consultazioni aperte dal Governo Conte o rappresentate al nuovo Governo a guida Draghi.

Il contributo di Legambiente.

Un’Italia più verde, più vivibile, innovativa e inclusiva. Così potrà diventare la Penisola da qui al 2030 se saprà utilizzare al meglio le opportunità e le risorse che l’Europa ha messo a disposizione dell’Italia con il Next Generation EU (NGEU). Di ciò ne è convinta Legambiente che, nel giorno in cui viene audita in Parlamento in Commissione Ambiente della Camera dei deputati, per dare una “scossa” alla recente discussione poco centrata sui contenuti presenta il suo Recovery Plan, frutto di un lungo dialogo durato 5 mesi con istituzioni, imprese, associazioni, sindacati, e di una scrittura collettiva e condivisa.

Il documento in questione ci proietta verso l’Italia del 2030 e indica, per le 6 missioni indicate dall’Europa, 23 priorità di intervento, 63 progetti territoriali da realizzare – tra rinnovabili, mobilità sostenibile, economia circolare, adattamento climatico e riduzione del rischio idrogeologico, ciclo delle acque, bonifiche dei siti inquinati, innovazione produttiva, rigenerazione urbana, superamento del digital divide, infrastrutture verdi, turismo, natura e cultura – insieme a 5 riforme trasversali necessarie per accelerare la transizione ecologica del Paese per renderlo più moderno e sostenibile, dando il via ad una nuova stagione della partecipazione e della condivisione territoriale.

Il faro che ha guidato Legambiente nella redazione del suo Recovery Plan è la lotta alla crisi climatica che riguarda trasversalmente le 23 priorità nazionali di intervento. Nel documento, inoltre, l’associazione ambientalista descrive, regione per regione, quelle che a suo avviso sono le opere da realizzare e quelle da evitare, indicando in maniera chiara come spendere i quasi 69 miliardi di euro destinati per la “Rivoluzione verde e transizione ecologica” e i 32 miliardi destinati alle “Infrastrutture per la mobilità sostenibile”.

Tra i progetti da finanziare, Legambiente indica, ad esempio, oltre all’Alta Velocità nel centro Sud, le reti ferroviarie di Sicilia, Calabria, Basilicata, Molise, Campania, Sardegna, Toscana, Umbria, Emilia Romagna, Trentino Alto Adige, Veneto e Lombardia; l’elettrificazione dei porti; l’idrovia Padova Venezia; la chiusura dell’anello ferroviario di Roma; gli interventi per ridurre gli impatti ambientali nelle acciaierie (l’ex Ilva di Taranto e l’impianto di Cogne ad Aosta) alla riconversione del distretto dell’Oil&Gas di Ravenna (puntando sulla nuova filiera dell’eolico e del fotovoltaico offshore e della dismissione delle piattaforme non più operative), la riconversione delle centrali a carbone ancora attive e i progetti sull’agroecologia in Puglia, Umbria, Emilia Romagna e Trentino.

Senza dimenticare la realizzazione di digestori anaerobici per il trattamento della frazione organica differenziata, con produzione di biometano e compost di qualità, in ogni provincia in Sicilia, Calabria, Campania, Basilicata, Abruzzo, Marche, e Liguria (in provincia di Imperia, La Spezia, a Genova e nel Tigullio) e quelli per trattare gli scarti agricoli, i reflui zootecnici e i fanghi di depurazione. E poi le delocalizzazioni degli edifici a rischio idrogeologico in Calabria, Sardegna e Umbria; la decarbonizzazione delle isole minori in Sicilia; la digitalizzazione nelle aree interne e una nuova fruibilità turistica delle aree montane come nelle Marche, dove andrebbero finanziate le connessioni ciclopedonali, che mancano, tra Appennino e costa adriatica; la riqualificazione dell’edilizia popolare (messa in sicurezza ed efficientamento energetico) e degli istituti scolastici in Campania; il progetto integrato sulla “città adriatica” nelle Marche.

Tra i progetti da evitare e che l’associazione ambientalista boccia c’è, ad esempio, l’impianto di cattura e stoccaggio di CO2 proposto da Eni a Ravenna, il ponte sullo stretto di Messina, quelli legati alla produzione di idrogeno da fonti fossili, i nuovi invasi, gli impianti TMB di trattamento meccanico biologico dei rifiuti, gli impianti di innevamento artificiale e di risalita al di sotto dei 1.800 m.s.l.m., gli incentivi legati all’acquisto dei veicoli a combustione interna.

Il contributo del WWF.

Il WWF ribadisce a Draghi, nel ripensare il PNRR, come anticipato durante le consultazioni, quale principale strumento per assicurare la ripresa e la resilienza del Paese, di intervenire principalmente sui seguenti assi:

a) assicurare che nel Piano sia assegnato, come chiede l’Europa, almeno il 37% delle risorse complessivamente assegnate per il clima e la biodiversità, per azioni che includano ambiti trascurati nella proposta, ora all’esame del Parlamento, come il mare e le acque interne;
b) delineare una strategia industriale dell’Italia basata sulle energie rinnovabili e sul rinnovamento dei processi produttivi, coerenti con i target di riduzione delle emissioni e con l’obiettivo di completa decarbonizzazione entro il 2050, assicurando che anche l’idrogeno sia verde e non uno strumento per prolungare l’uso dei combustibili fossili;
c) dare il via ad un grande piano per Riqualificare la Natura d’Italia, per tutelare le aree di maggior pregio naturalistico del nostro Paese e favorire le connessioni ecologiche, fermando la perdita della nostra biodiversità (tra le più ricche d’Europa), sviluppando la blu e la green economy, introducendo, nel contempo, elementi di sostenibilità e di qualità in settori importanti per il rilancio del Paese, quali quelli del turismo, agricoltura e pesca.
Una svolta quella indicata dal Presidente del Consiglio di cui dovranno essere protagonisti la politica come le imprese e i cittadini, sottolinea il WWF.

Il WWF, conclude, infine, di aver apprezzato la visione sistemica e trasversale, nonché l’analisi fatta nel discorso programmatico del Presidente Draghi oggi al Senato soprattutto quando ha dichiarato che per uscire dalla situazione attuale di emergenza c’è bisogno di una sfida poliedrica che affronti sia l’emergenza sanitaria che quella ambientale, che hanno favorito l’insorgere e il diffondersi del virus, sia quando ha sottolineato come sia necessario intervenire assicurando che ci sia una giusta transizione del nostro sistema produttivo verso un modello di economia decarbonizzata e sostenibile e che nel futuro dell’Italia non ci deve essere solo “una buona moneta ma un buon pianeta”.
È quest’ultima, per il WWF, la sostanza della transizione ecologica.

Il Contributo di Greenpeace.

L’ultima versione del PNRR presentata dal governo Conte, nonostante non contempli più i finanziamenti inizialmente previsti a un progetto inutile o potenzialmente dannoso a livello ambientale come il CCS di Eni a Ravenna (esclusione che ci attendiamo sia confermata anche dal governo Draghi), è ampiamente migliorabile sui versanti delle rinnovabili, della mobilità, dell’economia circolare e dell’agricoltura.

La procedura di approvazione dei piani nazionali in sede europea prevede peraltro che questi passino le necessarie fasi di consultazione pubblica con le parti interessate della società civile e che le riforme e i progetti, in essi contenuti ,vengano sottoposte a valutazioni ambientali di cui non c’è traccia nell’attuale PNRR.

Ecco alcuni aspetti di rilievo che devono caratterizzare la transizione ecologica:

La transizione energetica basata sulle rinnovabili

Per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 fissati dalla Commissione Europea al 2030 – a giudizio di Greenpeace comunque insufficienti – bisognerà avere il 70% circa di fonti rinnovabili sulla rete elettrica, ma l’attuale Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) prevede solo il 55%.
Senza un aumento degli investimenti nelle rinnovabili e interventi sulla rete elettrica non sarà possibile raggiungere nemmeno gli obiettivi europei che, pur se insufficienti, sono un passo avanti rispetto al passato. Le rinnovabili sono bloccate da anni, anche per la pressione delle lobby del gas, e c’è urgente bisogno di sbloccare il processo autorizzativo: non è possibile che un impianto eolico venga autorizzato dopo 8 anni.

Agricoltura ed economia circolare

Anche sul settore agricolo è urgente intervenire con misure migliorative. In questo settore, infatti, servono investimenti per la transizione verso un modello agroecologico, per ridurre l’uso di pesticidi e prevedere un ulteriore aumento della superficie dedicata all’agricoltura biologica. È necessario intervenire sul sistema degli allevamenti intensivi per diminuirne emissioni e impatti su salute e ambiente, a cominciare da una chiara riduzione del numero di animali allevati. Per l’economia circolare, invece, servono misure urgenti che seguano i principi base indicati dall’Europa come la prevenzione e la riduzione dei rifiuti prodotti, soprattutto quelli derivanti dalla frazione monouso. Senza il ricorso a false soluzioni, come l’incenerimento e la generazione di combustibili dalla plastica. Vanno invece messi subito in atto tutti quei provvedimenti che responsabilizzano i produttori, a partire dalla Plastic tax.

Verso una mobilità a emissioni zero

Il settore dei trasporti è responsabile di circa un quarto delle emissioni di gas serra in Italia, oltre a essere tra le principali fonti di inquinamento atmosferico. L’attuale PNRR però perde l’occasione per dare una spinta decisiva verso una mobilità a emissioni zero. Come abbiamo osservato in un commento congiunto con altre associazioni ambientaliste italiane, la mobilità urbana ha un ruolo marginale nel piano, mentre sono proprio le città a produrre la maggior parte delle emissioni. E anche la questione dell’elettrificazione dei trasporti è particolarmente critica: come si può raggiungere l’obiettivo di sei milioni di veicoli elettrici al 2030 (presente nel PNIEC) senza investimenti sulle infrastrutture di ricarica né piani industriali per indirizzare il mercato verso i veicoli elettrici? C’è bisogno di investire davvero su mobilità cittadina e regionale e trasporto elettrico, e non su grandi opere ampiamente presenti nel piano.

Stop definitivo alle trivelle

Una prima azione concreta per dimostrare la volontà del governo di andare nella direzione di una vera transizione energetica sarebbe una nuova, definitiva moratoria trivelle, cioè un divieto permanente a ogni nuova attività di prospezione, ricerca e sfruttamento di gas e petrolio sul territorio nazionale, a terra e in mare. Lo stop temporaneo a queste attività – sancito dal primo governo Conte, poi prorogato dall’esecutivo uscente – è infatti scaduto, e da agosto potrebbero ripartire tutti i progetti tenuti in sospeso negli ultimi due anni. Un’ulteriore proroga non sarebbe una scelta sufficientemente ambiziosa. Non c’è bisogno di trivelle, ma di scelte coraggiose.

Tutela della biodiversità

Nelle proposte progettuali che abbiamo visionato spicca la totale assenza di interventi a tutela della diversità biologica del nostro Paese. I nostri territori, il nostro mare, devono essere difesi e sono necessari interventi che consentano di ripristinare, come e dove possibile, l’integrità degli ecosistemi. Per quel che concerne la biodiversità terrestre, grande attenzione dev’essere prestata all’opzione dell’uso delle biomasse per uso energetico.
Una raccolta di tipo “industriale” non costituisce una soluzione per l’emergenza climatica, ma piuttosto aggrava il problema: c’è invece bisogno di tutelare e irrobustire il patrimonio forestale del Paese. Per quel che riguarda la biodiversità marina, l’Italia ha assunto pubblicamente l’impegno ambizioso di tutelare il 30% dei suoi mari entro il 2030, un progetto internazionale noto come “30×30”. Greenpeace chiede che questo impegno sia mantenuto e rispettato, con gli investimenti necessari a garantirne la realizzazione.

La transizione ecologica è un processo necessario che non potrà prescindere da giustizia economica e sociale e inclusione. Il costo di questa trasformazione non può ricadere sulle spalle della cittadinanza, ma dovrà essere a carico di chi, anteponendo i propri profitti alla salute delle persone e del Pianeta, ci ha condotto alla crisi climatica e ambientale.

Noi siamo sempre aperti al dialogo, ma non rinunceremo a monitorare ogni passo fatto dal nuovo governo: denunceremo ogni scelta che contrasti con gli annunci fatti e con l’urgenza che ci impone l’emergenza climatica e ambientale in corso.

Il contributo di Fise Assoambiente.

Anche le Associazioni Fise Assoambiente e Fise Unicircular, che rappresentano il mondo delle imprese che raccolgono, gestiscono, riciclano e smaltiscono i rifiuti urbani e industriali del nostro Paese, non sono completamente soddisfatte delle risorse monetarie che verranno investite nell’ambiente nel nuovo Pnrr (Conte II): “I fondi ad oggi previsti nella nuova architettura del Recovery Plan per l’economia circolare e la valorizzazione del ciclo dei rifiuti sono insufficienti a garantire la transizione del nostro Paese verso un modello di economia circolare e a colmare il gap impiantistico che ogni giorno ci costringe a esportare rifiuti, perdendo materia prima, energia e risorse economiche (…). Servono misure di incentivazione, anche tramite credito d’imposta, all’utilizzo di prodotti “circolari“.


Anter, Associazione Nazionale Tutela Energie Rinnovabili, è un’associazione no-profit con la missione di diffondere la cultura della tutela ambientale e promuovere la conoscenza e lo sviluppo delle energie pulite, cioè energie prodotte da fonti rinnovabili. "Confindustria, prima ancora di entrare nel merito del Piano nazionale di ripresa e resilienza, in questo primo incontro con il Governo - si legge in una nota - ha posto quattro questioni prioritarie inerenti il metodo. A ispirarle è esclusivamente l’interesse nazionale affinché il Pnrr, un’occasione storica e irripetibile per il Paese, raggiunga la massima efficacia".

Il contributo di Confindustria.

Secondo Confindustria, la governance "necessaria per una puntuale ed efficiente realizzazione del Piano, ad oggi non ancora delineata" dovrebbe prevedere "modalità di confronto strutturato e continuativo con le parti sociali e un loro coinvolgimento lungo tutto il processo di esecuzione dei progetti".
Confindustria - sottolinea - ha manifestato la piena disponibilità a continuare su questa metodologia di confronto al fine di rendere efficace e credibile il Pnrr nell’interesse del Paese".

La prima osservazione è la mancata conformità con le linee guida indicate dalla Ue, aggiornate venerdì scorso a seguito della consultazione tra Commissione, Governi e Parlamento Europeo.
"Le linee guida prescrivono infatti, in maniera puntuale - fa notare Confindustria - che ogni riforma strutturale e linea di intervento delle 6 missioni strutturali venga declinata secondo una stima precisa degli obiettivi quantitativi che si intende ottenere rispetto alle risorse impegnate. Questo perché la Commissione stessa possa verificarne l'attuazione, sia nell'arco della durata del Piano che negli step intermedi, scongiurando così il rischio di revoca dei fondi o, peggio ancora, la restituzione".

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza inoltre deve avere una stima chiara degli obiettivi sull'occupazione o "in assenza di un quadro generale di priorità, compatibilità e obiettivi, ogni valutazione rischia di ridursi ad una mera somma di richieste, in nome dei diversi interessi economici e sociali".

Infine non è chiaro che tipo di riforma degli ammortizzatori sociali intende fare il governo e per le politiche attive la proposta è troppo centrata sui Centri pubblici per l'impiego.
Immediata la replica del ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli: "All'interno del Piano nazionale ripresa e resilienza sono dettagliati tutti gli step, l'intensità, le annualità e la messa a terra degli investimenti".

"L'execution - avrebbe aggiunto il ministro - sarà fondamentale, dobbiamo esserne ossessionati. Per questo è importante costruire una cabina di regia in grado di far marciare i progetti il piu' speditamente possibile, senza intoppi burocratici".

Il contributo di CGIL CISL UIL.

Il Recovery plan italiano è ancora poco più che una bozza programmatica: mancano i progetti definiti nel dettaglio, con i relativi importi, piani di attuazione e cronoprogramma. Ma soprattutto manca ancora la governance.

Sulla struttura disegnata dal premier Giuseppe Conte nella prima bozza s’è infranta l’unità della maggioranza. Nell’ultima, consegnata la scorsa settimana al Parlamento, e ieri sul tavolo inaugurale delle consultazioni tra il governo e le parti sociali, è a malapena evocata: il governo proporrà un modello alle Camere. Stop, questione rinviata a momenti meno turbolenti.

A riportarla in primo piano, sostenendone a una sola voce l’urgenza, sono stati Cgil, Cisl e Uil incontrando a Palazzo Chigi oltre a Conte, tra gli altri, i ministri Gualtieri, Provenzano, Catalfo e Patuanelli. Hanno chiesto una governance chiara, con sindacati e imprese nella cabina di regia, un tavolo di confronto permanente per il monitoraggio, la verifica, le accelerazioni degli interventi. La posta in gioco è altissima. «Su questo piano ci giochiamo tutto», ha sottolineato Annamaria Furlan, leader della Cisl.

Obiettivi e missioni non sono in discussione, sono condivisi ma ora «è il momento di entrare nel merito del Recovery plan», ha sostenuto il numero uno della Cgil, Maurizio Landini.
«Chiediamo la disponibilità del governo ad approfondimenti sulle singole questioni anche per valutare i dettagli e i risultati economici e occupazionali attesi – ha affermato Furlan – Ma deve essere chiaro chi gestisce i progetti e come avviene concretamente l’attuazione degli investimenti. Bisogna avere un preciso cronoprogramma per monitorare l’attuazione di questi progetti, in modo da poter valutare e correggere passo passo eventualmente le cose che non funzionano».

Sulla stessa linea il segretario della Uil, Pierpaolo Bombardieri, che ha espresso «preoccupazione» per la mancata definizione di una governance – cui ha aggiunto quella per il possibile ritorno al patto di stabilità, assolutamente da scongiurare – ribadendo la necessità di «definire un cronoprogramma degli impegni di spesa per monitorare l’efficace implementazione e gli impatti (del piano, ndr) soprattutto occupazionali».

A chiedere un «confronto serrato» su contenuti e missioni, «al fine di condividere i progetti da presentare a Bruxelles per dare lavoro stabile e di qualità ai giovani, alle donne e nel Mezzogiorno» anche Landini, che ha messo sul tavolo anche la proroga del blocco dei licenziamenti in scadenza a fine marzo, questione che sarà sicuramente al centro del tavolo con i sindacati fissato dal ministro Gualtieri per la prossima settimana.

Aggiungiamo la piu recente la dichiarazione di Landini.

“Un discorso programmatico di alto profilo quello del presidente del Consiglio Mario Draghi, con una netta collocazione europea dell’Italia per costruire un’Europa nuova e socialmente sostenibile”. Lo afferma il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini.

Per il numero uno del sindacato di Corso d’Italia è “condivisibile unire l’azione sull’emergenza, a partire dalle vaccinazioni e dalla proroga del blocco dei licenziamenti, con le riforme (ammortizzatori sociali, fisco, pubblica amministrazione, giustizia) e gli investimenti, capaci di creare nuovo lavoro in particolare per i giovani e le donne. E per dare vita a uno sviluppo sostenibile realizzando gli obiettivi europei di contrasto alle emissioni inquinanti e alla crisi climatica, valorizzando il territorio, la storia e la cultura del nostro Paese”.

“La realizzazione di grandi obiettivi – sottolinea Landini – ha bisogno del consenso e del coinvolgimento del mondo del lavoro e della cittadinanza attiva. Per questo è necessario subito un pieno coinvolgimento delle parti sociali e un chiaro ruolo d’intervento e d’indirizzo pubblico delle politiche industriali e di sviluppo”.

“La giusta lotta alla povertà e alla diseguaglianza – conclude il segretario generale della Cgil – deve intervenire con più precisione sulle cause che le hanno originate, a partire dal superamento di una precarietà del lavoro non più accettabile”.


Fonti:
Legambiente,
WWF,
Greenpeace,
Anteritalia,
Confindustria,
CGIL,
Wikipedia ,
Italpresse,
Quotidiano del Sud.
Sergio Saladini