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DOPO REFERENDUM [img1ce]Gli esiti del referendum sono noti a tutti, ma le motivazioni di chi è andato a votare sono state indagate da “piazza pulita” e sono riportate in questa slide. Otto milioni di voti (56%) sono stati una manifestazione di opposizione al governo Renzi, a prescindere dal contenuto referendario. Tre milioni sono (21%) stati una dichiarazione e richiesta, di difesa dell’ambiente, da ottenersi anche attraverso l’approvazione del quesito referendario. Quasi due milioni (13%) hanno testimoniato la volontà di confermare il contenuto della legge attualmente vigente. Un milione circa (7%) sono stai giustificati come una richiesta di modifica delle attuali concessioni, probabilmente in senso più restrittivo o alzandone il costo. I media, la rete ci hanno proposto slogan talvolta ironici, ma per lo più offensivi degli avversari e così tra “ciaone” e “trivella tua sorella” hanno, di fatto confuso ed oscurato le ragioni,molte delle quali valide, delle due posizioni in campo. Solo in pochi hanno evidenziato la motivazione vera e cioè che avendo la maggioranza di governo accolto la maggior parte delle richieste dei movimenti e delle associazioni, fatte poi proprie da alcune regioni, nella legge di stabilità, (soprattutto il no a nuove localizzazioni di trivelle entro le 12 miglia), l’unica questione rimasta e considerata ammissibile dalla Cassazione, era quella della durata delle concessioni, oggi attive entro le 12 miglia. [img2dx] Sul fronte dl SI al referendum lo slogan che campeggiava sugli striscioni, in rete e talvolta nei talkshow, era NO TRIV, il che non contribuiva certo ad informare l’elettore, facendo ritenere che si parlasse di tutte le trivelle, sia quelle poste sulle piattaforme a mare sia quelle situate sulla terra ferma. Altro aspetto, molto evidenziato dai sostenitori del Si, era il costo di 300 milioni di euro, che si sarebbe potuto risparmiare accorpandolo con le imminenti elezioni comunali. Qui va detto che alcuni siti di informazione hanno cercato di spiegare, ma sono stati sommersi dalle “verità di parte”. Il sito act-agire ben spiagava che “Purtroppo non è stato possibile accorparlo con le imminenti amministrative di giugno perché è intervenuta invece una legge della Repubblica Italiana, approvata nel 2011, nella disputa riguardante la possibilità di un “Election Day” ovvero l’accorpamento delle votazioni amministrative con il quesito referendario. Proprio il citato “decreto 98/2011″ esclude l’ipotesi che le due consultazioni possano avvenire in concomitanza l’una con l’altra". Sul fronte del NO, ma soprattutto dell’astensionismo, si paventava la perdita progressiva di 11.000 posti di lavoro, ma solo pochi (anche qui act-agire in primis) hanno spiegato che le concessioni avevano, quasi ovunque, una durata trentennale, salvo eventuale proroga ventennale e qunidi la vittoria del si avrebbe solo limitato, al periodo originalmente previsto, l’attività. Ciò significa che le aziende estrattive e con essa l’occupazione, erano garantite solo per il trentennio, cosa che, tutti sapevano e dovevano prevedere, essendo la proroga “eventuale”. In conclusione faccio mio l’appello postato in rete da Carlo Monguzzi: “Si torni a lavorate per una politica energetica più attenta al futuro. Nonostante l’ampio dibattito che si è sviluppato, la limitatezza e la contraddittorietà del quesito referendario non hanno permesso di avvicinare il quorum necessario. Mi auguro che il Governo e il Parlamento possano rappresentare e trarre forza dai milioni di cittadini che, al di là di strumentalizzazioni partitiche, hanno chiesto una politica energetica più attenta al futuro, al risparmio energetico, alle rinnovabili, in accordo con gli impegni presi dal nostro Paese per contrastare i mutamenti climatici all Cop 21 di Parigi. Mi auguro anche che le Regioni promotrici del referendum prestino nuova attenzione alla salvaguardia dei nostri mari ed allo sviluppo del risparmio energetico e delle font rinnovabili. Con scelte coerenti.” Sergio Saladini
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