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GLI ANIMALI MINACCIATI NEL MONDO - QUALE FUTURO PER I MAMMIFERI? (2° PARTE) IL PANDA E GLI ANIMALI A RISCHIO DI ESTINZIONE Come la maggior parte dei bovini, il bisonte europeo (Bison bonasus) è un animale gregario, ma, anche a causa dell’ambiente forestale in cui vive, non arriva mai a formare branchi di più di qualche decina di individui. Il suo stretto parente, il bisonte americano (Bison bison), invece, abitatore di sconfinate praterie aperte, si riuniva in branchi immensi di migliaia e migliaia di esemplari ed è proprio questo suo comportamento che li rendeva comodi bersagli della caccia umana. Il bisonte europeo è simile per forma e dimensioni a quello americano; se ne differenzia solo per il corpo un po’ meno tozzo e per la testa meno massiccia, oltre che per altre caratteristiche meno evidenti. Un maschio adulto può arrivare a 3,50 metri di lunghezza più mezzo metro di coda, 2 metri di altezza al garrese e una tonnellata di peso. Nel periodo compreso tra agosto e settembre i maschi si avvicinano ai branchi di femmine e ingaggiano violenti combattimenti, lanciandosi l’uno contro l’altro a testa bassa e spingendosi poi furiosamente testa a testa. La maturità sessuale viene raggiunta da entrambi i sessi già dopo il secondo anno di vita. La gestazione dura 9 mesi circa, al termine dei quali nasce un solo vitello, raramente due, del peso di circa 40 kg e che viene allattato dalla madre oltre i 6 mesi. La durata della vita è di circa 20 - 25 anni. In natura, il bisonte europeo è praticamente privo di veri nemici naturali. E’ difficile che un branco di lupi riesca ad isolare e abbattere qualche giovane esemplare, e l’orso, predatore solitario, difficilmente si arrischia a sottrarre un piccolo alla madre. Splendidamente adattati a resistere anche agli inverni più rigidi e nevosi, i bisonti europei si muovono con sicurezza nella coltre di neve, senza affondare troppo grazie all’ampia superficie dei loro zoccoli, e si accontentano di un’alimentazione frugale a base di cortecce, licheni e poche erbe ingiallite. Originariamente diffuso in quasi tutte le foreste d’Europa, fino alla bassa Scandinavia e alle isole britanniche, e in parte dell’Asia sud - occidentale, viveva in modo compatibile con l’uomo primitivo, che ne ha lasciato numerose testimonianze in graffiti e dipinti ritrovati in grotte spagnole e francesi. Ancora Giulio Cesare, nei suoi Commentarii, scriveva che i bisonti erano numerosi in Gallia e in Germania. Poi il progressivo disboscamento e l’accanita caccia cominciarono a provocarne la rarefazione e la successiva scomparsa in Scandinavia, Gran Bretagna, Francia e Germania, dove pare che l’ultimo bisonte sia stato ucciso nel 1755. Già a quell’epoca l’estremo rifugio del bisonte europeo era ormai ristretto alla foresta di Bialowieza, ai confini tra Polonia e Bielorussia, ma re polacchi e zar di Russia continuavano a organizzare numerose battute di caccia. Nel 1914 a Bialowieza erano rimasti 785 bisonti, ma furono tutti sterminati nel caos del dopoguerra, con l’ultimo esemplare abbattuto il 21 febbraio 1919. Fortunatamente diversi esemplari sopravvivevano in cattività in parchi e zoo. Nel 1921 il polacco Jan Sztoleman costituì la “Società internazionale per la protezione del bisonte d’Europa”, e con sei individui provenienti dal parco del Duca di Hochberg in Polonia e da alcuni zoo tedeschi e svedesi costituì il primo nucleo riproduttore del maestoso bovino europeo. Il tentativo, uno dei primi di salvataggio di una specie con esemplari provenienti dalla cattività, ebbe un miracoloso successo. In un apposito recinto costruito a Bialowieza ebbe inizio la riproduzione dei bisonti e si formò una piccola mandria. Già nel 1952 fu possibile liberare i primi esemplari all’interno della foresta, dove nel 1957 si ebbe la prima nascita in libertà, e 10 anni più tardi si contavano 169 bisonti. Oggi i bisonti europei vivono liberi, oltre che nella foresta di Bialowieza, anche nel Parco nazionale di Biesczady in Polonia, e in alcune zone di Bielorussia, Ucraina, Lituania, con una popolazione totale di oltre 1000 individui, di cui il 69 % in libertà, e nel Caucaso con circa 2.200, di cui il 50 % in libertà. Inoltre vi sono circa 1.500 bisonti in cattività o semi - cattività in parchi e zoo del mondo. Ciononostante la specie è tuttora classificata minacciata (EN) nella lista rossa IUCN a differenza del “cugino” americano, di cui esistono circa 40 – 50.000 esemplari (erano 60 milioni!) e che è considerato a più basso rischio (LR). L'organizzazione Internazionale per la Conservazione della Natura colloca il licaone, o cane selvatico africano (Lycaon pictus), tra le specie in pericolo (EN). Il licaone presenta tipicamente orecchie grandi e rotonde, lunghe zampe e mantello variamente chiazzato in nero, giallo, bianco e grigio. Fino a pochi anni fa era diffuso in tutto il continente africano, mentre attualmente la sua distribuzione è assai irregolare con popolazioni isolate localizzate nell'Africa orientale e meridionale e popolazioni più piccole distribuite nella regione sub - sahariana. Secondo le ultime stime rimangono in tutta l'Africa meno di 5.500 licaoni e si stima che la specie potrebbe estinguersi nei prossimi 20 - 40 anni. Il licaone necessita di territori particolarmente estesi e la frammentazione dell'habitat costituisce la minaccia più grave alla sua sopravvivenza. A causa della competizione con altre specie di carnivori, la densità della specie localmente rimane piuttosto bassa e, di conseguenza, anche le porzioni residue di territorio a maggiore estensione possono contenere popolazioni non vitali. La specie, inoltre, è sensibile a malattie, come la rabbia e il cimurro, la cui diffusione è incrementata dalla presenza dei cani domestici, che costituiscono un vero e proprio serbatoio di potenziali patologie. Il licaone infine è soggetto a persecuzione umana diretta, con armi da fuoco, trappole e veleno, e indiretta, con l’uccisione da parte degli autoveicoli sulle strade. Per scongiurare il rischio di estinzione sono stati avviati numerosi progetti per la riproduzione in cattività, anche se le reintroduzioni vengono spesso osteggiate dagli abitanti locali. Tra le altre specie di Canidi anche il lupo rosso (Canis rufus), è in pericolo critico di estinzione (CR) a causa della caccia, della perdita e della frammentazione dell’habitat e della persecuzione diretta da parte dell’uomo, perpetrata soprattutto per proteggere il bestiame. La specie, dichiarata estinta in natura nel 1980, grazie all’attuazione di programmi di reintroduzione è presente dal 1998 in un’area di 6.000 chilometri quadrati che si estende nella Carolina del Nord e nelle Great Smoky Mountains (Tennessee); la popolazione è attualmente composta da circa 150 individui. L’ibridazione con il coyote rimane una delle principali minacce per l’esistenza di questa specie, accompagnata anche da una incidenza di mortalità legata agli investimenti di lupo rosso da parte di veicoli motorizzati. Il Madagascar annovera tra i suoi animali e piante alcune delle creature più straordinarie e bizzarre che l'uomo abbia mai visto; in ere geologiche passate quest’isola si staccò precocemente dal super – continente chiamato Gondwana, portandosi con sé fauna e flora che, completamente isolate, presero nuove strade evolutive. Questa situazione fu interrotta dall'arrivo dell'uomo in tempi storici. Il gruppo di animali più caratteristico della fauna malgascia è quello dei lemuri o proscimmie, cioè antenati delle scimmie, che qui hanno avuto uno sviluppo straordinario. I lemuri sono un gruppo di mammiferi sorprendenti, in quanto, nonostante abbiano una certa taglia, se ne continuano a scoprire nuove specie prima non osservate. Soltanto in questi ultimi dieci anni sono state scoperte sei nuove specie e probabilmente altre sorprese non mancheranno anche negli anni a venire, fermo restando il mantenimento degli sforzi per la conservazione degli habitat attuati in Madagascar. Sono animali di grandezza compresa fra quella di un criceto e quella di una volpe; hanno mani e piedi simili a quelli delle scimmie, ma con un artiglio al secondo dito del piede che serve alla pulizia del corpo. Il pelo è quasi sempre soffice e lanoso, gli occhi sono molto grandi, soprattutto nelle forme notturne. L'udito è ben sviluppato e il padiglione auricolare è spesso grande, mentre l'olfatto è meno perfezionato. Il numero dei piccoli che possono nascere in un parto varia da uno a tre ed essi vengono portati dalla madre attaccati al ventre o allevati in una specie di nido. Il loro cervello non è particolarmente sviluppato; usano un linguaggio fatto principalmente di odori, marcano il loro territorio, lottano secondo rituali standardizzati, hanno una breve stagione degli amori e non usano strumenti né imparano ad usarli. Eppure alcune di queste scimmie primitive hanno sviluppato con l’isolamento territoriale alcuni tratti più evoluti dei primati; i lemuri hanno rapporti sociali duraturi e mostrano una continua acquisizione e trasmissione di esperienza che passa da un membro a tutto il gruppo, di generazione in generazione. “Lemures” erano chiamati dagli antichi romani gli spiriti dei defunti e benché i lemuri del Madagascar non abbiano nulla di spettrale; il nome delle anime dei morti dei romani fu dato loro dagli esploratori francesi che li scoprirono, a causa dei loro occhi che brillano nell'oscurità e per le loro voci spesso molto acute. Ma i lemuri rischiano di restare veramente solo spiriti: con 39 tra specie e sottospecie minacciate ( CR, EN, VU) su 51, costituiscono oggi forse il gruppo di animali maggiormente in pericolo. La loro progressiva scomparsa, insieme a quella di molti altri elementi caratteristici e unici di fauna e flora malgasce, è dovuta alla distruzione delle foreste operata dall'uomo nel breve giro di uno o due secoli, e che in quest'ultimo periodo ha assunto dimensioni catastrofiche. Già nel 1921 non restava che un ottavo della superficie coperta da vegetazione forestale autoctona, e da allora è diminuita ancora, fino a meno di un decimo dell'estensione originaria. Tutto il resto è stato distrutto dal fuoco, dalle coltivazioni, dai tagli boschivi, lasciando il posto a savane e aride boscaglie, dove il pascolo eccessivo impedisce la ripresa della vegetazione e l'erosione mostra i suoi effetti in buona parte dell'isola. Ciò è dovuto anche all'inarrestabile crescita della popolazione umana del Madagascar, passata da 7 milioni nel 1970 a oltre 12 milioni nel 1993, e a quasi 15 milioni nel 1995. Undici sono le specie e le sottospecie di lemuri maggiormente a rischio, classificate a rischio critico (CR) dall'IUCN tra cui il lemure dalle orecchie pelose (Allocebus trichotis), l'apalemure dorato dei bambù (Hapalemur aureus, specie scoperta solo nel 1987), l'apalemure dal naso largo (Hapalemur simus), e il sifaka a corona dorata (Propithecus tattersalli), il maki macaco a fronte gialla o di Sclater (Eulemur macaco flavifrons), l'apalemure grigio del lago Alaotra (Hapalemur griseus alaotrensis), il vari rosso (Varecia variegata rubra), il sifaka coronato argenteo (Propithecus diadema candidus), il sifaka coronato di Perrier (Propithecus diadema perrieri) ed il sifaka di Verreaux coronato (Propithecus verreauxi coronatus). Testi tratti parzialmente dalla collana “Atlante degli animali” del Corriere della Sera, anno 2006 Gianluca Ferretti e Claudia Fontaneto
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