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LA PARABOLA ANOMALA DI PETROLIO E TERRE RARE. Parlare di risorse scarse significa parlare del concetto che sta alla base di tutta la disciplina economica degli ultimi due secoli, fondata sulla produttività e sulla crescita. In realtà quando si parla di risorse scarse bisognerebbe riflettere sulle risorse abbondanti; sembra un gioco di parole accademico, ma la dicotomia è quanto mai attuale. Da molti anni si parla di fine dell’era del petrolio, di necessità di una conversione verso un?economia pulita, e poi, negli ultimi mesi abbiamo assistito a un crollo del prezzo del greggio. Le quotazioni sono scese per una serie di motivi concatenati, oltre che per ragioni speculative; il rallentamento dell'economia globale, la minore dipendenza Usa con l’aumento della loro produzione grazie allo shale gas e conseguente risposta saudita che ha aumentato la produzione ai massimi storici. Ma il primo punto fondamentale da cui partire è che, nonostante i disastri geopolitici del Medio Oriente, il petrolio oggi si può definire paradossalmente una risorsa abbondante e gli accordi sul nucleare iraniano non potranno che aumentarne ulteriormente l’offerta globale. Questa premessa non significa che non si debba procedere sul fronte di una conversione sostenibile del modello economico; basterebbe citare il caso della Norvegia, grande produttore di petrolio dove, in cima alla lista delle automobili più vendute vi sono due modelli elettrici. La scelta strategica è stata, infatti, quella di investire su una mobilità sostenibile, nonostante la grande disponibilità di greggio. I cambiamenti non sono sempre e soltanto legati alla disponibilità o meno di questa o di quella materia prima. E’ un problema che si pone quando si parla di petrolio e quando si parla ad esempio di terre rare, fondamentali in molte applicazioni moderne, dall’elettronica al laser, dai coloranti alle lenti ottiche. Fino a poco tempo fa erano quasi un monopolio della Cina che, nel 2010, costituiva il 97% della produzione mondiale, nonostante nel suo territorio si trovi poco meno del 40% della disponibilità mondiale stimata. L’estrazione delle terre rare è accompagnata da grossi problemi di carattere ambientale, per cui la loro produzione era poco amata dai paesi Ocse; la corsa dei prezzi ha però cambiato le carte in tavola. Fondamentali per l’economia del nuovo millennio (ad esempio per smartphone e veicoli ibridi) grandi paesi come Giappone e Usa hanno investito in nuove tecnologie per il loro sfruttamento, o per il recupero al termine del ciclo di vita dei prodotti che ne contengono, aumentando l’offerta globale e facendone crollare il valore. Un esempio? Il lantanio, utilizzato nelle batterie ricaricabili per auto ibride, è passato dai 5,15 dollari al chilo del gennaio 2010 ai 140 del giugno 2011, per poi crollare rapidamente. Investimenti in nuove tecnologie e ricerca hanno modificato il senso dell’aggettivo «rare», a livello di mercati; da quando si è scoperto che molte di queste materie prime non sono poi così rare i prezzi sono in caduta libera. Queste brevi riflessioni ci aiutano a capire come i prezzi dei mercati delle materie prime siano molto volatili, con conseguenze che possono essere devastanti su interi comparti produttivi o su interi paesi. Ma per diventare più indipendenti dalle dinamiche dei mercati globali è necessario investire in innovazioni e tecnologie ambientali per evitare di essere in balia di risorse scarse o abbondanti in funzione dei cicli economici, molto più che delle riserve del pianeta, che, incredibilmente, continua a essere uno straordinario forziere pieno di tesori. (per concessione dell’autore.) Pubblicato anche il 20 aprile 2015 nel Corriere della Sera. Francesco Bertolini
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