LA "CASA DEL QUARTIERE" DI SAN SALVARIO A TORINO: SIMBOLO DELLA RINASCITA COMUNITARIA IN UNA ZONA DI FORTI CONFLITTI
Chi gira per il quartiere di San Salvario, una zona semi-centrale di Torino, accanto al Parco del Valentino e alla facoltà di Architettura, visita un luogo da sempre abitato da immigrati (prima italiani e oggi stranieri) ma anche caratterizzato da una composizione “mista” della popolazione – artigiani, commercianti, operai, una ricchissima rete associativa, l’opposto delle “barriere” torinesi, i classici quartieri solo operai. In via Morgari 14 può imbattersi nell’edificio liberty dei vecchi bagni e lavatoi pubblici, diventato nel 2010 “Casa del quartiere” di San Salvario: 700 mq calpestabili su due piani, 370 mq di un grande cortile interno, dove si intravedono giochi per bambini; al piano terra un bar con servizio ristoro, una grande aula dove un gruppo sta cantando in coro, ai piani di sopra uffici, locali per riunioni e conferenze, palestre… Se ci si informa un po’ poi si scopre che questa “Casa” è gestita da un’“Agenzia per lo sviluppo locale” costituita nel 2003; alla Casa del quartiere aderiscono 22 associazioni (ma vi fanno capo almeno altri 100 gruppi informali, dice Roberto Arnaudo direttore dell’Agenzia), e inoltre vi vengono ospitate una miriade di attività gestite anche da decine di altre associazioni (tra le moltissime di San Salvario che non fanno parte delle 22 del gruppo di gestione): queste attività si potrebbero suddividere in sportelli (per rifugiati politici, per persone in difficoltà, per consulenza sindacale, di counseling per genitori ecc.), corsi (di musica, danza, teatro, sport, lingua, con particolare riguardo ai bambini e adolescenti…), gruppi di autoaiuto (donne migranti, “incontri sulla consapevolezza maschile”), laboratori/momenti di autoproduzione economica (ciclofficina, banca del tempo, coordinamento GAS San Salvario, Cittadini contadini…). Questo edificio costituisce il cuore pulsante delle attività dell’Agenzia per lo sviluppo, la quale però si occupa anche di progetti di risanamento di case degradate, di valorizzazione artigianale e commerciale del quartiere, mentre la progettazione culturale e la cura dei diversi soggetti sociali nell’ottica di una visione partecipativa della rinascita locale fanno capo soprattutto alla Casa del quartiere.
Da dove ha origine questa straordinaria esperienza, proprio in quel quartiere di S. Salvario che a metà degli anni Novanta era salito all’onore delle cronache nazionali per una conflittualità etnica dirompente, tanto da guadagnarsi l’appellativo di “Bronx d’Italia”? E oggi si può dire che la situazione sia molto diversa da allora?

Già all’inizio di quel decennio la presenza degli immigrati, molti dei quali irregolari, era diventata molto visibile a S. Salvario (come nel resto d’Italia), sommandosi a un vecchio degrado urbano, abitativo, ambientale cui si aggiungevano attività di spaccio e prostituzione dove certamente anche frange di immigrati erano implicate. Situazione “ideale” per la Lega Nord, che organizza una prima manifestazione nel 1992, capitanata da Mario Borghezio, noto personaggio di un razzismo un po’ rodomontico ma certo non innocuo. Nasce anche il primo comitato di cittadini (Associazione Commercianti Oasi del Valentino), che chiede interventi di riqualificazione, arredo urbano, migliore illuminazione pubblica, e sembra porsi nell’onda di futuri comitati che ci terranno a presentarsi non come apertamente razzisti, ma nemici dei soli immigrati “cattivi”: non così si presenterà un altro comitato nato nel 1995, il cui nome è tutto un programma: “Cittadino difenditi da solo”.

Caratteristico dell’esperienza di S. Salvario sembra però essere l’attivarsi quasi da subito di anticorpi sociali e istituzionali che, a loro volta, stanno all’origine dell’esito “virtuoso” dell’intera vicenda. Don Piero Gallo, parroco della chiesa dei SS. Pietro e Paolo, fin da allora scrive articoli sulla “Stampa” di denuncia del degrado e sui pericoli della situazione, e soprattutto diventerà, a livello di società civile, la figura chiave per l’impostazione sul lungo periodo di una soluzione innovativa dei conflitti sociali: coinvolgendo le confessioni religiose (S. Salvario è un quartiere eccezionalmente “multireligioso”: oltre alle chiese cattoliche, ci sono il Tempio e l’ospedale valdese, la Sinagoga e il Centro di cultura ebraica di Torino, tre moschee, un tempio zoroastriano) in iniziative di sostegno sociale; ma soprattutto “dialogando con tutti”, facendo vedere a ogni parte in causa le ragione dell’altra, anche le ragioni dei residenti di fronte ai gruppi di immigrati che nel 1994 hanno aggredito il gestore di una tavola calda (l’atteggiamento di don Gallo dunque non è di “equidistanza”, bensì di equivicinanza). Ma anche il Comune di Torino, a partire dall’elezione del sindaco Castellani nel 1993, dimostra lungimiranza: cominciando con la partecipazione dello stesso sindaco alle assemblee “anti-immigrati” infuocate da Borghezio che riscuote applausi a scena aperta, sino ad arrivare, con tenacia e pazienza, a predisporre interventi delle forze dell’ordine contro le situazioni più insostenibili, ma anche a realizzare piccoli interventi sull’arredo urbano (illuminazione pubblica) e corsi di formazione sulla mediazione dei conflitti (anche di condominio) che coinvolgono 33 vigili e che avranno un forte impatto simbolico.

Dopo questa prima fase di “latenza” del conflitto, si arriva così al periodo 1995-99, che è stato chiamato dell’emergenza, dell’esplosione del conflitto. Il degrado urbano e sociale è arrivato a un punto limite, il valore delle case è crollato, le attività soprattutto di spaccio dilagano, l’equazione immigrato=criminale raggiunge anche la stampa nazionale. Lo stesso don Gallo dimostra comprensione verso il disagio dei piccoli commercianti con un articolo sulla “Stampa” (“Voglia di spranghe” del 13 settembre 1995), attirandosi gli strali della “Repubblica” e di esponenti della sinistra. La Lega imperversa con manifestazioni appoggiate dai cittadini, i quali danno vita ad altri comitati spontanei (ad esempio quello di via Nizza). Il momento culminante della crisi è l’8-9 giugno 1996 quando 300 cittadini assaltano un bar noto per le attività di spaccio gestite da nigeriani, mentre alle “ronde” si assommano le risse tra migranti nigeriani e slavi. A livello cittadino (S. Salvario non è l’unica zona problematica di Torino, in particolare in quell’epoca emergeva anche il problema di Porta Palazzo) si costituisce una rete di comitati spontanei, “Per una Torino migliore”.

Questo periodo di “emergenza” si prolungherà sino alla fine del decennio, e avrà una recrudescenza con la ripresa delle fiaccolate alla vigilia della campagna elettorale del 1997, quando le “Mamme di S. Salvario” chiederanno la presenza di un vigilante armato al Valentino e il sindaco uscente Castellani sarà rieletto per una manciata di voti con tutti i “Comitati di cittadini” schierati col suo avversario. Nel 1999 uno di questi comitati spontanei arriverà a chiedere il porto d’armi in massa.
Ma è proprio in questo periodo caldo che si coagulano anche le iniziative di più ampio respiro in funzione di una rinascita “sostenibile” del quartiere. A livello sociale un’associazione laica e transreligiosa, Alma Terra, porta a S. Salvario la sua attività teatrale (“Alma Teatro”), ma è soprattutto il mondo cattolico ad avere un ruolo decisivo: il Gruppo Abele istituisce uno “Spazio di intesa” per la mediazione dei conflitti a livello sociale, tra componenti etniche e categorie sociali. L’Associazione Salesiana di Animazione Interculturale (ASAI, che col Gruppo Abele fa parte delle 22 associazioni che gestiscono oggi la Casa del quartiere) coinvolge un centinaio di insegnanti in pensione per fare attività di animazione e sostegno scolastico a 300 bambini e 500 adolescenti, molti dei quali stranieri. Presso l’ASAI ogni anno si festeggia il Ramadan. Ma la “coesione sociale”, gli anticorpi all’esplosione delle schegge impazzite del “Bronx d’Italia”, hanno anche radici più profonde – come ci racconta Roberto Arnaudo in un convegno a Milano nel novembre del 2012 – in pratiche e comportamenti apparentemente “scontati” della vita quotidiana: nei fitti dialoghi che si intrecciano tra le mamme italiane e straniere all’uscita delle scuole; nella stima e affetto che unisce le badanti e gli anziani… Ma anche le istituzioni locali – e non solo quelle amministrative – danno il meglio di sé: alla fine degli anni Novanta – alla vigilia dell’elezione del nuovo sindaco Chiamparino avvenuta nel 2001 – il Comune promuove il “Progetto speciale periferie”, che per S. Salvario non prevede grossi interventi urbanistici (ad es. solo la riqualificazione della piazza del mercato di Madama Cristina), ma soprattutto interventi socio-economici, che daranno l’avvio al decennio della “rinascita” di S. Salvario. Ecco configurarsi attorno al 2000 del progetto dell’Agenzia per lo sviluppo locale di S. Salvario, che si concretizzerà nel 2003 e darà vita, tra l’altro, al progetto partecipato (che coinvolgerà 13 associazioni) di costruzione della Casa del quartiere: la quale sarà possibile grazie all’”accompagnamento” offerto dal CICSENE (agenzia per la cooperazione e lo sviluppo locale) e ai cofinanziamenti del Comune, della Fondazione San Paolo e della Vodafone. Una volta costituita, la Casa di quartiere, come abbiamo visto, diventerà un potente volano dello sviluppo locale, come abbiamo visto elencando – seppur parzialmente – le decine e decine di attività sociali, aggregative, culturali e micro-progettuali che lì hanno luogo.

Il risanamento di S. Salvario – dice ancora Arnaudo – non va ascritto comunque solo alla Casa del quartiere, ma a una vasta pluralità di soggetti, che vi hanno contribuito nel tempo, in modo apparentemente “anarchico”: le scuole e le altre agenzie educative come l’ASAI, le chiese, le parrocchie, il Museo d’arte contemporanea di Rivoli, i genitori dei bambini italiani e stranieri… La partecipazione è sempre viva, ma noi non ci dedichiamo alle tecniche di partecipazione canoniche, a noi interessa valorizzare la tenuta dell’identità del quartiere al di là dei conflitti estremi. Nella casa di quartiere può venire chiunque, il nostro non è un progetto autoreferenziale, noi non siamo erogatori di servizi, ma partner dei vari progetti, abbiamo una bassa burocrazia, chi organizza qualcosa paga un contributo basso, quindi anche le piccole associazioni si sentono valorizzate.

E l’ex ministra Livia Turco – che insieme all’allora ministro degli Interni Giorgio Napolitano aveva organizzato l’8 novembre 1996 al Lingotto, nel pieno della crisi di S. Salvario, un gigantesco convegno nazionale sull’immigrazione, preludio a quella che diventerà la legge Turco-Napolitano del 1998 – conclude un suo scritto del 2005 sul nostro quartiere con queste parole: ormai

ci si sente in una specie di salotto buono, dove qualche problema c’è ancora ma si è imparato anche un metodo di convivenza e si percorrono strade per risolvere i conflitti […]. Adesso giovani coppie vengono a cercare la casa proprio a S. Salvario.

E – aggiunge Roberto Arnaudo – oggi accade che famiglie italiane iscrivano apposta i loro bambini alle scuole con alta presenza di stranieri, perché sono diventate quelle di migliore qualità.
Più nessun problema? No, pare che il problema, oggi 2014, si sia rovesciato: S. Salvario è diventato uno dei luoghi della movida torinese, il valore delle case è cresciuto ma anche gli affitti, le notti non sono più disturbate dalle scorribande opposte di immigrati e ronde padane, bensì dal frastuono un po’ fastidioso di nuovi locali alla moda…
Tra i tanti insegnamenti che questa esperienza ci suggerisce – e che lasciamo anche alla riflessione dei lettori – uno vorrei sottolineare: le “buone pratiche”, le rinascite comunitarie virtuose, contrariamente a chi crede che siano una faccenda che può riguardare solo i piccoli centri, possono accadere anche in una grande città come Torino.

Per saperne di più

• E. Allasino , L. Bobbio, S. Neri, Crisi urbane: che cosa succede dopo? Le politiche per la gestione della conflittualità legata ai probleimi dell’immigrazione, Working paper n. 135, maggio 2000, IRES Piemonte;
• S. De La Pierre, Multiculturalità: esperienze urbane, “Contesti. Città Territori Progetti”, n. 2, 2010, pp. 103-107;
• L. Turco, I nuovi italiani. L’immigrazione, i pregiudizi, la convivenza, Mondadori, Milano 2005;
• Siti relativi alla Casa di quartiere e all’Agenzia per lo sviluppo di S. Salvario a Torino
Sergio De La Pierre