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Biomasse: gettiamo un occhio al mondo ed al futuro. (5) Per quanto riguarda l’Italia, Le potenzialità dell’agricoltura nell’ambito della produzione delle fonti rinnovabili sono notevoli. Secondo i dati di uno studio elaborato da Coldiretti e C.e.t.a., il contributo potenziale che l’agricoltura potrebbe fornire al 2020 potrebbe essere pari a 11,50 Mtep. Secondo questo scenario, dunque, il contributo percentuale delle agro energie al bilancio energetico nazionale al 2020, potrebbe raggiungere l’8%, partendo dall’attuale 2,2% per un totale di energia rinnovabile prodotta pari dalla agricoltura pari a 15,80 Mtep. La quota di energia aggiuntiva rispetto alla produzione attuale può essere così ripartita per settori: 1,08 Mtep dalle fonti fisiche (solare, fotovoltaico, eolico, geotermico e idroelettrico), 7,65 Mtep dalle biomasse combustibili, di cui 5,2 Mtep dalla biomassa legnosa forestale e fuori foresta, 0,4 Mtepda colture erbacee dedicate, 1,75 Mtep dalla biomassa residuale (cereali, frutta/agrumi, olivicoltura e vite), 0,29 dai reflui e residui per la produzione di biogas e 0,01 dai residui avicoli; 2,78 Mtep dai biocarburanti (0,89 dal bioetanolo e 1,89 dal biodiesel). Un’ulteriore previsione riguarda gli impatti occupazionali: si tratta di poco meno di 100.000 unità attive nelle fasi di produzione o di conversione delle energie dalle varie fonti rinnovabili. Per quanto riguarda le emissioni, la CO2 evitata potrebbe essere pari a 26,37 Mt/annuo. In termini di superfici agricole, per quanto riguarda la stima delle potenzialità energetiche (al 2020) delle biomasse combustibili, dobbiamo considerare i 10,7 milioni di ettari delle foreste italiane, 70.000 ha di colture dedicate, 30 milioni di ettari complessivi (cereali, semi oleosi, frutta, agrumi, olivo e vite) da cui attingere per i residui delle attività agricole. A queste superfici vanno aggiunte quelle potenzialmente investite a biocarburanti, pari a circa 360.000 ha. Se estendiamo l’osservazione all’intero mondo la situazione appare complessa ed irta di pericoli e problemi. A tal fine ci affidiamo ad un recente rapporto redatto dall’IIED. L’IIED è un istituto di ricerca, indipendente e no-profit, nel campo dello sviluppo sostenibile; nel mese di agosto di quest’anno ha pubblicato un rapporto, a firma di Lorenzo Cutola dedicato alla energia proveniente dalle biomasse ed in particolare ai rischi connessi al sistema di approvvigionamento che tali scelte implicano. Nel prendere atto che la parte più ricca del mondo, al fine di diversificare le fonti, sta ampliando gli impianti per produrre energia alimentati con biomasse, si è posto il problema delle conseguenze sui luoghi di produzione ( boschi), ed ha stimato che la richiesta di legno da destinare a tale fine potrebbe superare, entro breve, il 600% della capacità interna di produzione nei paesi del nord del mondo, con un inevitabile ricerca di materia prima, in Africa, Sudamerica, Sud-est Asiatico. Per i paesi del nord del mondo ciò comporterà il miglioramento per quanto attiene alla emissione di gas ed all’ effetto serra, conseguente al minor uso di fonti quali petrolio e carbone, mentre per i luoghi di origine è da prevedersi una modifica delle destinazione nella produzione soprattutto verso conifere e latifoglie, la nascita di industria per il trattamento del legno al fine di produrre cippato e pallet , beni sottoposti a processi di compattamento ed essicazione, più facilmente trasportabili: ma per quanto riguarda le conseguenze sociali? Dice la relazione che “ se lasciato incontrollato, questo processo potrebbe aumentare la pressione per l’accesso ai terreni” (locazione? acquisto?) ed a soffrirne sarebbe la sicurezza alimentare in alcuni dei paesi più poveri del mondo, ciò in quanto se il sistema dei diritti locali è debole “ le persone potrebbero perdere la terra da cui dipendono i loro mezzi di sussistenza”. Una delle ragioni per le quali ci si orienta alle forniture provenienti dal sud del mondo sono i tassi di crescita degli alberi; nelle foreste naturali dei climi temperati i tassi di crescita variano da 1 a 4 m3 per ettaro/anno, le conifere provenienti dai paesi sub tropicali crescono al ritmo di 10-30 m3/ettaro/anno, sino ad arrivare agli eucalipti provenienti dalle aree tropicali che possono raggiungere tassi di crescita fino a 60 m3/ettaro/anno. In conclusione l’espandersi di questo tipo di produzione nei paesi del sud del mondo potrà portare alcuni benefici quali: la creazione di stabili posti di lavoro, conseguenza anche del nascere di industrie dedicate alla filiera; la produzione, anche in loco, di energia pulita ed a basso costo; la vendita, all’occidente, di crediti verdi. Di contro: possibile accaparramento selvaggio di aree, acquistate o in concessione; sottrazione da parte di privati o dello stato,di aree destinate, tradizionalmente, alla agricoltura di sussistenza con conseguente pericolo per la sopravvivenza di interi villaggi; snaturamento culturale di popolazioni sino ad ora identificatesi con il proprio territorio, per quanto povero e selvaggio. Il pericolo che intere popolazioni siano cacciate dalle proprie terre, confiscate o forzosamente espropriate ad iniziativa di grandi compagnie occidentali al fine di impiantare alberi da esportare, è reale. Secondo un recente rapporto OXAM (organismo impegnato contro la povertà, l’ingiustizia e la diseguaglianza) dal 2001 ad oggi circa 227 milioni di ettari ( un area grande quanto l’Europa nord-occidentale) sono passati in mano a grandi multinazionali, latifondisti privati, governi di Paesi diversi da quello di residenza dei fondi. Cina, Arabia Saudita e grandi aziende occidentali sono in prima fila anche attraverso l’operare di fondi sovrani o accordi tra Governi. Nel frattempo nel nostro continente, in Gran Bretagna per esempio, sono stati approvati alcuni progetti di sfruttamento delle biomasse attraverso impianti realizzati lungo le coste alimentati con materiale che arriva via mare. Il fenomeno è conosciuto anche con il nome di land grabbing ( usurpazione delle terre) ed al centro di varie iniziative dell’Unione Europea ed in particolare del parlamento europeo; tali iniziative mirano a bloccare la speculazione finanziaria sul cibo ed a regolamentare le grandi transazioni di terra a livello internazionale. Evidentemente si pensa di agire anche nel territorio europeo per esempio privilegiando la nuova produzione di agro combustibili con utilizzo di residui agricoli e forestali, rispetto a quella proveniente dalle culture alimentari, ovvero evitando la concorrenza tra produzione di alimenti e di energia. A questo proposito si ricorda, inoltre, che un gruppo di oltre cento scienziati ed economisti ha inviato un appello alla Commissione europea per segnalare la distruzione indiretta di habitat dovuta alle conversioni forzose di terreni in Sudamerica e nell’ Asia sud-orientale per la produzione di biocarburanti . Hanno inoltre segnalato che la perdita di capacità di assorbimento di Co2 derivante da queste riconversioni è alla fine superiore alla riduzione della emissione di gas serra provocate dai tradizionali combustibili fossili ! E in Italia? Dice Matteo Monti vicepresidente Itabia,( Italian Biomass Association) che “le foreste per ora non ci mancano” si tratterebbe di attivare processi di corretta manutenzione e gestione finalizzati anche al recupero dalle potature di residui legnosi ed arbacei , inoltre si dovrebbero operare semplificazioni normative ed incentivi finalizzati anche a questo scopo. “In Italia ogni anno vengono prodotti 18 milioni di tonnellate di residui agricoli”,dice Guido Ghisolfi di Mossi & Ghisolfi, si tratta di utilizzare questa grande risorsa per Produrre combustibili detti “di , seconda generazione”anche ad integrazione del reddito agricolo. Centrali saranno anche le scelte che saranno compiute da tante realtà comunali , visto che si stimano 200 mila ettari pubblici incolti che potrebbero essere recuperate ad un uso produttivo creando occupazione locale e portando risorse aggiuntive alle casse comunali. Ci sono poi scenari nuovi che si stanno aprendo, come nel caso di una azienda italo-spagnola che ha iniziato la produzione di biocarburante dalle alghe! I primi risultati operativi mostrano la capacità di produrre 250 tonnellate di carburante da un ettaro di vegetazione marina. Vedremo nel tempo se questa strada porterà da qualche parte. Dice Maurita Cardone sul Sole24 ore del gennaio scorso che “Produrre combustibile dalle alghe si può. Ne sembrano ormai convinti gli operatori dell'energia di tutto il mondo. E ora si apre la corsa alla tecnologia migliore. Chi arriverà primo, ovvero chi riuscirà a trovare un modello di produzione in grado di rendere economicamente conveniente il business, si imporrà a livello mondiale …. Le applicazioni di questo biocarburante sono le più diverse, dall'olio di alghe all'etanolo, dal biodiesel al biometano. E diverse sono anche le tipologie di alghe utilizzabili e le tecnologie per coltivarle e nutrirle. Il meccanismo di base è quello della fotosintesi, dunque per nutrire le alghe è sufficiente il sole, almeno in teoria. Inoltre le alghe sono grandi mangiatrici di anidride carbonica, il che le rende ancora più interessanti: poter catturare gas serra mentre si produce energia pulita non è un vantaggio da poco. Gli impianti di produzione di alghe possono infatti essere collegati a centrali elettriche che utilizzano combustibili fossili per abbattere la CO2, come sta già facendo Enel a Brindisi assorbendo una piccola parte delle emissioni della centrale elettrica.” La strada non è però in discesa: secondo Guido Meneghello ( sul sito quale energia.it )” Il biodiesel dalle alghe è ancora troppo costoso per la commercializzazione: circa il doppio rispetto ai biocarburanti di seconda generazione. Ma i costi stanno scendendo e tra 10-15 anni le alghe saranno competitive, spiegano alcuni studi. Eviterebbero effetti collaterali di altre colture energetiche come quelli sull'uso del suolo. Ma anche le alghe hanno un impatto forte, quello dei fertilizzanti che la loro coltivazione richiederebbe.” (segue) Sergio Saladini
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