The black tide
Un cormorano, nero di petrolio, è diventato il simbolo della guerra del golfo di Bush padre, anche se pare che la foto fosse stata scattata in occasione del naufragio di una petroliera.
Quante petroliere si sono spezzate come rametti secchi, versando in mare tonnellate di petrolio e uccidendo migliaia di animali? Almeno un paio all’anno: se ne parla per un po’, poi l’attenzione si affievolisce, un po’ di petrolio viene recuperato, scongiurando danni “irreparabili”, un po’ si disperde e si nota meno, e si può tranquillamente tornare a puntare l’attenzione sulle malefatte dei nostri politici. Tutto bene quel che finisce bene, insomma.
Per le nuove petroliere da costruire esistono regole rigide, come il doppio scafo obbligatorio, ma quante vecchie navi cisterna navigano per i mari di tutto il mondo con un solo scafo arrugginito? Quasi tutte.
Facciamo un sommario riassunto dei più gravi “incidenti” degli ultimi anni:
- AMOCO CADIZ (FRANCIA): Il 16 marzo del 1978, l’Amoco Cadiz, una superpetroliera liberiana di 330 metri si incaglia al largo delle coste bretoni. In mare finiscono circa 223.000 tonnellate di greggio che colpiscono circa 150 km di costa, con danni ingenti per gli ecosistemi locali.
- IXTOC I (MESSICO): Il 3 giugno 1979, la piattaforma petrolifera messicana Ixtoc I prende fuoco nel Golfo del Messico, a 600 miglia dal Texas. La perdita, che va avanti per ben 9 mesi si attesta tra le 454.000 e le 480.000 tonnellate.
- ATLANTIC EMPRESS - AEGEAN CAPTAIN (TRINIDAD E TOBAGO): Il 19 luglio 1979, la nave cisterna Atlantic Empress si scontra con la Aegean Captain al largo di Trinidad e Tobago. Dalle due imbarcazioni finiscono in mare 287.000 tonnellate di petrolio.
- NOWRUZ (GOLFO PERSICO): Il 10 febbraio 1983, una nave cisterna si scontra con la piattaforma petrolifera Nowruz, nel Golfo Persico, a poca distanza dalle coste iraniane. Si calcola che siano state disperse circa 300.000 tonnellate di petrolio.
- CASTILLO DE BELIVER (SUDAFRICA): Il 6 agosto del 1983, la petroliera spagnola Castillo de Beliver prende fuoco mentre è in navigazione al largo del Sudafrica. Finiscono in mare circa 227.000 tonnellate di greggio.
- PRIMA GUERRA DEL GOLFO: Il 21 gennaio del 1991, l’esercito iracheno apre le condutture di petrolio in Kuwait: la marea nera colpisce le coste di Kuwait, Arabia Saudita e Iran, causando danni pesantissimi agli ecosistemi di quelle regioni. Stando alle stime di analisti e ricercatori, la quantità di petrolio disperso nell’ambiente in questa occasione si attesterebbe tra 1.360.000 e 1.500.000 tonnellate. Gli iracheni incendiano anche 732 pozzi petroliferi.
- AMOCO HAVEN (ITALIA): Nell’aprile del 1991, la nave cisterna cipriota Amoco Haven affonda nel Golfo di Genova, probabilmente a causa di un’esplosione. L’incidente provoca la morte di alcuni membri dell’equipaggio e lo sversamento in mare di circa 144.000 tonnellate di greggio.
- ABT SUMMER (ANGOLA): Nel maggio del 1991, si verifica una violenta esplosione a bordo della nave cisterna liberiana Abt Summer, in navigazione al largo dell’Angola. La nave arde per tre giorni prima di colare a picco e disperde a nell’Oceano Atlantico circa 260.000 tonnellate di petrolio.
- Non figura tra i dieci più gravi al mondo il disastro ambientale causato dalla petroliera EXXON VALDEZ, il peggiore ad aver colpito gli Stati Uniti. Nel marzo del 1989, la petroliera si è arenata nelle acque dello stretto del Principe William, in Alaska, disperdendo in mare circa 38.000 tonnellate di greggio.

In tutti questi disastri, i più gravi mai capitati, sono finiti in mare circa 3 milioni e mezzo di tonnellate di greggio.
E veniamo all’ultima marea nera, quella del Golfo del Messico provocata dall’esplosione della piattaforma petrolifera della British Petroleum: i primi dati forniti dalla BP parlavano di 1000 barili al giorno di greggio versati in mare e si prevedeva un periodo di 3-4 mesi per fermare il flusso. Se tutto fosse andato bene si sarebbe raggiunto il livello di dispersione di circa 20.000 tonnellate, ma nulla sta andando bene, le pezze messe da BP non funzionano. Non solo: i dati della BP sono generalmente considerati riduttivi e c’è chi parla di perdite di dieci volte superiori, per non parlare dei tempi necessari a turare la falla… che potrebbero arrivare anche a 9-10 mesi. Prestando fede ai dati dei “pessimisti”, il greggio totale sversato in mare potrebbe raggiungere anche le sei-settecento mila tonnellate totali, assurgendo alla dignità di primo disastro petrolifero degli ultimi 50 anni, secondo solo a quello causato dall’apertura delle condotte del Kwait durante la guerra del golfo.
Ad oggi (26 giugno) nessuno sembra in grado di smentire queste cifre, ma l’attenzione si sta già abbassando: i TG non parlano più del petrolio, ma delle conseguenze politiche per la presidenza Obama, accusata di non aver sorvegliato a sufficienza né sulle concessioni di licenze di trivellazione, né sull’efficacia dei lavori per rimediare al disastro.
Si sente anche dire che per trivellazioni in mare a quella profondità siano previsti dispositivi in grado, in caso di incidente, di far esplodere il punto di fuoriuscita del petrolio, turando automaticamente la falla. Ma si dice anche che la BP, in quell’impianto, non li avesse installati, perché troppo costosi.
Il risvolto più tragicamente comico della situazione è che gli stessi scienziati che non riescono a chiudere un tubo in mare, siano poi gli stessi che ci garantiscono che il nucleare, invece, è sicurissimo.

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Stefano Ferioli