RACCOLTA E IMPIEGHI DEI RESIDUI ORGANICI DELLA CITTA’ DI MILANO NELLA SECONDA META’ DEL XIX SECOLO (7°)
I problemi igienico-sanitari
E’ necessario però segnalare che vi erano due differenti tipi di prodotto che venivano estratti dai pozzi: uno era la materia fecale propriamente detta, l’altro era la commistione delle feci umane con i rifiuti domestici della casa, quali lo scolo dei lavandini contenente sapone ecc.
Per questi due prodotti si applicava infatti, in una Convenzione stipulata nel 1864 tra l’Amministrazione Comunale e la Società Anonima per lo spurgo dei pozzi neri, una tariffa di spurgo differente “cioè a L. 3 per ogni botte che asporti non meno di litri 1250 di materia per volta per i pozzi neri….e di L. 6 per ogni botte come sopra per i pozzi neri che ricevano acque pluviali e bagni..” (Biblioteca Trivulziana, Seduta del Consiglio Comunale dell’11 marzo 1864).
Queste tariffe sono presto spiegate: l’agricoltore per l’ingrasso dei terreni chiedeva esclusivamente il contenuto dei pozzi neri costituito solo dalle feci umane, considerate di consueto eccellenti per il suo bisogno ancor di più del letame, mentre il prodotto composto con i rifiuti domestici, che danneggiava la terra a causa della sua composizione, non veniva perciò ovviamente richiesto.
In questa maniera quest’ultimo veniva abbandonato nei terreni, con grave pericolo ovviamente, per la salute pubblica, mentre l’escremento umano godeva di una richiesta e perciò poteva essere venduto con la possibilità di ottenere un successivo guadagno.
Si può immaginare che questo commercio incontrava non pochi ostacoli.
Uno dei tanti problemi che incontrava questa attività era rappresentato senz’altro dalle lamentele che la popolazione residente nei dintorni dove erano ubicati i depositi di raccolta della materia fecale inviava alle Autorità Pubbliche.
Lo stesso aspetto del problema, la salubrità dell’ambiente, si potè registrare tra la seconda metà del settecento e la prima metà dell’ottocento a riguardo delle marcite.
L’agitazione dell’opinione pubblica, causato dalla discussione sulla più o meno necessaria utilizzazione di questi prati irrigati con le acque di scolo, venne addirittura raccolto da un poeta qual’era il Parini, dove in alcuni versi della sua opera “La salubrità dell’aria” inveiva contro gli agricoltori, colpevoli a suo dire di desiderare solo il lucro, responsabili di introdurre, alle porte della città, una pratica agraria ritenuta pericolosa per la salute degli abitanti, costretti a respirare aria viziata e con il rischio di bere acqua inquinata.

“…Pèra colui che primo/a la triste oziose
acque e al fetido limo/la mia cittade espose;
e per lucro ebbe a vile/la salute civile.
Certo colui del fiume/di Stige ora s’impaccia
Tra l’orribil bitume,/onde alzando la faccia
bestemmia il fango e l’acque/che radunar gli piacque.
Mira dipinti in viso/di mortali pallori
entro il malnato riso/i languenti cultori:
e trema o cittadino,/che a te il soffri vicino…
…Ben lunga ancor natura/fu la città superba
di cielo e d’aria pura:
ma chi bei doni or serba/fra il lusso e l’avarizia
e la stolta pigrizia?
Ahi! non bastò che intorno/putridi stagni avesse:
anzi a turbarne il giorno/sotto alle mura stesse
trasse gli scelerati/rivi a marcir sui prati.
E la comun salute/sacrificossi al pasto
d’ambiziose mute,/ che poi con crudo fasto
calchin per l’ampie strade/il popolo che cade…”
Lo stesso problema si presentò anche al termine del XIX° secolo: l’opinione pubblica contestava l’esistenza di questi immobili, considerati fonti di odori nauseabondi.
La polemica arrivò a toni cosi accesi che alcune industrie presenti nel territorio cittadino minacciarono di andarsene chiudendo i loro stabilimenti e lasciando così disoccupati un buon numero di persone, con delle conseguenze sociali assai prevedibili.
E’ il caso della ditta Rimmele e Comp. proprietaria dello stabilimento ubicato fuori di Porta Nuova dove in un documento inviato alla Prefettura di Milano il 29 luglio 1862 evidenzia che la chiusura e l’abbandono dello stabilimento può rappresentare un pregiudizio immenso “…alla condizione economica commerciale della città di Milano che verrebbe a mancare di un grande stabilimento unico nel suo genere con pericolo eziandio che sia per essere turbata la pubblica quiete per effetto del licenziamento di circa 400 operai che sarebbero di un tratto come gettati nel lastrico colle rispettive famiglie e che risulterebbero senza lavoro, mentre solo dal lavoro possono ritrarre i mezzi di loro sussistenza”.
Dopo un’attenta riflessione si può comprendere che questo argomento, la raccolta della materia fecale, allora rivestiva una certa importanza: una società e una cultura era coinvolta, forse ora può far sorridere ma allora non di certo.
Sarebbe curioso domandarlo ai 400 operai citati e poter raccogliere le loro impressioni.
Purtroppo oggi non è possibile.
Federico Di Lucchio