L’Italia riparte. Gli ecologisti dell’Ulivo per lo sviluppo sostenibile del paese.
relazione presentata al CONSIGLIO NAZIONALE SINISTRA ECOLOGISTA
In che modo le politiche ambientali e per la sostenibilità dello sviluppo possono contribuire a far ripartire l’Italia? E quale deve essere il ruolo della nostra associazione nel dibattito sul futuro dell’Ulivo? Sono questi i due temi che vogliamo mettere al centro della nostra discussione.


Prima di ogni altra considerazione, però, fatemi ricordare – visto che questa è la prima riunione del nostro Consiglio nazionale dopo la vittoria del centrosinistra nelle elezioni politiche – il punto di partenza di ogni nostro ragionamento: l’Italia ha voltato pagina. Politiche, amministrative, referendum. L’era Berlusconi è alle spalle. Vincere le elezioni era la condizione – di per sé non sufficiente, ma indispensabile – per provare a rimettere sui binari giusti il futuro del paese.


Sì, l’Italia sta voltando pagina. Pensate, ad esempio, alla politica estera: prima la subalternità all’unilateralismo aggressivo di Bush e la partecipazione alla guerra in Iraq, ora l’impegno attivo per la pace e la sicurezza in Medio oriente, una ritrovata autorevolezza che ha contribuito a rimettere in campo l’Europa e l’ONU. Pensate all’economia: prima Tremonti ed il dissesto dei conti pubblici, ora un impegno serio per il risanamento ed i primi segni di una ripresa. Pensate ai provvedimenti di Bersani sulle liberalizzazioni ed a favore dei cittadini: una prima ventata di aria fresca per la società italiana. E così in altri settori. Aria nuova. Un'altra musica.

Abbiamo ben chiaro, però, quanto sia difficile la sfida che ci attende. Il rischio di declino dell’Italia non scompare solo perché il centrosinistra ha vinto le elezioni. Il paese arranca, sotto il peso di problemi strutturali che, seppur drammaticamente aggravati negli ultimi cinque anni, hanno radici profonde.

Da tempo l’Italia perde competitività e allarga il suo divario – in termini economici, sociali ed anche ambientali – dagli altri paesi sviluppati.

Un paese più ripiegato sulla rendita che pronto ad investire sul futuro. La povertà scientifica e tecnologica - pochi investimenti in ricerca e sviluppo, scarsa innovazione, insufficiente numero di diplomati e laureati – si accompagna alla dissipazione del patrimonio culturale, artistico e naturale. La ricchezza privata – distribuita in maniera pesantemente diseguale – si accompagna alla miseria pubblica: debito dello Stato, inefficienza dei servizi, inadeguatezza delle infrastrutture, degrado dei beni pubblici. Siamo scivolati al 47°posto nel mondo per competitività, al 69° per indici di sostenibilità ambientale: e forse non è una semplice coincidenza.

L’Italia è entrata con il piede sbagliato nel mondo della globalizzazione. Il modello di sviluppo che per mezzo secolo aveva garantito crescita del benessere economico e sociale mostra in modo sempre più evidente la sua fragilità. Da molti punti di vista è entrato irrimediabilmente in crisi.

In che modo, allora, si fa ripartire il paese? Come si contrasta il rischio di un declino? Ricette facili non ci sono. Noi siamo convinti tuttavia che per un paese come il nostro la via della qualità dello sviluppo sia la strada obbligata. E che le politiche per l’ambiente e per la modernizzazione ecologica dell’economia abbiano un ruolo decisivo per dare all’Italia uno sviluppo nuovo, forte, duraturo.

L’Italia riparte – questo voglio dire – se si ha ben chiaro in testa dove vogliamo portarla. Un’idea nuova del paese e del suo sviluppo, del suo ruolo nel mondo, del suo futuro possibile.

LE POLITICHE DI GOVERNO PER L’AMBIENTE E PER LA QUALITA’ DELLO SVILUPPO.

La credibilità del nostro progetto e l’efficacia dell’azione di governo si misureranno nell’arco dell’intera legislatura. Ma l’importante è partire con il piede giusto.

Abbiamo apprezzato, per questa ragione, il DPEF. Per la prima volta nel principale documento di programmazione la tutela dell’ambiente viene indicata come essenziale per rafforzare la competitività del paese. Non meno importante è l’indicazione che le politiche ambientali debbano essere integrate in tutte le politiche di settore, orientando la politica economica verso la sostenibilità ambientale. Due obiettivi indicati nel DPEF, in particolare, corrispondono a proposte da noi avanzate già nella scorsa legislatura: l’introduzione di un sistema di contabilità ambientale nell’ambito del bilancio dello Stato, la previsione di misure di fiscalità ecologica.

Il nostro compito, però, non è solo quello di vigilare sull’attuazione del programma dell’Unione. Il compito che ci assumiamo è di essere parte attiva, fare proposte, aiutare a costruire le soluzioni giuste. Già a partire dalla prossima legge finanziaria e dagli altri provvedimenti del governo.

Attorno, in particolare, a quattro questioni.

Qualità e sostenibilità dello sviluppo.

Non possiamo pensare ad una politica dei due tempi – si dice - non si può separare l’azione di risanamento finanziario da quella per lo sviluppo. Giusto. Aggiungerei, però, che non si può neppure pensare di separare le misure per il rilancio dell’economia da quelle per la qualità ambientale. Non due tempi – prima occupiamoci della crescita, poi penseremo all’ambiente – ma un tempo solo: il tempo dello sviluppo sostenibile.


In primo luogo perché – come ha scritto Giorgio Ruffolo – “se vogliamo far ripartire l’Italia dobbiamo anzitutto scegliere la valorizzazione delle risorse sulle quali non dobbiamo temere competizioni: l’immenso patrimonio territoriale, storico, culturale, artistico dell’Italia. Ciò richiede una netta inversione di tendenza, con priorità per i grandi progetti di risanamento ambientale ed urbano, specie nel sud, di infrastrutturazione, organizzazione turistica, promozione culturale.”


Il motore dell’economia – di una nuova fase del “made in Italy” – può essere, per un paese come il nostro, proprio la capacità di innestare ricerca, innovazione tecnologica, creatività, su prodotti e servizi di qualità per i quali l’identità territoriale, la qualità ambientale, il patrimonio di storia e di civiltà dell’Italia costituiscono uno straordinario “valore aggiunto”.

In secondo luogo perché la necessità di indirizzare le politiche industriali verso settori strategici ad alta innovazione coincide molto spesso con obiettivi legati proprio alle nuove frontiere di modernizzazione ecologica dell’economia.

Giudico di grande interesse, ad esempio, il progetto che il governo sta discutendo in questi giorni (“Industria 2015”) Un progetto che prevede di mobilitare risorse pubbliche e private attorno ad attività di ricerca ed innovazione tecnologica in alcuni settori strategici: efficienza energetica, mobilità sostenibile, biotecnologie. Efficienza energetica e mobilità sostenibile: musica, per le nostre orecchie.

Di questo abbiamo bisogno. Politiche industriali e fiscali selettive – non più finanziamenti a pioggia - che incentivino la ricerca e l’innovazione. Con una particolare attenzione per le imprese che promuovono tecnologie e produzioni ecocompatibili. Con l’obiettivo di rendere sempre più sostenibili produzioni e consumi.



Alcune settimane fa ho incontrato un gruppo di giovani imprenditori delle mie parti, in Toscana. Mi volevano parlare dell’idea di realizzare un’ area industriale di piccole e medie imprese specializzate in produzioni “ecologiche”. Ho chiesto come fosse nata questa loro sensibilità. “Perché diversi di noi già hanno fatto questa scelta ed è una scelta vincente”, mi hanno risposto. “Da quando ho riconvertito le produzioni del mio mobilificio in produzioni ecologiche – mi ha detto una di loro – il fatturato dell’azienda si è triplicato. Non è solo una questione di sensibilità per l’ambiente. E’ una scelta imprenditoriale che funziona.”

Scelte belle ma di nicchia, si dirà. Mica tanto. Si legga l’intervista a Repubblica, di qualche giorno fa, del vicepresidente di Confindustria Pistorio. Domanda del giornalista: “Tutti parlano di energia, ma pochi puntano con decisione sul risparmio energetico e sulle rinnovabili. Perché lei va controcorrente?” Risposta: ”Perché ho verificato sul campo che funziona. Nella mia azienda investiamo tra i 30 e i 35 milioni di dollari l’anno in innovazione ambientale e, a fronte di questa cifra, nel 2005 abbiamo risparmiato 180 milioni di euro. Non è un costo, è un guadagno. Il governo aiuti le imprese a cambiare: se tutti i motori elettrici installati nelle imprese venissero sostituiti con motori ad alta efficienza, ad esempio, si potrebbe risparmiare il 7 per cento dell’intero consumo elettrico italiano.” E’ una strada virtuosa, che aiuta il sistema produttivo, sgravato dai costi energetici, e aiuta l’ambiente, alleggerito dall’inquinamento.

Energia e protocollo di Kyoto.

E’ sempre più evidente come l’efficienza energetica e lo sviluppo delle fonti rinnovabili siano due scelte essenziali per una vera modernizzazione del sistema energetico, per ridurre una dipendenza dal petrolio sempre più costosa.

La politica energetica dell’Italia richiede anche molte altre scelte. Lo sappiamo bene. Compresa la costruzione di impianti di rigassificazione, necessari per diversificare i modi di approvvigionamento del gas. Ma è arrivato il momento di fare prima di tutto scelte nette e coraggiose verso il risparmio e verso le energie rinnovabili.

Serve un programma di incentivi che sostenga la diffusione del solare, dell’eolico e delle altre fonti pulite, e promuova gli interventi per il risparmio energetico. Il “conto energia”, come adottato in Germania ed in Spagna, è una chiave decisiva per far decollare il sistema delle rinnovabili. Gli incentivi sulle ristrutturazioni edilizie vanno orientati – fin dalla prossima finanziaria – verso interventi che migliorino l’efficienza energetica degli edifici, e va stabilito l’obbligo di una quota minima di solare termico su tutti i nuovi edifici.

La proposta di legge presentata al Senato dai nostri parlamentari può completare e rendere più organico il processo di riforma avviato dalla legge delega sull’energia del governo. E l’ENEA può ritrovare – in questo contesto – un suo ruolo strategico.


Solo così l’Italia potrà provare a raggiungere gli obiettivi fissati dal protocollo di Kyoto. Tutti i dati confermano i ritardi accumulati dal nostro paese. Mentre le emissioni di altri paesi europei diminuiscono, le nostre continuano a crescere. Siamo sopra di quasi il 20% ai limiti di emissione di gas serra previsti per noi dal protocollo di Kyoto.E’ un problema per l’ambiente, ma comporta anche ingenti costi economici. Dopo anni di inerzia della destra, ora non si può più scherzare. Occorre fare sul serio. L’aggiornamento del piano nazionale per la riduzione delle emissioni è la cosa più urgente.

Riformare la legislazione ambientale.

Eredità pesante, quella che ci ha lasciato la destra. La legge delega ambientale non ha solo stravolto principi fondamentali sulla tutela e sulla gestione dell’ambiente ma, com’era prevedibile, ha gettato nell’ incertezza e nel caos interi settori, dalla difesa del suolo ai rifiuti. Settori cruciali per la vita del paese, per i cittadini, per le imprese.


Il nuovo governo ha deciso di procedere alla revisione del decreto delegato. Era una decisione inevitabile. Ora, però, c’è da lavorare bene.

C’è da riscrivere l’insieme della normativa per dare al nostro paese una legislazione ambientale efficace, chiara, senza appesantimenti burocratici, in sintonia con l’Europa. Lo si deve fare in tempi rapidi e attraverso un confronto vero e partecipato con le Regioni, gli enti locali, le associazioni, le imprese, i sindacati. E prima di tutto, naturalmente, con il parlamento.

Questa è la priorità, dal punto di vista legislativo. Ma altre due obiettivi consideriamo particolarmente importanti: una nuova legge sul governo del territorio – che dia alle Regioni ed agli enti locali un quadro di norme per una corretta pianificazione, ispirata ai principi della sostenibilità – e la riforma dell’APAT e del sistema dei controlli ambientali.

Mobilità, infrastrutture, opere pubbliche.

Come avevamo previsto e denunciato, la destra ha lasciato una situazione disastrosa. Altro che grandi opere. Se il nuovo governo non fosse corso ai ripari con una manovra finanziaria d’emergenza, l’Anas non avrebbe in questo momento neppure i soldi per coprire qualche buca e pagare i lavori in corso. Stessa situazione per le Ferrovie.

Anche nel migliore dei casi avremo una situazione di risorse scarse, nel prossimo futuro. A maggior ragione, dunque, serve una rigorosa selezione delle priorità. E bisogna ricondurre le politiche infrastrutturali dentro un coerente disegno di riorganizzazione del sistema dei trasporti (continuo a pensare che sia stato un errore, da questo punto di vista, tornare a separare i due ministeri…). Dire no al Ponte è giusto: ma ora dobbiamo dire soprattutto cosa faremo. E le priorità, secondo noi, sono gli interventi sulle città per sistemi di mobilità sostenibile, il potenziamento della ferrovia e del cabotaggio, lo sviluppo di una logistica moderna.

E’ allo studio del governo l’idea di agevolare fiscalmente forme di investimento che indirizzino il risparmio privato verso la realizzazione di opere pubbliche. Una buona idea, che riprende una proposta di legge di analogo stampo, da noi pensata per agevolare gli investimenti ambientali. Sarebbe bene che lo strumento immaginato dal governo fosse utilizzato non solo per la realizzazione di infrastrutture di trasporto, ma anche per tutte quelle infrastrutture ambientali – depuratori, fognature, acquedotti, impianti per i rifiuti – di cui il paese ha non meno bisogno.

Né possiamo scordare, infine, che la principale opera pubblica, per l’Italia, è rappresentata dalla difesa del suolo e dalla prevenzione del rischio idrogeologico: su questo la legge finanziaria deve dare il segnale almeno di una inversione di tendenza rispetto alla progressiva riduzione dei finanziamenti operata dalla destra.

A questi quattro temi se ne affiancano ovviamente altri, sui quali l’azione di governo dovrà essere attenta: dal rilancio di una politica per i parchi alla corretta attuazione della legge 157 sull’attività venatoria (fatemi ringraziare, a questo proposito, per il lavoro prezioso che hanno svolto e svolgono, i nostri compagni che guidano l’Arci Caccia..); dalla necessità di introdurre nel codice penale i reati contro l’ambiente a quella di contrastare l’abusivismo edilizio e le ecomafie; dal bisogno impellente di un salto di qualità nella gestione dei rifiuti, soprattutto in quelle regioni del Sud dove la situazione è drammaticamente arretrata, superando la logica dei commissariamenti, fino alle politiche per la qualità dell’aria e per la tutela delle acque.

Ma non vorrei fare la lista della spesa. Vorrei invece evidenziare tre condizioni necessarie per una vera svolta nelle politiche ambientali e di sostenibilità dello sviluppo.

Prima condizione. Sono obiettivi che non dipendono solo dall’azione del ministero dell’ambiente. E’ l’intero governo che deve assumere queste sfide. Integrare le politiche ambientali nelle politiche economiche, sociali e territoriali significa che Bersani, De Castro, Di Pietro – per fare solo alcuni esempi – hanno un ruolo non meno decisivo di quello di Pecoraro Scanio.

Il ruolo del Ministero dell’ambiente, come è ovvio, è particolarmente importante. Non sono mancate incertezze e difficoltà, in questa prima fase. Vanno rapidamente superate. Non serve al paese un ministero autoreferenziale sul piano politico ed operativo. Il precedente governo ha mortificato strutture e professionalità: c’è ora bisogno, al contrario, di valorizzare le competenze migliori, facendo funzionare al meglio tutti gli enti tecnico-scientifici.

Seconda condizione. Sono obiettivi che non dipendono solo dal governo centrale. Regioni ed enti locali hanno un ruolo essenziale nella gestione dell’ambiente (anche in termini di spesa: nel 2004 l’87% della spesa ambientale era erogato dalle amministrazioni periferiche). Il centrosinistra oggi governa anche gran parte delle Regioni, delle province e dei Comuni. E’ una bella responsabilità: non potremo dare la colpa agli altri, se le cose non funzionano. Ma è, prima ancora, una grande opportunità – come si dice – per “fare sistema”.

Terza condizione. Governare non è solo far bene a Palazzo Chigi, nelle Regioni, nei Comuni. Non basta – come si dice - il riformismo dall’alto. Non possiamo permetterci un riformismo senza popolo. C’è da rimettere in moto la società italiana, ricostruire fiducia, tirar fuori le energie migliori.

E’ così anche per le politiche ambientali e per la sostenibilità dello sviluppo. Non ci sarà, una svolta vera, se non matura anche nella società, nel mondo del lavoro e dell’impresa. Non ci sarà, una svolta vera, se non maturano una nuova cultura civica ed una più alta cultura ambientale.

Pensate alla cosiddetta sindrome nimby (altra cosa, ovviamente, sono le giuste battaglie contro progetti sbagliati, quando ve ne sono). Sindrome tanto diffusa quanto, in genere, dannosa per le buone ragioni dell’ambiente (Anche se non sembra circoscritta ai temi ambientali. Un esempio? Tutti sono a favore delle liberalizzazioni e della concorrenza, finchè non toccano la propria professione o il proprio settore..).

Fenomeno complicato, la sindrome nimby. Frutto di un duplice, contraddittorio movimento nella coscienza collettiva: da una parte cresce la sensibilità per l’ambiente e per la salute – ed è un bene – ma dall’altra l’attenzione all’interesse particolare prevale sull’interesse generale – e questo è un male. Governare i conflitti ambientali richiede tecniche di comunicazione, di corretta informazione, procedure di partecipazione democratica che in Italia, in genere, padroneggiamo poco e male. E richiede una nuova, più alta cultura civica.

In questo mare complicato deve nuotare il riformismo, se non vuol essere riformismo senza popolo: ma se è non è questo, il compito della politica, qual è?


LA CULTURA ECOLOGISTA NEL FUTURO DELL’ULIVO
La politica, appunto. Non solo il governo. Questo è l’altro tema che sta davanti a noi.

Come si riorganizza il campo del centrosinistra perché sia meno frammentato e più unito? Come si rinnova la sua cultura politica affinchè sia all’altezza delle sfide del futuro? Qui si colloca la discussione sull’Ulivo e sul partito democratico.

E la domanda che noi, per parte nostra, ci poniamo è: quale ruolo deve avere Sinistra ecologista, dentro questo processo?

Sinistra ecologista – non ci stancheremo mai di ripeterlo – è una associazione aperta, autonoma, unitaria. Non è l’emanazione di questa o quella mozione dei DS. Abbiamo sempre lavorato con in testa un assillo costante: garantire che Sinistra ecologista fosse in ogni momento la casa di tutti gli ecologisti che, iscritti o non iscritti al partito, hanno come riferimento politico i Democratici di sinistra. Penso che sia un bene da salvaguardare. Anche in questa discussione.

So bene che tra noi ci sono opinioni diverse. C’è chi guarda con convinzione ed entusiasmo alla prospettiva di un nuovo soggetto politico. Chi con interesse accompagnato da dubbi ed interrogativi. Chi con preoccupazione e contrarietà. Opinioni legittime, tutte. Che meritano il massimo rispetto. Penso però che si debba evitare di trasferire meccanicamente nell’associazione la discussione che faremo (parlo per chi è iscritto ai DS, in questo caso) nelle sedi di partito. E penso che su questa base sia possibile maturare in modo leale ed aperto una visione da tutti condivisa – al di là delle opinioni personali – sul ruolo che deve avere Sinistra ecologista.

Io credo che Sinistra ecologista debba compiere una scelta chiara in due direzioni.

La prima è di lavorare per unire sempre più, già in questa fase, tutti gli ambientalisti dell’Ulivo (un obiettivo che non contrasta con quello di rafforzare la coesione anche tra tutte le forze dell’Unione). Per noi non è una novità. Fin dal nostro ultimo congresso nazionale abbiamo deciso di lavorare in questa direzione. Ma dopo le elezioni si è aperta una fase nuova e più avanzata.

Per questo torniamo a proporre la costituzione di un coordinamento degli ambientalisti dell’Ulivo composto, oltre che dai partiti e dai gruppi parlamentari, da associazioni come la nostra e come il Movimento ecologista, da esponenti dell’associazionismo ambientalista e dei mondi interessati alle politiche ambientali. E stiamo lavorando alla stesura di un “manifesto” degli ecologisti dell’Ulivo.

L’altra scelta è che Sinistra ecologista partecipi – con il suo profilo di associazione autonoma ed unitaria – al processo di costruzione dell’Ulivo come nuovo soggetto politico.


Non pretendo che le mie opinioni sulla prospettiva del partito democratico siano condivise da ciascuno di voi. Ma credo che tutti – compreso chi guarda molto meno favorevolmente di me a questa prospettiva – dovremmo essere interessati al fatto che il nuovo soggetto politico, se nascerà, sia in ogni caso caratterizzato da una forte presenza della cultura ecologista. E dunque concordare sull’opportunità che la nostra associazione stia dentro questo processo.

Un processo – si dice giustamente – che non può essere una “fusione fredda”. Ma una “fusione calda” presuppone una discussione intensa su valori, cultura politica, programmi, capace di suscitare passioni ed energie. Che ancora non vediamo a sufficienza. Spero che l’appuntamento di Orvieto – al quale parteciperemo – sia un passaggio utile per cominciare a dare fondamenta più solide ed un’anima più calda a questo confronto.

Attorno ad un’idea di riformismo vero. Che non è moderatismo. Il riformismo vero è quello che cambia le cose in profondità. Il riformismo vero è fatto di radicalità, cultura di governo, radicamento popolare.

Attorno ad un progetto che guardi al futuro. Non può essere solo l’incontro di culture politiche che vengono dal passato.

Non vorrei essere frainteso: non penso, come alcuni, che le culture politiche del secolo scorso non abbiano più nulla da dirci. Credo che abbiano radici ancora vitali. A cominciare da quelle che affondano nella storia della sinistra italiana e nel pensiero socialista. Anche per questa ragione ritengo che l’appartenenza al campo del socialismo europeo – da rinnovare ed allargare – sia per noi essenziale ed irrinunciabile.

Ma la testa deve essere girata in avanti, non indietro. Non meno essenziale – questo voglio dire – è che il nuovo soggetto politico abbia dentro di sé le idee, i valori, le culture necessarie per capire il mondo com’è oggi, per cercare di cambiare il mondo in cui vivranno i nostri figli.

La cultura ecologista è tra queste. Forse, tra le culture nuove, la più indispensabile, se si vuole provare a capire il mondo com’è, e come potrà essere domani.

Un partito nuovo - se nasce - nasce perché ha l’ambizione dello sguardo lungo sul futuro.

Ora, se solo alziamo lo sguardo vediamo che la storia dell’umanità sta entrando dentro un “collo di bottiglia” – per usare la definizione di uno dei più grandi biologi del nostro tempo, Edward Wilson – che si preannuncia, nel migliore dei casi, molto turbolento e terribilmente complicato.

Il premio Nobel per la chimica Paul Crutzen ha proposto alla comunità scientifica di definire Antropocene il periodo geologico iniziato con la rivoluzione industriale, per dire fino a che punto in questi due secoli l’intervento umano abbia segnato - sconvolgendoli - gli equilibri del pianeta e gli ecosistemi.

Tutti i nodi che producono la crescente insostenibilità dello sviluppo che ha preso avvio dalla rivoluzione industriale e dall’uso dei combustibili fossili sembrano sempre più arrivare al pettine, sotto l’impatto di tre fenomeni dirompenti: i cambiamenti climatici, la prospettiva di esaurimento dell’era del petrolio, la crescita economica impetuosa delle potenze asiatiche.

Gli scienziati riuniti nei giorni scorsi a Norwich, in Inghilterra hanno confermato la previsione di scenari assolutamente allarmanti: il surriscaldamento della terra, dovuto all’effetto serra, potrebbe giungere nel giro di una ventina d’anni ad un punto irreversibile, innescando dinamiche sempre più incontrollabili. Il tempo a disposizione per invertire la tendenza è sempre meno. E’ tutto (o quasi) il mondo scientifico a dirci che stiamo segando il ramo su cui siamo seduti.

Ma a fronte di allarmi e denunce sempre più diffuse (“I mutamenti climatici sono la più grande emergenza planetaria”, va ripetendo Al Gore) le politiche definite nel protocollo di Kyoto – che pure sono piccola cosa rispetto ai cambiamenti necessari - non stanno ancora producendo risultati concreti. Solo l’Europa sembra voler fare sul serio la propria parte.

Nel frattempo gli esperti discutono se sia stato già raggiunto il famoso “picco petrolifero” o se ciò avverrà nel giro dei prossimi anni. Ma non fa una grande differenza. La cosa certa è che all’orizzonte si profila la necessità di una transizione dall’era del petrolio a nuove forme di produzione di energia.

In primo luogo perché si va verso l’esaurimento dei combustibili fossili – un dono geologico accumulato in milioni di anni, unico e irripetibile, grazie al quale negli ultimi due secoli abbiamo costruito la civiltà industriale e raggiunto livelli di benessere, in questa parte di mondo, mai conosciuti prima.

Ma anche se i combustibili fossili fossero inesauribili – e non lo sono – dovremmo comunque trovare altri modi di produrre energia, se non vogliamo che l’effetto serra metta in discussione il futuro della specie umana.

La Svezia ha annunciato l’intenzione di diventare, entro il 2020, la prima economia al mondo in grado di fare a meno del petrolio. Le stesse compagnie petrolifere cominciano a guardare ai nuovi scenari: la BP (British Petroleum) è arrivata a cambiare il proprio nome in “Beyond Petroleum” (“oltre il petrolio”).

Come è noto, l’età della pietra non finì perché finirono le pietre: finì perché la specie umana si dotò di tecniche più evolute ed intelligenti. Tecniche più evolute ed intelligenti sono almeno in parte già disponibili: ma ci aspetta una lunga e complicata fase di transizione, che vedrà probabilmente estendersi i conflitti per il controllo delle risorse energetiche ed ambientali.

E poi c’è il terzo, dirompente fenomeno. Cina ed India hanno il 40% della popolazione mondiale. La loro crescita economica è impetuosa. Un sisma che sta sconvolgendo gli assetti del mondo. Pur consumando per il momento ancora poca energia e poche risorse in confronto a noi le dimensioni di questo processo stanno producendo un impatto ambientale che non ha precedenti nella storia dell’umanità.

L’aspirazione dei paesi asiatici – e delle altre parti del mondo ancora sottosviluppate – a livelli di benessere materiale simili ai nostri è una aspirazione più che legittima. Ma il nostro modello di sviluppo non è replicabile su scala planetaria, pena la catastrofe ambientale ed una pressione sempre più insostenibile sulle risorse naturali, che non sono illimitate. O si trova il modo di riequilibrare su scala planetaria l’accesso alle risorse ed al benessere – con nuovi modelli di sviluppo, diversi stili di vita, nuove tecnologie, forme di governo globale – oppure il mondo è destinato a scoppiare.

Ora, mi chiedo: se il dibattito sul futuro della sinistra non si misura con queste cose, che razza di dibattito è? E’ possibile pensare ad un nuovo soggetto politico, nel 21° secolo, che non assuma la sostenibilità come principio fondante?

Per muoversi in questo futuro complicato non basteranno le vecchie carte geografiche. Siamo di fronte a problemi talmente grandi, dirompenti, da rimettere in discussione tutte le culture politiche nate negli ultimi due secoli. Culture politiche che, seppur diverse tra loro, hanno avuto in comune l’idea – oggi diremmo l’illusione – che la crescita economica potesse essere infinita ed illimitata.

So bene che non siamo all’anno zero: seppur a fatica, l’idea della sostenibilità si è fatta strada nella cultura politica della sinistra, nel socialismo europeo, nei DS. Ma l’impressione è che ci sia ancora tanta strada da fare.

L’impressione è che scontiamo – prima ancora che un deficit di cultura ecologista – un deficit di cultura scientifica. E’ un discorso che meriterebbe una riflessione seria ed approfondita, non possiamo farla qui. Ma fatemelo dire – per capirci – con un esempio leggero leggero. Tutti sorridiamo, di fronte al parlamentare balbettante, intervistato dalle “Iene”, che sbaglia di qualche secolo la data della rivoluzione francese, stupiti di tanta ignoranza. Ma quanti di noi si stupirebbero di fronte alla mancata risposta su quale sia il secondo principio della termodinamica e sull’entropia? E quanti sarebbero in grado di rispondere? Eppure si può pensare di governare il mondo – o anche solo una sua piccola parte - ignorando il secondo principio della termodinamica e l’entropia?

L’ambiente è un tema troppo importante per essere delegato ad un ambientalismo di nicchia, minoritario, fondamentalista. E’ un tema che chiama in causa i governi. E’ un tema che interroga il riformismo. E’ un tema che deve divenire una priorità per il socialismo europeo e per le forze democratiche di tutto il mondo.

Nel secolo scorso la sinistra si è trovata ad affrontare la sfida di regolare il mercato per garantire diritti sociali e redistribuzione del reddito: è nato da lì lo Stato sociale. Nel nuovo secolo la sfida più grande sarà orientare l’economia verso forme di sviluppo ecologicamente e socialmente sostenibile. Ed è una sfida che indica la necessità di un riformismo nuovo – un riformismo radicale - capace di agire su scala globale.

Non sarà il mercato, da solo, a risolvere i problemi: il neoliberismo si è dimostrato un’ideologia rozza e primitiva. Deve tornare in campo la politica.

Insomma: la forza, la lungimiranza, la capacità attrattiva dell’Ulivo – di ciò che esso diventerà – dipenderanno anche dalla presenza della cultura e dell’esperienza ecologista.

Non parlo semplicemente della presenza, al suo interno, anche di una componente ecologista, ma della necessità che i valori ed i programmi del nuovo soggetto politico assumano pienamente i principi della sostenibilità ambientale. Altrimenti – scusate la brutalità – sarebbe un soggetto politico che nasce già vecchio e inadeguato, sia rispetto alla funzione storica e politica da svolgere nell’Italia di oggi, sia rispetto agli scenari futuri del mondo.

Anche per questa ragione il processo che si è aperto nell’Ulivo dovrà essere – questa almeno è la mia opinione - un processo aperto ed inclusivo. Non basta la somma di DS e Margherita. L’Ulivo, da dieci anni fa ad oggi, ha subito una progressiva contrazione, si è via via ristretto. Penso che dobbiamo invece aprire, allargare, unire. Dispiegare la capacità di attrazione. Verso altre forze politiche. Verso associazioni, movimenti, cittadini. Se le liste dell’Ulivo hanno successo è anche perché quel simbolo evoca qualcosa che va oltre la somma dei partiti, e ne costituisce il famoso “valore aggiunto”.

IL RUOLO DI SINISTRA ECOLOGISTA

Scegliere di lavorare per questa prospettiva non significa affatto sciogliere Sinistra ecologista. Al contrario: il nostro ruolo sarà tanto più utile e rilevante, nella prospettiva politica che si apre, quanto più nei prossimi mesi sapremo rafforzare e rilanciare la nostra associazione.

Sinistra ecologista è oggi – seppur con tutti i limiti che non ignoriamo – l’esperienza politica ambientalista più significativa, più forte e più radicata – con i suoi 8mila aderenti e i quasi cento circoli – che esiste nel campo di forze che fanno riferimento all’Ulivo. Un patrimonio da non disperdere.

Dal congresso ad oggi sono nati nuovi circoli. Abbiamo dato un contributo significativo prima alla conferenza programmatica dei DS, poi al programma dell’Unione. I nostri circoli si sono impegnati sia nella campagna elettorale per le elezioni politiche che per le amministrative (e continuano a farlo: ottimo il lavoro programmatico svolto dai nostri compagni del Molise in vista delle prossime elezioni regionali).

Abbiamo sviluppato una campagna – “Gli ambientalisti del si” – che ha colto due esigenze vere e sentite: contrastare la becera campagna della destra contro il cosiddetto “partito del no”; far emergere il profilo propositivo e responsabile del nostro ambientalismo, assai diverso da un certo ambientalismo minoritario e fondamentalista che spesso fa più danni della grandine alle buone ragioni dell’ambiente.

Ma dobbiamo guardare diritto negli occhi anche i problemi.

Il primo - lo dico senza tanti giri di parole – è che usciamo ammaccati ed indeboliti dalla attribuzione degli incarichi parlamentari e dalla formazione del governo. Ciò rende più difficile affermare concretamente la nostra visione riformatrice dell’ambientalismo. Tanto più che i Verdi, pur avendo raggiunto per un soffio il quorum del 2%, si ritrovano in una situazione di centralità nella gestione delle politiche ambientali.

Troppo spesso – mi riferisco anche a Regioni ed enti locali – nel centrosinistra si continua a considerare l’ambiente una materia di secondo piano, da delegare ai Verdi o a Rifondazione. E’ un errore. Spero che il partito apra una riflessione seria su questo.

Non possiamo tuttavia solo lamentarci della scarsa sensibilità altrui. Dobbiamo anche riflettere anche su noi stessi. Penso che dobbiamo aprire una fase nuova, ancora più unitaria, nel lavoro di tutti gli ecologisti impegnati nei DS. Sinistra ecologista lo è già oggi, una associazione unitaria. Ma forse è arrivato il momento di farne ancora di più la casa comune – quella in cui si vive e si lavora insieme tutti i giorni – di tutti gli ambientalisti DS. Per avere più forza.



Il secondo problema riguarda la fragilità della nostra associazione, i suoi punti di debolezza.

L’attività dei circoli conosce alti e bassi. In alcune regioni siamo ancora scarsamente radicati. Fare politica non è solo organizzar convegni: è soprattutto “stare sulla palla” – come si dice – intervenire sui problemi del proprio territorio, proporre e costruire soluzioni. E non lo facciamo abbastanza. Abbiamo bisogno, insomma, di un colpo d’ala. Perché sono convinto che Sinistra ecologista abbia potenzialità assai più grandi di quelle finora messe a frutto.

Intendiamo lavorare molto, nei prossimi mesi, per rafforzare l’associazione. Estendere il nostro radicamento territoriale - dando vita a nuovi circoli e rafforzando la rete dei coordinamenti regionali. Rafforzare la nostra presenza negli enti di ricerca e nelle agenzie ambientali, ricostruirla nel ministero dell’ambiente. Essere sempre più una associazione aperta a tutti coloro che fanno riferimento all’Ulivo, sono impegnati nell’associazionismo e nei sindacati, operano nel mondo delle imprese, lavorano nei parchi, hanno sensibilità per l’ambiente e curiosità per il futuro. Vogliamo rinnovare il nostro sito e potenziare i nostri strumenti di comunicazione.

Proponiamo di dar vita ad una nuova, grande campagna sull’energia. Con l’obiettivo non solo di sensibilizzare i cittadini, ma di ottenere risultati concreti sia a livello nazionale che locale per quanto riguarda la qualità ecologica del patrimonio edilizio. Per capirci: “Come rendere più ecologica la tua casa e risparmiare”. Gli obiettivi? A livello nazionale: orientare gli incentivi per le ristrutturazioni edilizie verso il miglioramento dell’efficienza energetica delle abitazioni; emanare tutti i provvedimenti attuativi della direttiva europea in materia. A livello locale: introdurre in tutti i regolamenti edilizi comunali (sull’esempio di Roma e di altre città) norme per il rispetto degli standard energetici, per l’uso di caldaie più efficienti, per i pannelli solari sui nuovi edifici. Attorno a questa campagna possiamo unire l’iniziativa parlamentare a quella dei nostri circoli, coinvolgere amministratori locali, imprese, sindacati, operatori.

Dovremo prevedere anche iniziative in diverse regioni ( dal Piemonte, dove ha sede un parco scientifico-tecnologico tra i più avanzati in Europa sul fronte dell’energia ecologica, all’Umbria ed alle Marche, dove sono in discussione i nuovi piani energetici regionali).

Individuando – fatemelo dire così, per capirci meglio – 10-20 progetti “PIMBY” (“please, in my backyard”, per favore nel mio giardino). Sull’esempio dell’impianto eolico di Fiuminata (dove Sinistra ecologista promosse una gran bella iniziativa un anno fa), vogliamo proporre la realizzazione di buoni progetti sul territorio per la produzione di energia pulita.

Vi segnalo infine che per il 22 ottobre i nostri circoli del Piemonte hanno promosso una giornata di iniziative nei parchi: potremmo estenderla a molti parchi, in altre regioni, per rilanciare le nostre proposte sulle aree protette.

Ho concluso. Come vedete, ci sarà da lavorare sodo. Ci aspettano compiti difficili, ma per fortuna appassionanti. In una delle sue pagine più belle, Ernst Bloch parla del “vizio della speranza”. Se non lo si coltiva, quel vizio, non si va da nessuna parte. Noi continuiamo ad avercelo.

Grazie e buon lavoro.
Fabrizio Vigni