Nel sesto libro dell’Eneide di Virgilio è narrato l’incontro tra Enea e il padre Anchise nei Campi Elisi: un episodio condizionato da una straripante malinconia, come, del resto, non si può evitare nel caso di un incontro del genere tra padre e figlio.
Poi Anchise si sofferma sul prossimo destino del figlio Enea e ne predice il futuro: l’arrivo nel Lazio, la guerra contro Turno, l’insediamento.
A questo punto si insinua il vero scopo di tutto l’episodio: l’esaltazione che Virgilio, tramite il personaggio di Anchise, intende proporre della Romanità, dell’età augustea, della missione imperiale di Roma nel mondo. Questo aspetto rientrava tra le motivazioni principali della composizione dell’Eneide.
“Tu regere imperio populos, Romane, memento; / hae tibi erunt artes: pacique imponere morem, / parcere subiectis et debellare superbos”. (Virgilio, Eneide, VI. Vv. 847- 853).
“Tu, o Romano, ricorda di governare i popoli: / queste saranno le tue arti, e d’imporre la civiltà con la pace, / risparmiare gli arresi e sconfiggere i ribelli.». (Trad. di Carlo Carena).
La conquista militare, secondo il precetto esposto da Virgilio, non deve essere fine a se stessa, ma deve comprendere necessariamente una progettualità di riscatto dei popoli sottomessi al fine di avvicinarli alla civiltà romana, almeno così testimonia Virgilio.
A distanza di circa quattrocento anni si ripropone il tema dell’elogio di Roma con Rutilio Namaziano, un aristocratico governatore di alcune province dell’Italia e forse di Roma, che era originario forse di Tolosa.
Egli scrive un testo in versi intitolato “De reditu suo”, che fu scoperto casualmente e in gran parte è andato perduto.
Rimane il primo libro e parte del secondo.
Il libro racconta, dopo il declino definitivo di Roma, il viaggio di ritorno dell’autore verso Tolosa avvenuto per mare, dato che le strade erano diventate pericolose e insicure sia per le distruzioni operate dalle varie invasioni barbariche sia per il fatto che bande armate circolavano ed erano pronte a compiere scorrerie di vario genere.
Il viaggio è raccontato con estrema e moderna lentezza, come, del resto, si addice ad una navigazione operata con le vele e con i remi.
Rutilio conosce il paesaggio e lo descrive con malinconica rassegnazione determinata dalla consapevolezza che la grandezza di Roma e la sua straordinaria espansione sulle terre italiane sono state distrutte e depredate dalle orde barbariche che si sono succedute.
Il canto di Rutilio Namaziano comprende, nello stesso tempo, l’orgoglio del “civis romanus”, ma anche la malinconica constatazione che lo spirito della romanità adesso può essere soltanto rievocato, suggerito dai versi, perché di fatto ha conosciuto il tramonto.
E in questo senso i sentimenti espressi da Rutilio sono antesignani rispetto a tutte quelle esperienze di viaggio e di conoscenza che si svilupperanno successivamente con i viaggiatori che percorreranno l’Italia, ma, soprattutto, visiteranno Roma e i suoi ruderi.
“Prestami ascolto, bellissima regina del mondo / accolta tra le celesti, Roma, volte stellate. / Prestami ascolto, tu madre degli uomini, madre degli dèi: / grazie ai tuoi templi non siamo lontani dal cielo. / Te cantiamo e canteremo, sempre, finché lo concedano i fati, nessuno può essere in vita e dimentico di te.” (Rutilio Namaziano, De reditu suo, I, vv. 47-52).
La gloria di Roma persiste anche in mezzo alle avversità dei tempi, perché troppo forti e immodificabili sono le tracce che ha lasciato nel mondo conosciuto: “Potrà piuttosto scellerato oblio affondare il sole / prima che il tuo splendore svanisca nel nostro cuore, / perché diffondi grazie pari ai raggi del sole / per ogni terra, fino all’Oceano che ci fluttua attorno.” (Op. cit., I, vv. 53-57).
L’affronto arrecato dai popoli barbari alla romanità non è tollerato da Rutilio, che rivendica il senso stesso di civiltà rispetto ai popoli conquistatori: “cadano alfine in sacrificio i nemici sacrileghi: / i Goti perfidi pieghino tremando il collo.” (Op. cit., I, vv. 141-142).
Infine, l’ammirazione sconfinata, unita ad una intensa partecipazione sentimentale per il forte ed indissolubile legame con lo spirito della romanità vissuta intensamente dal poeta e mai dimenticata:
“Sia che mi spetti finire nelle mie patrie terre la vita, / sia che mai tu mi venga invece restituita agli occhi / io mi dirò fortunato e felice al di là di ogni altro desiderio / se crederai per sempre di ricordarti di me.” (Op. cit. I, vv. 160- 164).
Già apparso su facebook e su La Sicilia del 19 aprile