dicembre 2023
ZINO PENSIERO - Ippolito da Atene e le donne: la interpretazione euripidea
“Qual si partio Ipolito d’ Atene / per la spietata e perfida noverca”: con questi versi Dante si identifica con Ippolito, ingiustamente cacciato da Atene in seguito alle morbose attenzioni della matrigna Fedra, alla quale lui non volle cedere.

Dante identifica l’agire di Fedra a quello - ingiusto - di Firenze nei suoi confronti. L’esilio è il risultato.
Dante non ha ora una meta definita, e si trova con il cuore straziato dal dolore e dalla ingiustizia subita.

Anche Ippolito subisce un provvedimento di ingiustificato e irreversibile esilio dalla sua Atene e il padre Teseo non vuole sentire alcuna ragione addotta dal figlio.

Ma perché Ippolito si comportò in maniera così decisa contro la matrigna? La prima risposta è facile riscontrarla in un pregiudizio di ordine morale e comportamentale: una relazione con la matrigna era un vulnus alla moralità comune; nessun rapporto di tal genere poteva essere accettato.

Un doppio divieto esisteva: per Fedra una colpevole accondiscendenza alla sessualità al di fuori delle norme morali; per Ippolito una colpa grave, che comprendeva anche una violazione delle relazioni familiari.

Ma, detta in questi termini, la storia scellerata che coinvolge Ippolito e Fedra, anche se non realizzata, potrebbe ritenersi chiusa.

In questa perturbante vicenda un elemento appare, però, di ulteriore riflessione: chi ha cominciato per primo a rivolgere nei confronti dell’altro o dell’altra la sua attenzione sessuale?
Non è stato certo Ippolito: è stata Fedra. E, così, Ippolito, giovane bellissimo e attraente, ma restio ad ogni forma di attrazione fisica nei confronti dell’altro sesso, subisce il torto di essere accusato come artefice di una malsana passione nei confronti della matrigna: per questo motivo il padre Teseo lo manda in esilio.

Ma Ippolito nella omonima tragedia di Euripide assume caratteristiche e mentalità diverse rispetto a quelle che gli si potrebbero attribuire in base al ritratto perverso che ne fa Fedra. “O Zeus, che male subdolo per gli uomini / alla luce del sole hai collocato: /le donne! Se volevi propagare la stirpe umana, non potevi farlo senza servirti di esse?” (Euripide, Ippolito, p. 214).
Una accusa a Giove, padre degli dèi e degli uomini, che appare del tutto paradossale e che denota una ferma volontà di rifiuto della donna da parte di Ippolito.

Egli nella sua vita vuole mantenersi casto ed ama le attività virili, come la caccia.
In un passo della tragedia euripidea lo sfogo contro le donne assume il tono di una vera e propria filippica. “Occorron forse prove che la donna / è un gran malanno? Il padre che l’ha messa / al mondo ed allevata, per disfarsene, / di solito la manda in altra casa / prima che può, assegnandole la dote.” (Ibidem).

Il giovane se la prende pure con le donne saccenti, quelle colte, che sanno ragionare e sono autonome nell’atto di pensare: “Le saccenti / io le detesto. Stieno sempre lungi / da me le donne dai pensieri troppo /alti per delle femmine. Afrodite / proprio in esse suol porre ogni perfidia.” (Euripide, op. cit., p. 215).

E appunto di Afrodite è un seguace perfetto Ippolito: egli ama la natura, la bellezza dei paesaggi, il cimento virile.
La vecchia serva, confidente di Fedra, ha riferito l’interessamento della matrigna, ma lo ha vincolato ad un giuramento, che Ippolito, da perfetto galantuomo, non violerà, se non alla fine, quando la sua personale disgrazia avrà conosciuto il punto più dolente.

Stretto tra il giuramento prestato alla serva di Fedra e il blocco di ogni risposta alle profferte della matrigna, Ippolito accresce i toni della sua rabbia contro le donne: “Femmine maledette! / Non cesserò di odiare il vostro sesso, / quand’anche mi si accusi di ripetermi. / È per me indubbio infatti che le donne / sono malvage quasi sempre! Venga / qualcuno a rinsavirle o si consenta / ch’io contro esse mi scagli di continuo.” (Ibidem).

Ippolito, alla fine, a causa delle sue inclinazioni, subisce una doppia sventura: prima l’esilio e poi la morte.
Il padre Teseo, solo alla fine, si rende conto di avere condannato all’esilio il figlio, che in realtà era del tutto innocente e di fatto era stato semplicemente calunniato dalla matrigna.

Ma ormai il destino del giovane era irrimediabilmente segnato: “Inclita Atene! O territorio insigne, / sacro a Pallade! Quale uomo è scomparso! / Come dovrò ricordar spesso, o Cipride, / - me sventurato! – il male che mi hai fatto!” (Euripide, op. cit., p. 253).



Apparso anche in internet e su la Sicilia del 17 09 2023.

Zino Pecoraro

 
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